Cultura | Media

Graydon Carter: passato e futuro

Icona del giornalismo americano, dopo aver lasciato la direzione di Vanity Fair, lancia un nuovo e atteso progetto, la newsletter Air Mail, che parte il 20 luglio.

di Studio

Graydon Carter al Toronto International Film Festival, il 14 settembre 2004 (Evan Agostini/Getty Images)

Non è certo la prima volta che Graydon Carter, 70 anni compiuti il 14 luglio, si lancia in un progetto che potrebbe cambiare il modo di fare i giornali: si chiama Air Mail e, a quanto si è capito dalle poche informazioni a disposizione, sarà qualcosa di più di una newsletter, una specie di club per lettori intelligenti (dal 20 luglio ne sapremo di più).

La storia della carriera di Carter è anche la storia di una porzione fondamentale del giornalismo americano degli ultimi 50 anni. Il suo primissimo impiego non ha niente a che fare con le riviste: da giovane collegava i fili dei pali del telegrafo presso le ferrovie della provincia rurale del Saskatchewan, nel Canada occidentale. A quanto pare non era molto portato per il lavoro, ma stava simpatico a tutti (lo racconta Jennifer Senior in questo bellissimo ritratto uscito sul New York Magazine nel lontano 2000): inventava soprannomi cattivissimi e geniali, aveva i capelli lunghi fino alle spalle e i denti bianchissimi. «La maggior parte dei suoi colleghi erano detenuti, ferrovieri o entrambi. Carter aveva origini borghesi ed era già una specie di dandy. Quando arrivò al deposito Winnipeg nella primavera del 1970, indossava un paio di Adidas nuove di zecca e portava un grosso zaino pieno di libri: Kerouac, Brautigan, copie lacere del National Lampoon». In più, fingeva di essere ebreo: gli sembrava di aver capito, grazie alle sue letture, che per diventare un intellettuale a New York fosse necessario.

Prima di approdare nella città tanto agognata, Carter tenta – invano – di terminare due università a Ottawa. A 24 anni fonda il mensile The Canadian Review (va in bancarotta dopo 5 anni, ma ottiene un certo successo). A 29 anni, finalmente, si sposta a New York. Inizia a scrivere per il Time, 5 anni dopo passa a Life. Nel 1986, insieme a Kurt Andersen (conosciuto negli anni del Time) fonda la rivista satirica Spy, una specie di parodia irriverente e maleducata di Vanity Fair, specializzata nel deridere in modo acutissimo, creativo e crudele l’industria dell’intrattenimento, l’alta società e i media americani, raccontando il lato oscuro dei personaggi famosi, da John F. Kennedy Jr. a Arnold Schwarzenegger, con un’attenzione particolare alle malefatte di Donald Trump e dell’allora sua moglie Ivana.

Dopo essere diventato editor del New York Observer (e, nel giro di un anno, averlo rinnovato completamente), Carter viene invitato a sostituire la direttrice di Vanity Fair, Tina Brown, passata al New Yorker: resterà al timone della rivista dal 1992 al 2017 (giusto il tempo di vincere 11 National Magazine Awards). Sotto la guida di Carter, ossessionato dalle celebrità, i miliardari e gli aristocratici, soprattutto quando si comportano male, Vanity Fair pubblica i suoi migliori scoop: la rivelazione dell’identità di Gola Profonda, l’intervista a Monica Lewinsky sul rapporto con Bill Clinton, vent’anni dopo, la prima copertina con Caitlyn Jenner, ma anche gli editoriali contro la presidenza di George W. Bush e l’intervento in Iraq. Nel 1995 l’invenzione dell’Hollywood Issue, un numero speciale dedicato alle celebrities (spesso fotografate da Annie Leibovitz) pubblicato in concomitanza con gli Oscar, e l’idea di organizzare il famoso after party di Vanity Fair, l’evento al quale le star non possono assolutamente non partecipare.

