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01:35 martedì 17 marzo 2026
Il creatore di Fortnite sta usando i miliardi guadagnati con il videogioco per comprare foreste e salvarle dall’abbattimento Tim Sweeney sta usando il suo patrimonio personale per salvare milioni di chilometri quadrati di foresta, sottraendoli alla speculazione immobiliare.
Agli Oscar due film hanno vinto lo stesso premio e così molte persone hanno scoperto che agli Oscar si può pareggiare e che è già successo sette volte in passato È avvenuto nella categoria Miglior cortometraggio live action, dove il premio lo hanno vinto sia The Singers che Two People Exchanging Saliva.
In Voce Triennale arriva Equinozio, tre giorni e tre notti di concerti, performance e talk per festeggiare l’inizio della primavera Da venerdì 20 a domenica 22 marzo «una lunga e leggera progressione di danze», come l'ha definita il curatore Carlo Antonelli.
Macron ha usato una canzone dei Justice come colonna sonora del video in cui presenta il nuovo arsenale nucleare francese Il post è stato successivamente modificato per rimuovere la canzone, lasciando solo le parole nette del Presidente sull’invincibilità delle armi nucleari francesi.
Il siparietto tra Anna Wintour e Anne Hathaway sul palco degli Oscar è la miglior trovata della campagna promozionale del Diavolo veste Prada 2 Non c'è ancora la certezza matematica della sua partecipazione al sequel, ma sul palco degli Oscar di ieri si è molto immedesimata nel ruolo di Miranda Priestly.
A Sean Penn importa così poco di aver vinto l’Oscar che non si è presentato alla cerimonia e non ha mandato nessuno a ritirare il premio al posto suo «Non ha potuto essere qui questa sera, o non ha voluto, quindi ritirerò il premio a suo nome», ha detto Kieran Culkin, che ha ritirato il premio per lui.
Il “No to War and Free Palestine” di Javier Bardem è diventato il momento più rivisto e commentato di questi Oscar L'attore è salito sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles per presentare il premio al Miglior film internazionale. Ma prima ha voluto lanciare un messaggio.
Due episodi di Doctor Who degli anni ’60 che si pensava fossero andati perduti sono stati ritrovati in uno scatolone nella casa di un collezionista Si tratta, tra l'altro, di due puntate molto importanti perché raccontano la storia dei Dalek, i villain più famosi dell'universo di Doctor Who.

Sta arrivando il momento della Grande Disiscrizione?

L'offerta delle piattaforme streaming si avvicina ormai all'infinito ma i prodotti rilevanti sembrano pochissimi: forse è arrivato il momento di chiedersi che senso abbia continuare a pagare abbonamenti sempre più cari per migliaia di serie che non si vedranno mai.

13 Aprile 2022

Nel 2015 John Landgraf, l’amministratore delegato di FX, disse che la bolla della “peak tv” era ormai prossima all’esplosione. «Ora come ora abbiamo semplicemente troppa televisione. Per come la vedo io, nel 2015 o al più tardi nel 2016 la tv raggiungerà il picco, e da quel momento in poi cominceremo a vedere una diminuzione costante nel numero di nuovi show originali prodotti ogni anno». Landgraf sbagliò clamorosamente la previsione: nei cinque anni successivi a quella dichiarazione, il numero di nuovi show originali prodotti ogni anno è aumentato del 37 per cento. La curva continua a salire ancora oggi, nonostante un leggero rallentamento dovuto alla pandemia. La bolla continua a gonfiarsi e l’esplosione non sembra affatto vicina.

Il lancio di sempre più piattaforme di streaming ha prodotto le streaming wars. La “peak tv” di cui parlava Landgraf è effettivamente finita, ma non nel senso che intendeva lui: si è spostato tutto dalla televisione “tradizionale” a quella “nuova”. Landgraf stesso ormai non lavora più per la tv come l’abbiamo intesa fino all’inizio degli Anni Dieci: Disney ha comprato Fox, e ora il principale compito di Landgraf consiste nel trasferire la programmazione di FX su Hulu. Quello che Alan Sepinwall definì «il sindaco della tv» ora lavora per una piattaforma streaming. E di lavoro ne ha parecchio: le streaming wars hanno portato una necessità sempre maggiore di contenuti, il passaggio dal palinsesto alla piattaforma ha permesso di superare i limiti di spazio e tempo che avevano caratterizzato la produzione televisiva sin dall’inizio della storia del mezzo. Una trasformazione dell’industria che Reed Hastings, Ceo di Netflix, aveva riassunto con l’ormai famosissima frase: «Il nostro avversario è il sonno». «Sleep is my greatest enemy», si leggeva sul profilo Twitter di Netflix nel 2017.

