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20:16 venerdì 2 gennaio 2026
Le azioni di Warner Bros. sono salite del 170 per cento da quando è iniziato il triangolo con Netflix e Paramount L'offerta d'acquisizione di Netflix e la battaglia con Paramount hanno trasformato Warner nel titolo più desiderato del 2025.
Xavier Dolan ha confermato che non è più in pensione e che quest’anno girerà un nuovo film Dopo aver annunciato l’addio al cinema nel 2023, il regista ha deciso di tornare a lavoro e ha mostrato una nuova sceneggiatura su Instagram.
Anche quest’anno lo Studio Ghibli ha festeggiato il Capodanno pubblicando un nuovo disegno di Hayao Miyazaki Sui social dello studio è apparso il disegno di Miyazaki che celebra nel 2026 l'anno del cavallo, secondo lo zodiaco cinese.
Secondo le prime ricostruzioni, il rogo di Crans-Montana sarebbe stato causato dalle stelle filanti infilate nelle bottiglie di champagne Una foto mostrerebbe il momento dell’innesco del rogo durante i festeggiamenti di Capodanno, costato la vita a quarantasette persone.
Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner In un commosso editoriale, Scorsese ha individuato nel thriller del 1990 l’apice della filmografia del collega, ricordando la loro amicizia.
Dopo il documentario su Diddy arriverà un documentario sui figli di Diddy che parlando di Diddy Justin e Christian Combs racconteranno il rapporto col padre in una docuserie che uscirà nel 2026 e di cui è già disponibile il trailer.
La crisi climatica sta portando alla velocissima formazione del primo deserto del Brasile La regione del Sertão sta passando da arida a desertica nell'arco di una generazione: un cambiamento potenzialmente irreversibile.
L’episodio di Stranger Things in cui Will fa coming out è diventato quello peggio recensito di tutta la serie E da solo ha abbassato la valutazione di tutta la quinta stagione, nettamente la meno apprezzata dal pubblico, almeno fino a questo punto.

The Alessandro Michele Cinematic Universe

Ha riportato Gucci al centro della conversazione sulla moda e soprattutto della cultura pop: con il suo addio finisce un’era.

24 Novembre 2022

I segnali c’erano da mesi, ma un fondo di scetticismo rimaneva: davvero Alessandro Michele, artefice di uno dei più grandi successi della moda contemporanea, avrebbe lasciato Gucci? I suoi sette anni di direzione creativa sono stati raccontati – anche qui, su Rivista Studio – come un caso di allineamento stellare, quello in cui un bravissimo designer che si è fatto le ossa in un marchio (da Gucci ci è arrivato nel 2002, giovanissimo, e ha lavorato sia con Tom Ford che con Frida Giannini) arriva al posto più ambito al fianco di un amministratore delegato in gamba, e insieme riportano un brand che aveva perso tutto il suo smalto al centro del desiderio collettivo. Insomma, un’operazione di quelle che fanno l’industria della moda, ma che nella miriade di copie e tentativi di cavalcare lo streetwear degli ultimi dieci anni ha assunto sin dall’esordio, nel 2015, un significato particolare. Alessandro Michele, e Gucci così come se l’è immaginato lui, sono entrati nella cultura pop e hanno dimostrato come la moda potesse ancora essere il collante speciale che tiene insieme Donna Haraway e il glamour hollywoodiano, i mocassini con il pelo e i ricordi dell’infanzia, Roma e il mondo, l’esoterismo e l’estetica anni Settanta, riveduta e corretta secondo le passioni, durature e momentanee, del suo demiurgo.

L’addio che si è consumato in questi giorni, con il comunicato ufficiale arrivato in tarda serata di ieri dopo l’articolo di Wwd in cui fonti interne parlavano di un’uscita imminente, sembra ricalcare i tanti sconvolgimenti e cambi di direzione bruschi a cui la moda è abituata, in particolare quando si tratta di Kering e François-Henri Pinault. Non è la prima volta, come ricorda il New York Times, che questi annunci irrompono a ciel sereno: proprio da Gucci era già successo nel 2004 con Tom Ford e Domenico De Sole, quindi nel 2014 con Frida Gianni e Patrizio di Marco, ma lo scorso anno anche l’annuncio del licenziamento di Daniel Lee da Bottega Veneta era arrivato senza troppo preavviso (ma con molte speculazioni), nonostante il designer inglese avesse riacceso l’interesse nei confronti del brand. Le motivazioni sono ovviamente economiche, sebbene nel caso del Gucci di Michele i numeri siano ancora stratosferici: quasi 10 miliardi di dollari in revenue nel 2021, il più forte tra i marchi Kering. Certo, di mezzo c’è stata quella che si chiama “brand fatigue”, che nell’epoca della moda consumata sui social arriva sempre più in fretta, sempre più spietata. L’idea di lavorare su un solo universo estetico, come ha fatto magistralmente proprio Alessandro Michele o Demna Gvasalia da Balenciaga, un universo che fosse grande e malleabile e contraddittorio abbastanza da poter contenere tutte le conversazioni sul contemporaneo, sembra oggi soccombere di nuovo alla stagionalità dei trend, alla pressante richiesta di novità e prodotto che, soprattutto nel bel mezzo della crisi causata dal Covid, la moda aveva spergiurato di voler mettere definitivamente in discussione.

Parlare di stagionalità e trend sembra quasi uno scherzo se non proprio una ingenuità, considerando che oggi una moltitudine di estetiche differenti, ma comunque sempre rimasticate, riesce a coesistere negli stessi spazi digitali, ma è proprio la parcellizzazione infinita delle nicchie di gusto causata dai social media, unita allo sbriciolamento delle classiche suddivisioni di mercato dovuta all’impatto dello streetwear sul lusso, a consegnarci uno scenario in cui le revenue non sono mai abbastanza, il nuovo mai abbastanza nuovo, la moda mai abbastanza di moda. Non che la cosa abbia sorpreso nessuno, ma le proporzioni che il fenomeno assume sono notevolmente differenti dal passato. Solo qualche giorno fa, commentando la chiusura del suo marchio, scrivevo dell’eccezionalità della carriera di Raf Simons, che ha avuto occasioni che a tanti designer suoi coetanei non sono capitate e che nonostante ciò non è riuscito (o non ha voluto) a mantenere il brand che porta il suo nome. Oggi commentiamo l’addio dell’unica vera icona pop della moda contemporanea al marchio che ha rilanciato: se certamente l’industria continuerà a fare l’industria e tra qualche mese si parlerà del nuovo corso, qui si spera anche che Alessandro Michele continuerà sempre a fare, a essere, Alessandro Michele.

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