Nel 2009, sul Guardian, Polly Vernon intervista il secondo direttore di magazine più famoso del mondo, che adesso possiede anche due ristoranti a Manhattan (la prima è Anna Wintour). Lui si sente molto meno riconoscibile: «Se stessi fermo per un po’ all’entrata di un hotel», immagina, «prima o poi qualcuno mi consegnerebbe le chiavi dell’auto. C’è qualcosa nel mio modo di fare che dice: “parcheggiatore”». Bombardare l’interlocutore con battute autoironiche e indulgere nell’autocommiserazione: è il suo modo di fare conversazione, ci spiega Vernon. Ma lui e Wintour hanno davvero qualcosa in comune. Prima di tutto entrambi hanno conservato negli anni un’acconciatura inconfondibile (che sia questo il segreto del successo? Non dover pensare ai capelli, in effetti, lascia il giusto spazio a tutto il resto). Al caschetto rigido di Wintour, Carter risponde con le sue soffici onde, una di qua e una di là (oggi bianchissime). E poi, tutti e due hanno ispirato dei libri che sono poi diventati film: il Diavolo veste Prada di Carter si chiama How to Lose Friends and Alienate People, tratto dal memoir del 2001 firmato dall’ex giornalista di Vanity Fair Toby Young.

Interrogato da Vernon sul segreto per avere successo nel suo settore, Carter risponde «essere gentili». Sii gentile, carino, dice, e le cose accadranno: «Le persone pensano di dover essere ambiziose, ma a una certa età, tutto ciò che desideri è essere circondato da persone simpatiche». A pronunciare queste parole è l’uomo che ha pubblicato alcuni tra gli articoli più velenosi d’America. Proprio in questi giorni, tra l’altro, è esplosa la polemica sulla censura parziale, ad opera di Carter, di un pezzo di Vicky Ward che, già nel 2002, conteneva alcune testimonianze contro Jeffrey Epstein: le informazioni che stanno venendo a galla descriverebbero Carter come un editor pronto a tagliare, negli articoli, le parti che avrebbero potuto dare fastidio a determinati personaggi.

Donald Trump non è mai stato risparmiato: Carter si è sempre scagliato con fermezza contro di lui, soprattutto su Spy, ricevendo in cambio un’infinità di insulti, anche via Twitter – si narra che nel suo ufficio da Vanity Fair avesse riempito una parete con le copie incorniciate dei 49 tweet che Trump ha scritto contro di lui, e che davanti ai suoi ospiti lo commentasse dicendo: «questo è l’unico muro costruito dal Presidente»). Nel 1993, però, Carter era stato invitato – e aveva partecipato – al matrimonio di Trump con Marla Maples. Oggi ha deciso di lasciar perdere il suo nemico numero 1: Air Mail, la sua nuova newsletter digitale, ideata insieme a Alessandra Stanley (ex giornalista del New York Times),«è progettata per vivere in un mondo senza Trump».

Air Mail debutterà il 20 luglio e si rivolge a un lettore sofisticato, cosmopolita, «viaggiatore del mondo». «Ci piace pensarla», spiegano Carter e Alessandra Stanley sul sito di Air Mail, «come l’edizione digitale del weekend di un inesistente quotidiano internazionale». Iscriversi costa meno di un dollaro a settimana: il contributo richiesto per un anno di abbonamento è di 50 dollari (ed è ecologico, sottolineano). Air Mail promette di inviare ogni sabato articoli scritti dai migliori giornalisti del mondo in qualsiasi campo: politica, business, ambiente, arte, letteratura, film, televisione, cibo, design, viaggi, architettura, società, moda. L’intenzione di Carter è di raggiungere un pubblico vasto, dalle ultime generazioni ai lettori abbastanza grandi da cogliere l’associazione con le buste coi bordi rosso e blu della vecchia posta aerea. Lui ne ha conservata qualcuna, dice: le usa come segnalibri.

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