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Il movimento per la casa ha ottenuto una vittoria storica, ed è tutto merito di una 87enne spagnola che ha rifiutato di farsi sfrattare dalla casa in cui viveva da 70 anni Il 23 settembre Maricarmen Abascal è stata portata fuori in barella dalla sua casa di Madrid, sfrattata dal fondo di investimento che ne è proprietario. Ne è nata una protesta che ha costretto il governo Sanchez a intervenire.
L’ultima iniziativa di Mamdani è regalare 70 mila biglietti per l’opera ai newyorkesi che non si sono mai potuti permettere di andarci L'iniziativa si chiama Opera for All: i biglietti saranno distribuiti via lotteria, 10 mila al mese per tutta la stagione del Metropolitan Opera.
Dopo quasi trent’anni uscirà un nuovo romanzo di Donald Antrim, il più tragico, spassoso, originale, misterioso e fenomenale degli scrittori americani Arriverà il 12 gennaio 2027 negli Usa, si intitolerà My Eliot ed è già considerato il romanzo più antrimiano di tutti.
Una stilista inglese ha realizzato un’intera collezione usando soltanto le tende abbandonate ai festival musicali Lei si chiama Tilly Lawless e ha personalmente recuperato tutte le tende che ha poi trasformato in vestiti, girando i festival di tutta l'Inghilterra.
L’agente Cooper di Twin Peaks ha scritto un’autobiografia in cui però parla più di David Lynch che di se stesso Si intitola Fictional Selves, è uscita il 29 settembre e in realtà è l'autobiografia di Kyle MacLachlan. Ma la parte su Lynch resta vera.
Novo Nordisk, l’azienda che produce l’Ozempic, sta lavorando a un farmaco per “curare” definitivamente le calvizie Nella decisione c'entra anche il fatto che il mercato dei farmaci anti-obesità si fa sempre più competitivo. Oltre alla non lontanissima scadenza del brevetto dell'Ozempic.
C’è uno spettacolo teatrale che ripercorre tutto il processo Pelicot: è lungo 4 ore, sta andando in scena in tutto il mondo ma solo per una notte in ogni città È già passato da Avignone, città del processo, da New York, da Londra e altri 12 Paesi. A New York, tra il pubblico c'era anche Pelicot.
Umberto Pizzi ha pubblicato parte del suo leggendario archivio fotografico sul suo sito personale, aperto e gratuito per tutti È morto oggi, a 88 anni, uno dei più famosi fotografi della storia d'Italia, reporter di guerra, paparazzo gentiluomo e anima del Cafonal di Dagospia.

Akwaeke Emezi, l’oltredonna

Il secondo di una serie di articoli in cui approfondiremo i 5 ritratti che accompagnano la storia di copertina: le nuove voci dell'identità femminile.

06 Aprile 2018

Questo è il secondo di una serie di articoli in cui approfondiremo i 5 ritratti di autrici che accompagnano una delle due storie di copertina del numero 34 di Studio, “Sally Rooney e le ragazze di oggi”, in cui abbiamo provato a capire come sta cambiando il modo di raccontare le relazioni e l’identità femminile. Di questo parleremo anche a Studio alla Holden, un pomeriggio di incontri e conversazioni che si terrà sabato 7 aprile a Torino, nella sede della scuola Holden.

Nella fotografia scattata da Annie Leibovitz, Akwaeke Emezi indossa un abito Gucci arancione, decorato da una fantasia di rose fucsia e foglie verdi. Sua sorella, Yagazie è in camicia bianca Calvin Klein Jeans e pantaloni rossi Rag & Bone. Entrambe sono molto belle. Leibovitz le ha fotografate nella libreria Human Relations di Bushwick, a Brooklyn. La fotografia fa parte di una serie di profili apparsi sul numero di febbraio di Vogue Usa, in un articolo intitolato «5 famiglie che stanno cambiando il mondo come lo conosciamo». I componenti delle famiglie ritratte sono tutti a dir poco fotogenici (dopotutto si tratta di Vogue), ma le due sorelle hanno un’intensità strana, che buca la pagina: i loro sguardi ci sfidano e i loro corpi sembrano più vivi e nudi di quelli degli altri. Nel breve profilo che accompagna la foto, si spiega che le due sono entrambe artiste: differiscono nei loro approcci (una scrive, l’altra fotografa), ma entrambe si interrogano sull’identità e sul modo in cui una persona si auto-identifica e auto-rappresenta.

Per osservare il lavoro di Yagazie basta andare a visitare il suo curatissimo profilo Instagram (133k follower), dove raccoglie molte delle sue foto. Investita da un camion quando aveva più o meno sei anni (proprio come la sorellina della protagonista dell’acclamato libro di Akwaeke, che infatti è autobiografico), Yagazie è cresciuta con una serie di importanti cicatrici. Parlando con Vogue, ha definito l’esperienza più formativa che traumatica: «Ho avuto questi segni sul corpo per la maggior parte della mia vita, non riuscirei a pensare a me stessa senza». Per il suo progetto Re‑learning Bodies, ancora in corso, fotografa da vicinissimo le cicatrici e la pelle di uomini e donne africani. Molte di queste foto sono visibili suo suo profilo, pieno di ritratti e autoritratti. 

