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12:19 domenica 22 marzo 2026
Chopper, il medico della ciurma Cappello di Paglia in One Piece, è stato nominato ambasciatore di Medici Senza Frontiere «La convinzione che si debba curare tutti, indipendentemente da etnia o nazionalità, è ciò in cui crediamo anche noi», ha detto il presidente di MSF, spiegando la scelta del nuovo ambasciatore.
La foto che tutti i giornali stanno pubblicando negli articoli sulla vera identità di Banksy non ritrae Banksy ma un tizio qualunque fotografato mentre lavorava vicino a un’opera di Banksy L'uomo si chiama George Georgiou, ha 69 anni e di mestiere fa l'operaio. Ha definito quello che gli è successo «assurdo».
Al trailer di Spider-Man: Brand New Day è bastato un giorno per diventare il trailer più visto di tutti i tempi Ha totalizzato 718 milioni di visualizzazioni in 24 ore, sbriciolando il precedente record detenuto dal trailer di No Way Home.
Hachette ha cancellato l’uscita di un romanzo horror molto atteso perché si è scoperto che l’autrice l’ha scritto usando l’AI L’autrice di Shy Girl, Mia Ballard, si è difesa sostenendo che a usare l'AI non è stata lei ma un suo conoscente al quale aveva affidato il compito di correggere le bozze.
Un marinaio della portaerei francese Charles de Gaulle ne ha rivelato a tutti l’esatta posizione loggando la sua corsetta mattutina su Strava Non è il primo militare a rivelare informazioni sensibili registrando i propri allenamenti, tanto che è stato coniato un nome per il fenomeno degli Strava Leaks.
Il nuovo film di Alice Rohrwacher, Three Incestuous Sisters, sarà tutto ambientato tra Roma e Stromboli La regista inizierà le riprese ad aprile e passerà la primavera tra la Capitale e le Eolie assieme a Dakota Johnson, Saoirse Ronan, Jessie Buckley e Josh O'Connor.
C’è solo un Paese al mondo che non è affatto preoccupato dalla crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente: la Cina La Repubblica popolare raccoglie adesso i frutti di anni di enormi investimenti nelle energie rinnovabili e in particolare nell'elettrico.
Steven Soderbergh sta per lanciare una app che racconta e spiega ogni singolo giorno di riprese de Lo squalo L'app comprenderà una saggio di 25 mila parole scritto da Soderbergh e tutti i dettagli possibili e immaginabili sulle riprese del capolavoro di Speilberg.

Alighiero e Boetti Day

04 Giugno 2011

“Se di arte si tratta, di artisti si parla” ci ricorda Giulio Paolini. Siamo all’Auditorium RAI di Torino, è sabato pomeriggio: fuori, gli altri, assaporano i primi caldi estivi; noi, dentro, ascoltiamo assorti la testimonianza di cinquanta artisti, critici, ingegneri, musicisti, teorici ed enigmisti. Tutti riuniti a discutere l’opera e le identità multiple di quel mostro sacro di Alighiero Boetti, sciamano e showman dell’Arte Italiana scomparso prematuramente nel ’94.

L’occasione è una maratona di dodici ore effettive e senza pause: una sorta di esperimento collettivo prodotto da Artissima e dalla Fondazione Nicola Trussardi, abilmente orchestrato da Francesco Manacorda, Massimiliano Gioni e Luca Cerizza. Sono loro che hanno scavato nella memoria degli amici ancora vivi dell’artista, hanno ribaltato cassetti pieni di polvere per costruire un amarcord di racconti, album fotografici e documentari inediti che ci catapultano dritti dritti negli anni ’60, in una Torino brulicante di idee, che cova l’Arte Povera e dialoga con il Minimalismo Americano nelle gallerie di Christian Stein e Gian Enzo Sperone, che si ritrova al Piper, dove si balla, si fanno le sfilate e si organizzano sessioni di Living Theatre.

Boetti si muove in una comunità di artisti, designer e architetti che condividono un approccio orizzontale alla società – antipodico rispetto alle logiche del sistema capitalistico integrate nella Pop Art e nella Factory di Warhol – e si riconoscono in un modello di azione collettivo che si declina in scambi e collaborazioni progettuali. Come quella tra Boetti e il designer Clino Castelli per Dossier Postale. Fascicolo 104 (1969/70), un archivio che testimonia l’impossibilità di recapitare 25 lettere, inviate dall’artista a personaggi reali del mondo dell’arte dei tempi, da Ettore Spalletti a Lucy Lippard, ma ad indirizzi inventati.

Un processo che si sostanzia nelle annotazioni dei postini sul retro delle buste, e che già contiene gli elementi intorno cui ruoterà il lavoro di Boetti negli anni: il gioco combinatorio, la duplicazione e l’inversione della realtà, la produzione di modelli logici relativi al sistema culturale dominante. Tutti presenti anche nel tentativo – intrapreso nel 1969 per oltre otto anni – di classificare i mille fiumi più lunghi del mondo. “Un’operazione priva di rilevanza scientifica, dove la geografia non c’entra niente” ci racconta il collezionista e storico dell’arte Giorgio Maffei. Cosa vuole dirci dunque Boetti, lui che nel 1968 invia agli amici una cartolina in cui passeggia mano nella mano con il proprio gemello e che da allora inizia a firmarsi, come ricordato nel titolo della maratona, “Alighiero e Boetti”? Forse che “la realtà non è unica, ma esiste in tante versioni tutte ugualmente vere”, risponde Lawrence Weiner, anche lui ospite. E di conseguenza, l’uomo convive naturalmente con un’identità multipla, schizofrenica.

È di poco successiva la decisione di Boetti di “fare un passo a lato” – per usare le parole dell’amico e collega Piero Gilardi – cioè di partire per l’Afghanistan. È là che apre il celebre One Hotel (1971), una performance permanente dove è il viaggiatore, stanziato, ad accogliere gli ospiti locali, ed è là che inizia la realizzazione dei tappeti con la collaborazione delle ricamatrici Afghane, precorrendo una tendenza attualmente in atto nel sistema capitalistico avanzato sviluppato in questo ultimo decennio. Il perché lo spiega l’economista Pierluigi Sacco: “delocalizzando il suo lavoro a Kabul, Boetti sposta geograficamente il suo centro di attenzione e anticipa concettualmente una realtà in cui l’Occidente non è più al centro dell’universo, perchè la produzione di significato si è spostata altrove”.

Un’altra decisiva intuizione che lo inserisce nell’Olimpo degli artisti, avvalorata dal contributo di un assente Maurizio Cattelan, che delega a Massimiliano Gioni, suo doppio e ghost writer per anni, la scomoda confessione di aver letteralmente saccheggiato le sue interviste. Non senza suggerire, però, una compartecipazione alla colpa dell’artista scomparso, che alla Biennale di Venezia del 1990, in visita al Padiglione Americano di Jenny Holzer, avrebbe omaggiato il giovane e sconosciuto Cattelan di un suo profetico truismo: “Non scrivere cazzate”. E ci spinge a credere che lui, Cattelan, con quelle appropriazioni letterarie, abbia effettivamente colto l’avvertimento.

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