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Photoshop è il male?

È sempre al centro delle media-polemiche: perché con le sue migliorie illude fino a stravolgere la realtà. Passato e presente, domande (molte) e risposte (alcune) su Photoshop, un programma che ha cambiato la fotografia e non solo.

Non so niente di Photoshop. Quasi niente. Perché non mi intendo di fotografia né di grafica, ma leggo i giornali (on e offline) e i giornali ne parlano sempre, in un modo o nell’altro. Spesso lo fanno in chiave negativa. Perché di Photoshop – il cui ruolo nella fotografia è quello di intervenire sulla foto originale rendendola teoricamente migliore e, comunque, alterandola – vengono fatti usi e abusi. E perché il confine tra modifiche e mistificazioni è molto, molto sottile. Nei campi più svariati.

Negli ultimi dieci giorni (circa) i media hanno affrontato l’argomento fotoritocco nei modi più diversi:

16 gennaio 2014: il sito americano Jezebel offre 10mila dollari a chiunque fornisca una versione non ritoccata delle immagini di cover story del numero di febbraio 2014 di Vogue America. Lo fa per una ragione ben precisa: ad essere ritratta nelle fotografie di Annie Leibovitz è Lena Dunham, pluripremiata sceneggiatrice, regista, produttrice e soprattutto attrice di Girls, serie tv che in sole 2 stagioni e mezza ha tentato di restituire al pubblico un’immagine più o meno veritiera di cosa voglia dire oggi essere giovani (donne) a New York. E lo ha fatto anche a partire dal fisico poco aggraziato, ancor meno tonico e molto tatuato di Lena: Hannah Horvath (il suo personaggio) non ha un corpo invidiabile secondo i canoni proposti dalla moda, dalle riviste e dal cinema eppure azzarda shorts e miniabiti che molte ragazze considerano off limits, e non ha paura di mostrarsi nuda. Anzi.

Lena Dunham Vogue

Nella foto: la cover di Vogue America di febbraio 2014

Fin qui tutto bene, insomma. Peccato che, come accade a pressoché tutte le immagini che vengono pubblicate sui magazine di moda e non solo – specialmente quelle di copertina – i ritratti di Lena siano stati ritoccati con Photoshop, croce e delizia della fotografia contemporanea. Da qui la polemica: «Questo riguarda Vogue e cosa Vogue decide di fare con una donna in particolare, una donna che ha affermato pubblicamente di sentirsi bene com’è e il mondo dovrebbe accettarlo. Quanto Vogue è restio a farlo? Le immagini non alterate ce lo diranno» recita Jezebel, che il giorno dopo pubblica le foto originali e le analizza una per una svelando miglioramenti vari (e anche veri e propri puzzle di immagini). La manipolazione c’è stata e si vede. Dalla polemica Photoshop esce ammaccato, ma non troppo: l’opinione pubblica l’avrà considerato per 15 minuti il Satana della fotografia, ma negli studi di post produzione di tutto il mondo si continua ad usarlo in modo più o meno massiccio. E tutto fa pensare che si continuerà a farlo. C’è da aggiungere che quella di Vogue America non è la prima cover conquistata da Lena Dunham (prima della Bibbia della moda di Condé Nast ci sono stati Interview, New York Magazine, Marie Claire) e non è certo l’unica photoshoppata.

17 gennaio 2014: in occasione del lancio della nuova collezione di lingerie, American Eagle Outfitters presenta online una campagna pubblicitaria le cui immagini non sono state ritoccate con Photoshop. E ne fa una battaglia (culturale, ma soprattutto di marketing): «Mostriamo le ragazze tra i 15 e i 25 anni come sono realmente» dice Jenny Altman, spokeperson dell’azienda. Ricevendo in cambio le dichiarazioni di una delle modelle coinvolte che dice al Daily Mail «Mi piace vedere il mio corpo leggermente ritoccato». Non è il primo brand a fare della crociata contro il foto-ritocco una strategia di marketing: in passato anche Dove, etichetta di prodotti per la cura del corpo, ha voluto promuovere il concetto di “real beauty” con una campagna pubblicitaria priva di alterazioni. Non tanto un inno alle imperfezioni quanto un modo per sancire definitivamente che le imperfezioni sono normali.