Akwaeke sembra condividere con la sorella lo stesso tipo di approccio superomista nei confronti della vita (e un ottimo profilo Instagram: 26,4k followers). Oltre che con la penna e i social, se la cava bene anche con l’arte contemporanea, tanto che ha recentemente esposto la sua serie di video THE UNBLINDING nella sede di Harlem della prestigiosa galleria Gavin Brown. Anche lei, come Yagazie, è una donna fieramente work in progress. Anzi, a essere precisi, Akwaeke non si ritiene nemmeno una donna: ha oltrepassato perfino questo limite, il dovere di appartenere a uno o all’altro genere sessuale. L’ha spiegato in un lungo testo pubblicato a gennaio su The Cut, in cui ha raccontato l’intervento chirurgico col quale si è fatta rimuovere l’utero e i motivi che l’hanno portata a decidere di farlo.

Akwaeke si definisce un ogbanje, una specie di spirito che prospera nel corpo di alcuni esseri umani da quando sono bambini. Di questa stranissima storia dell’ogbanje (stranissima per noi, ma non per gli Igbo, uno dei più grandi gruppi etnici africani: fa parte delle loro credenze religiose da sempre), Akwaeke parla anche nel suo apprezzatissimo esordio letterario, Freshwater. Proprio come l’autrice, che sul suo sito si definisce prima di tutto Igbo e Tamil, la protagonista del libro è nata a Umuahia (Nigeria) da genitori cristiani, ma trascorre gli anni dell’adolescenza a New York, dove, per semplificare, si comporta come una ragazza dominata dal disturbo di personalità borderline. È come se dentro di lei pulsasse una disperazione inesauribile e misteriosissima, la cui radice, essendo introvabile, risulta impossibile da estirpare. In questi anni difficili, la ragazza, che era già una bambina molto inquieta, subisce una serie di abusi, esagera con l’alcool e le droghe, si fa del male, e si ritrova molto vicina alla morte (l’autrice sa di cosa sta parlando: come racconta Katy Waldman sul New Yorker, lei stessa ha tentato il suicidio).

Ma a rendere questo libro sconvolgente, oltre alla storia di una ragazza che la medicina definirebbe schizofrenica (ma in realtà contiene in sé una moltitudine di entità), è la voce narrante: la protagonista non si racconta attraverso un “io”, né viene raccontata da un narratore onnisciente che ci parla di una “lei”. La sua vita ci viene presentata attraverso lo sguardo di un “noi”, e cioè dal punto di vista degli spiriti che la dominano, che, essendo spiriti, scrivono come tali: mescolando uno strano linguaggio mistico-epico (tra la Bibbia e Nietzsche) alla più lineare descrizione della quotidianità contemporanea, e unendo lo sguardo stupito degli alieni (ah, questi strani umani!) con quello saggio degli dei che tutto sanno.

Quando l’ho intervistata per la storia di copertina del numero 34 di Studio, Sally Rooney (autrice di Parlarne tra amici, Einaudi, caso editoriale degli ultimi mesi), ha voluto sottolineare come Frances, la protagonista del suo libro, fosse una ragazza che si trova molto più a suo agio nella mente che nel corpo. «Sono sicura che non è l’unica giovane donna a sentirsi così». Dovendo per forza sintetizzare, si potrebbe dire che il dolore di un’anima obbligata a sopportare la gabbia della carne è uno dei temi principali di Freshwater («Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?»: famosa frase di Virginia Woolf). Non soltanto la difficoltà di abitare un corpo grasso o imperfetto o femminile (c’è anche questo nel libro di Emezi), ma un disagio squisitamente mistico: la prigione del corpo condanna uno spirito estremamente ampio e potente in uno spazio e in un tempo definito, dunque insopportabile (limiti che sia Woolf in Orlando che Emezi in questo libro oltrepassano grazie alla scrittura).

Un post condiviso da akwaeke emezi (@azemezi) in data:

Freshwater è stato iper condiviso su Instagram (sarà anche merito della bellissima copertina) e ottimamente recensito dal New York Times. È insieme assolutamente unico nel suo genere eppure esemplare nell’incarnare lo spirito del tempo. È antichissimo e più che nuovo. Esplora il territorio di confine tra la magia e la malattia mentale, la fede e la pazzia, la spiritualità e la realtà, ma affronta anche tematiche razziali e sessuali. Soprattutto indaga la possibilità di ricrearsi attraverso il linguaggio e le parole, mescolando il Nietzsche di Su verità e menzogna in senso extramorale al romanzo di formazione femminile iper-contemporaneo. Insomma, Akwaeke Emezi è riuscita a scrivere un libro che parla della realtà quotidiana e al tempo stesso trabocca di immagini simboliche potentissime (una fra tutte, quella del serpente: per i cristiani è il simbolo del diavolo e del peccato originale, per gli Igbo la figura sacra per eccellenza, la madre dell’ogbanje, «dalla cui bocca sgorga acqua fresca»). E in più, si veste da dio.

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