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Milena Gabanelli è diventata meritatamente virale per aver detto che «Dio non ci ha ordinato di metterci a 90 gradi» davanti agli Usa Lo ha detto durante un collegamento con il TgLa7 di Enrico Mentana, rimasto anche lui piuttosto sorpreso dalla severissima uscita della collega.
L’Unione europea ha scorte di petrolio sufficienti per tre mesi e c’è chi inizia a essere seriamente preoccupato Con il petrolio che ha superato i 100 dollari al barile e lo Stretto di Hormuz chiuso, l'Europa inizia a guardare con una certa inquietudine alle sue riserve energetiche.
Un bambino di 9 nove anni ha presentato la sua collezione couture alla fashion week di Parigi Si chiama Max Alexander, ha quasi 6 milioni di follower su Instagram, Sharon Stone come cliente, e in sogno ha scoperto di essere la reincarnazione di Guccio Gucci.
Tutti i teatri dell’opera del mondo stanno massacrando Timothée Chalamet, compresa la Scala di Milano L'attore ha detto che «a nessuno importa del balletto e dell'opera». Il teatro ha risposto con un video piuttosto piccato.
L’Iran ha fatto un altro cortometraggio in stile Lego The Movie per dare tutta la colpa della guerra a Usa e Israele Era già successo nello scorso giugno, durante i precedenti attacchi di Usa e Israele. Anche in quel caso, i protagonisti era Trump, Netanyahu e Satana.
Il video del nuovo singolo di Olivia Rodrigo è un montaggio di video fatti dai bambini di Gaza, del Sudan, dell’Ucraina e dello Yemen Lo ha pubblicato su Instagram per promuover l'uscita del disco di beneficienza Help(2), per il quale ha realizzato una cover di "The Book of Love".
I creator assoldati per fare propaganda a favore di Israele stanno facendo causa a Israele perché non sono stati pagati Diversi enti governativi israeliani avrebbero debiti per milioni con studi di produzione e creator assunti per influenzare l'opinione pubblica.
Polymarket è stata costretta a chiudere la pagina in cui faceva scommettere sull’imminente apocalisse nucleare Si poteva fare una di due scelte: la bomba esploderà entro la fine di marzo? Oppure entro giugno dell'anno prossimo?

Aleksandar Hemon, lo spatriato

Nel suo nuovo libro, Il mondo e tutto ciò che contiene, lo scrittore sperimenta con un linguaggio nuovo ma riprende i temi sempre centrali nella sua opera: fuga, spaesamento, sopravvivenza.

29 Novembre 2023

Come molti bravi autori e autrici Aleksandar Hemon ha scritto quasi sempre lo stesso libro. O comunque, i suoi romanzi hanno sempre girato intorno a un tema, quello del “displacement”: il dislocamento, lo sradicamento, la fuga dal Paese natio, le mescolanze culturali e i ricordi che formano un expat forzato, la sopravvivenza e il riadattamento in un luogo straniero, il ricominciare la vita dopo che la casa in cui si è cresciuti è stata abbandonata, bruciata, bombardata. In Nowhere Man (Einaudi) del 2002 Hemon raccontava di un uomo nato in Bosnia che va a vivere a Chicago, come lui. Ne Il progetto Lazarus (Einaudi) raccontava di un aspirante scrittore bosniaco che cerca di ricostruire la vita di un immigrato, sopravvissuto ai pogrom dell’Europa orientale, ucciso da un poliziotto a Chicago. Nel libro del 2020 I miei genitori/Tutto questo non ti appartiene (Crocetti) Hemon passa direttamente alla scrittura autobiografica e racconta dei suoi genitori, che, con lo scoppio della guerra, da Sarajevo sono andati in Canada, dove cercano di ricostruirsi una vita, mentre lui vede il suo Paese disgregarsi tenendo in mano un passaporto di una nazione che non esiste più, la Jugoslavia. I genitori raccontano e mostrano nel loro modo di vivere i valori con cui sono cresciuti, il dislocamento è anche valoriale oltre che alimentare, linguistico e culturale.

