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03:32 martedì 5 maggio 2026
In Inghilterra vogliono costruire nuove case popolari per risolvere la crisi abitativa ma c’è un problema: molti dei terreni su cui costruire sono occupati dai campi da golf Il governo Starmer vuole costruire un milione e mezzo di case nei prossimi cinque anni. Ma lo spazio è poco e da qui l'idea di usare i campi da golf.
Quest’estate arriveranno nei cinema italiani quattro film inediti di Hirokazu Kore-eda Dal 14 maggio all'1 luglio BIM porterà in sala quattro opere giovanili del regista, mai distribuite prima nel nostro Paese.
Un tribunale cinese ha stabilito che le aziende non possono licenziare i lavoratori per sostituirli con l’AI «L’intelligenza artificiale dovrebbe essere utilizzata per creare lavoro, promuovere l’occupazione e migliorare i salari», si legge nella sentenza.
Palantir ha lanciato la sua giacca da lavoro anche se nessuno l’ha chiesta e nessuno la vuole Anche perché non costa neanche poco: 239 dollari per un oggetto brandizzato da una delle aziende più controverse e criticate del mondo.
Fred Again ha messo tutti i pezzi che ha suonato nel suo USB002 tour in un video lungo 108 ore e l’ha pubblicato su YouTube Secondo gli storici di YouTube, è il video più lungo mai pubblicato dalla piattaforma. Anche uno dei più belli, ci permettiamo di aggiungere.
Costruirsi un cyberdeck è diventata l’ultima forma di protesta contro la prepotenza di Big Tech Sono piccoli computer "artigianali", costruiti con pezzi vecchi, economici e di seconda mano, e personalizzati in ogni modo possibile e immaginabile.
Tolti gli Stati Uniti, l’Italia è il Paese in cui Il diavolo veste Prada 2 sta incassando di più in tutto il mondo Il film sta infrangendo record su record al botteghino italiano: ha già superato il milione di presenze in un solo fine settimana di programmazione.
Si è svolta in Colombia la prima conferenza dei Paesi che vogliono abbandonare per sempre i combustibili fossili Vi hanno preso parte 57 Paesi (compresa, a sorpresa, l'Italia). L'obiettivo è liberarsi della dipendenza dal fossile immediatamente.

Aleksandar Hemon, lo spatriato

Nel suo nuovo libro, Il mondo e tutto ciò che contiene, lo scrittore sperimenta con un linguaggio nuovo ma riprende i temi sempre centrali nella sua opera: fuga, spaesamento, sopravvivenza.

29 Novembre 2023

Come molti bravi autori e autrici Aleksandar Hemon ha scritto quasi sempre lo stesso libro. O comunque, i suoi romanzi hanno sempre girato intorno a un tema, quello del “displacement”: il dislocamento, lo sradicamento, la fuga dal Paese natio, le mescolanze culturali e i ricordi che formano un expat forzato, la sopravvivenza e il riadattamento in un luogo straniero, il ricominciare la vita dopo che la casa in cui si è cresciuti è stata abbandonata, bruciata, bombardata. In Nowhere Man (Einaudi) del 2002 Hemon raccontava di un uomo nato in Bosnia che va a vivere a Chicago, come lui. Ne Il progetto Lazarus (Einaudi) raccontava di un aspirante scrittore bosniaco che cerca di ricostruire la vita di un immigrato, sopravvissuto ai pogrom dell’Europa orientale, ucciso da un poliziotto a Chicago. Nel libro del 2020 I miei genitori/Tutto questo non ti appartiene (Crocetti) Hemon passa direttamente alla scrittura autobiografica e racconta dei suoi genitori, che, con lo scoppio della guerra, da Sarajevo sono andati in Canada, dove cercano di ricostruirsi una vita, mentre lui vede il suo Paese disgregarsi tenendo in mano un passaporto di una nazione che non esiste più, la Jugoslavia. I genitori raccontano e mostrano nel loro modo di vivere i valori con cui sono cresciuti, il dislocamento è anche valoriale oltre che alimentare, linguistico e culturale.