Nel 2020, prima che la pandemia scombussolasse i piani di tutti, Hollywood aveva deciso di investire 120 miliardi di dollari in nuovi show televisivi. Disney soltanto aveva programmato di spenderne 28 su Disney+. Variety ha cercato di fare i conti: nel 2002 c’erano stati 124 nuovi show, tra broadcast tv e reti via cavo. Nel 2020 le novità sono state 1607. La tv broadcast produce ormai da anni più o meno sempre lo stesso numero di programmi (la cosa ha a che vedere con la demografia: il pubblico che guarda la cara, vecchia tv “in chiaro” è ormai in là con gli anni, vuole sempre le stesse cose e in cambio è disposto a non cambiare canale nemmeno durante la pubblicità). Quella via cavo sempre meno. Le piattaforme streaming sempre di più: se la crescita dovesse rimanere costante, non manca molto al momento in cui Netflix, Amazon Prime, Disney+, Apple TV+, etc. produrranno da sole più contenuti originali di tutto il resto della concorrenza messa assieme. Nella storia dell’industria dell’intrattenimento, uno spettatore non ha mai avuto una scelta vasta come quella che ha a disposizione oggi.

Leggendo questi numeri mi sono cimentato in una sfida con me stesso: tra le migliaia di nuovi show usciti negli ultimi anni (soprattutto in streaming), sceglierne dieci che si potessero definire rilevanti. Non belli, qualsiasi cosa si intenda con questa parola, ma rilevanti, nel senso di capaci di lasciare una traccia nell’immaginario collettivo. La scelta non è stata affatto semplice. Arrivare alla cifra che mi ero prefissato è stato molto più difficile del previsto (e in ogni caso le prime due serie che mi sono venute in mente sono The Walking Dead e Game of Thrones, prodotti pensati, realizzati e distribuiti “alla vecchia maniera”).

Sono andato su internet per assicurarmi che il problema non fosse mio soltanto: magari sono io che non mi ricordo o che non sono stato attento. Da un’indagine veloce ho scoperto un sacco di thread, post, tweet in cui moltissime persone mostravano la mia stessa difficoltà. C’è chi lamenta che l’immensità dell’offerta ha causato una sorta di paralisi decisionale: davanti a una disponibilità pressoché infinita, la decisione è impossibile. Altri dicono di non poterne più del binge watching e rimpiangono la settimana di attesa tra un episodio e l’altro della loro serie preferita. Alcuni ammettono di essere semplicemente troppo vecchi: non si può provare la stessa emozione all’idea di vedere la prima, la decima o la centesima serie tv della propria vita. Ci sono gli stufi, stanchi di multiversi che non hanno fine (la colonia televisiva del Marvel Cinematic Universe) e proprietà intellettuali che non si esauriscono mai (gli infiniti prequel, sequel, reboot, spin off di Guerre Stellari di cui è infarcito il catalogo di Disney+). C’è chi, come sempre, dà la colpa a internet, perché è l’alternativa più allettante e intossicante di tutte. Moltissimi piangono la morte dell’hype, quella forma di attesa impaziente che faceva della televisione un rito condiviso e collettivo. Cominciò con i forum dedicati a Lost ed è finito con gli ultimi tre episodi di Game of Thrones, l’hype. Al suo posto è venuta la Fomo, la fear of missing out, il terrore di ritrovarsi tagliati fuori dalla discussione, la sola ragione rimasta per ingozzarsi con l’ultimo titolo finito in tendenza chissà perché nelle ultime ventiquattro ore. Come tutte le paure, la Fomo stanca e molti non ne vogliono sapere più nulla, ormai non ci provano neanche a tenere il passo. Tanti dicono di voler cancellare l’abbonamento a questa o a quella piattaforma streaming, e se non lo hanno fatto finora è solo per dimenticanza o pigrizia o entrambe le cose.

Secondo Cyma Zarghani, ex presidente di Nickelodeon, queste sono soltanto le prime conseguenze del modello squisitamente quantitativo adottato dalle piattaforme streaming in questi anni: «Si è perso molto del processo di sviluppo di un prodotto, ora il punto è la quantità. Un tempo funzionava così: si producevano venti episodi, poi quaranta, poi veniva il merchandise. Il successo si costruiva. Come si costruisce un successo nel mondo dello streaming non lo sa nessuno. Tutti quanti per ora si limitano a fare il più possibile, sperando che alla fine qualcosa funzioni». Tra gli addetti ai lavori comincia a serpeggiare una paura: che succeda con le piattaforme streaming la stessa cosa successa nel passato recente alla tv via cavo e in quello remoto alla tv broadcast. Stanchi dell’incartapecorita offerta della tv broadcast, all’inizio degli anni 2000 gli spettatori si spostarono verso i canali via cavo. La seconda Golden Age della televisione americana è cominciata così: con spettatori stufi di un sacco di show tutti uguali e tutti inutili, ai quali furono offerti (pochi) prodotti di fattura eccelsa e valore immenso, serie che fecero della televisione la vera arte americana, celebrata in un famoso numero del New Yorker. Quando la tv via cavo ha smesso di proporre quello che gli spettatori chiedevano, questi sono andati in massa a sottoscrivere abbonamenti alle piattaforme streaming, i luoghi nei quali si poteva assistere allo spettacolo della Peak Tv. Negli anni di questa migrazione, si è parlato tanto dei cosiddetti “cord cutters”: spettatori, anche affezionati, che dopo anni mollavano la tv via cavo, smettevano di pagare gli abbonamenti, “tagliavano il cavo” e cominciavano a dedicarsi al Netflix and chill. Ora che la stessa stanchezza si comincia ad avvertire anche attorno alle piattaforme streaming, in molti si chiedono: è forse arrivato il momento della Grande Disiscrizione?

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