Nel suo nuovo romanzo, Il mondo e tutto ciò che contiene (Crocetti, traduzione di Maurizia Balmelli), Hemon fa un altro passo indietro. Sempre ossessionato da questi temi, va a cercare nella storia tutti i retroscena, i meccanismi che hanno portato a questo dislocamento che lui ha vissuto in prima persona. Prende il suo tema alla larga, ma tenendolo sempre ben presente, partendo dall’uccisione dell’Arciduca Francesco Ferdinando, quello che nei libri di scuola veniva considerata “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. L’arciduca viene ucciso proprio a Sarajevo, la città dove Hemon nascerà nel 1964 e che sarà costretto a lasciare. Nel caso di Hemon ambientare un libro nel primo Novecento, lontano da autofiction celate o meno, è un modo comunque per raccontare sé stessi.

Non tanto seguendo la tradizione sette e ottocentesca del romanzo storico come specchio del presente – la Milano occupata dagli spagnoli di Renzo e Lucia è la Milano occupata dagli austriaci in cui vive il Manzoni – ma più come ricerca per trovare il bandolo della matassa, per trovare il peccato originale dove tutto è iniziato, da dove sono partite le azioni che hanno portato alla sofferenza della mia famiglia e alla distruzione della mia casa. Un po’ come in Non ci resta che piangere, quando Roberto Benigni e Massimo Troisi arrivati nel passato cercano di bloccare Cristoforo Colombo, in modo che non scopra l’America, così la sorella del primo non verrà maltrattata da un americano.

Il mondo e tutto ciò che contiene parte appunto dall’inizio della prima guerra. Il giovane protagonista, Pinto, educato a Vienna, sta lavorando nella farmacia di famiglia. La guerra lo trasforma in soldato, e saranno le cure e le carezze di un commilitone a farlo sopravvivere. Vedrà la distruzione, gli orrori, i compagni col cervello spappolato da bombe e proiettili. I due soldati-amanti vengono prima uniti e poi separati dallo stesso conflitto che sta cambiando il volto delle nazioni europee e asiatiche. A Pinto viene affidata una ragazza, andranno in giro per un mondo sempre più a ferro e fuoco. Uiguri e cammelli nel deserto del Taklamakan, donne kirghise, cosacchi e iurte, scenari da Grande Gioco o da Corto Maltese. Ma non è solo negli avvenimenti storici che viviamo il displacement.

Hemon ha iniziato a scrivere in inglese solo dopo i vent’anni, quando è arrivato negli Stati Uniti. In un’intervista al New York Times alla domanda: cos’è che ti tocca, cos’è che ti commuove di più in un romanzo, aveva risposto: «Il linguaggio». In Il mondo e tutto ciò che contiene troviamo frasi in altre lingue. Troviamo frasi in tedesco, in bosniaco e frasi prese dal Talmud, parole in ladino – Pinto è ebreo sefardita e, seppure laico, ha sempre in testa i detti rabbinici. Troviamo termini in altre lingue, il cui significato, da lettori, possiamo solo immaginare o intuirne, ma che nonostante questo capiamo lo stesso. «Nel Pamir ho sparato a qualche chukar». «La gran eskuridad». «Il suo pata diventa duro». La Babele che si deve attraversare per arrivare dalla Sarajevo del 1914 alla Shanghai degli anni Trenta e Quaranta è un continuo segnale di allarme e di sconforto per l’uomo che ha perso le radici, che deve ogni giorno trovare un modo per farsi capire con una lingua nuova ogni giorno, una lingua che non è quella di suo padre. «Quando ero piccolo avrei voluto essere un albero in un giardino», confida a un certo punto Pinto al commilitone. Un albero resta fermo in un posto e non parla.

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