Nel suo nuovo romanzo, Il mondo e tutto ciò che contiene (Crocetti, traduzione di Maurizia Balmelli), Hemon fa un altro passo indietro. Sempre ossessionato da questi temi, va a cercare nella storia tutti i retroscena, i meccanismi che hanno portato a questo dislocamento che lui ha vissuto in prima persona. Prende il suo tema alla larga, ma tenendolo sempre ben presente, partendo dall’uccisione dell’Arciduca Francesco Ferdinando, quello che nei libri di scuola veniva considerata “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. L’arciduca viene ucciso proprio a Sarajevo, la città dove Hemon nascerà nel 1964 e che sarà costretto a lasciare. Nel caso di Hemon ambientare un libro nel primo Novecento, lontano da autofiction celate o meno, è un modo comunque per raccontare sé stessi.

Non tanto seguendo la tradizione sette e ottocentesca del romanzo storico come specchio del presente – la Milano occupata dagli spagnoli di Renzo e Lucia è la Milano occupata dagli austriaci in cui vive il Manzoni – ma più come ricerca per trovare il bandolo della matassa, per trovare il peccato originale dove tutto è iniziato, da dove sono partite le azioni che hanno portato alla sofferenza della mia famiglia e alla distruzione della mia casa. Un po’ come in Non ci resta che piangere, quando Roberto Benigni e Massimo Troisi arrivati nel passato cercano di bloccare Cristoforo Colombo, in modo che non scopra l’America, così la sorella del primo non verrà maltrattata da un americano.

Il mondo e tutto ciò che contiene parte appunto dall’inizio della prima guerra. Il giovane protagonista, Pinto, educato a Vienna, sta lavorando nella farmacia di famiglia. La guerra lo trasforma in soldato, e saranno le cure e le carezze di un commilitone a farlo sopravvivere. Vedrà la distruzione, gli orrori, i compagni col cervello spappolato da bombe e proiettili. I due soldati-amanti vengono prima uniti e poi separati dallo stesso conflitto che sta cambiando il volto delle nazioni europee e asiatiche. A Pinto viene affidata una ragazza, andranno in giro per un mondo sempre più a ferro e fuoco. Uiguri e cammelli nel deserto del Taklamakan, donne kirghise, cosacchi e iurte, scenari da Grande Gioco o da Corto Maltese. Ma non è solo negli avvenimenti storici che viviamo il displacement.

Hemon ha iniziato a scrivere in inglese solo dopo i vent’anni, quando è arrivato negli Stati Uniti. In un’intervista al New York Times alla domanda: cos’è che ti tocca, cos’è che ti commuove di più in un romanzo, aveva risposto: «Il linguaggio». In Il mondo e tutto ciò che contiene troviamo frasi in altre lingue. Troviamo frasi in tedesco, in bosniaco e frasi prese dal Talmud, parole in ladino – Pinto è ebreo sefardita e, seppure laico, ha sempre in testa i detti rabbinici. Troviamo termini in altre lingue, il cui significato, da lettori, possiamo solo immaginare o intuirne, ma che nonostante questo capiamo lo stesso. «Nel Pamir ho sparato a qualche chukar». «La gran eskuridad». «Il suo pata diventa duro». La Babele che si deve attraversare per arrivare dalla Sarajevo del 1914 alla Shanghai degli anni Trenta e Quaranta è un continuo segnale di allarme e di sconforto per l’uomo che ha perso le radici, che deve ogni giorno trovare un modo per farsi capire con una lingua nuova ogni giorno, una lingua che non è quella di suo padre. «Quando ero piccolo avrei voluto essere un albero in un giardino», confida a un certo punto Pinto al commilitone. Un albero resta fermo in un posto e non parla.

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