Nella foto: un’immagine della campagna American Eagle

24 gennaio 2014: l’Associated Press, storica agenzia di stampa (ma anche di immagini e servizi televisivi con Ap Photo e Aptn) americana, annuncia di aver interrotto la collaborazione con il fotoreporter messicano Narciso Contreras, che non solo lavorava per Ap da anni, ma nel 2013 aveva vinto il Premio Pulitzer con uno dei suoi scatti. Il motivo della brusca interruzione – il lavoro del fotografo è stato comunque sottoposto a una serie di attente analisi e al giudizio dei dirigenti dell’agenzia – è l’alterazione di un’immagine che Contreras ha scattato a settembre durante la guerra in Siria: il fotoreporter, complice quello che viene indicato come “un software” o “un popolare software” nella maggior parte degli articoli, ha tolto dalla fotografia – che immortala un ribelle siriano che imbraccia un fucile – la telecamera di un cameraman appoggiata su una roccia, in basso a sinistra. Ad avvertire i vertici di Ap è stato lo stesso Contreras; forse ignaro (o forse no) della punizione severa che su di lui si sarebbe abbattuta: dopo aver esaminato le circa 500 foto scattate dal messicano per l’agenzia americana in questi anni ( e pur avendo appurato che nessuna di queste era stata alterata in alcun modo) hanno deciso di toglierle dall’archivio Ap. E, appunto, di licenziare il fotoreporter: «La reputazione di Ap è fondamentale – ha commentato Santiago Lyon, vicepresidente e responsabile di Ap Photo – e abbiamo reagito in modo decisivo e forte perché con quest’azione è stato infranto il nostro regolamento. Rimuovere deliberatamente elementi interni dalle nostre fotografie è assolutamente inaccettabile». «Ho preso una decisione sbagliata, forse perché ero stressato» ha risposto Contreras accettando la decisione dell’agenzia senza polemiche. Touché.

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Nella foto: l’immagine scattata da Narciso Contreras nella versione modificata (sotto) e non (sopra)

25 gennaio 2014: il britannico Sunday Times Magazine dedica un servizio (dal titolo “After the fall”, dopo la caduta) all’ex presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi. Un servizio senza precedenti per via delle foto, scattate da Paul Stuart: non sono ritoccate, almeno così si dice. Per la prima volta Berlusconi decide di mostrarsi al mondo per quello che è: un quasi ottantenne che, nonostante i plurimi interventi di chirurgia plastica subiti e il trucco, è pieno di rughe. Niente di sconvolgente: c’era da immaginarlo. Eppure le foto hanno avuto un impatto mediatico importante, abituati come siamo ad un’immagine iper-photoshoppata dell’ex premier, (ricordate il servizio fotografico pubblicato su Vanity Fair Italia nel settembre 2013, in occasione della prima intervista “ufficiale” rilasciata da Francesca Pascale nei panni di fidanzata di Berlusconi?). Il servizio si dice non sia altro che una mossa politica ben ponderata: con un avversario under 40 come Renzi al leader di Forza Italia non resterebbe che guardare agli over 60. Che hanno le rughe, come lui. E che non sono abituati a farsele togliere con Photoshop.

Il servizio pubblicato dal Sunday Times Magazine

Silvio Berlusconi su Vanity Fair Italia, lo scorso settembre

Se non vi siete persi nei meandri dei casi di cui sopra, legati tutti dal medesimo fil rouge, l’argomento del pezzo è sempre lo stesso: Photoshop. A cosa serve davvero? A migliorare la realtà, a far risparmiare tempo ai fotografi stressati? Ma, soprattutto, c’è un modo corretto di utilizzarlo?

Photoshop è un software prodotto dalla Adobe Systems Inc. e permette di elaborare immagini fotografiche e digitali. La storia del programma comincia nel 1987: a creare la prima versione di Photoshop sono due fratelli americani, di cognome fanno Knoll. Thomas, laureato presso la University of Michigan e in lizza per un posto da dottorando, sviluppa un codice di programmazione per visualizzare la scala di grigi di un’immagine sullo schermo di un computer in bianco e nero, il suo Mac Plus. Il codice in questione si chiama Display ed è l’antenato di Photoshop. Thomas coinvolge il fratello, John, e i due si mettono al lavoro sulla fase 2: acquistano un Macintosh II e riscrivono il codice per far funzionare il software sui primi computer a colori. È il 1988: John – che dei due è quello con il fiuto commerciale più sviluppato – gira gli Usa passando da una fiera all’altra per promuovere la versione 0.87 di Photoshop. A mostrare interesse è, per prima, la Barneyscan: decide di acquistare 200 copie del software e di spedirle insieme agli scanner che produce. Nel settembre dello stesso anno l’azienda americana Adobe Systems Inc. acquista la licenza per la distribuzione del programma: Photoshop 1.0 viene rilasciato il 19 febbraio 1990. In questa prima versione il software è rozzo e ha funzioni limitate: non può intervenire su immagini a colori, tanto per fare un esempio, e gira solo su Mac. Per la prima versione (la 2.5) compatibile con Windows bisognerà aspettare il 1992.

Negli ultimi 20 anni, quasi 25, Adobe Photoshop è stato oggetto di revisioni continue e di miglioramenti. E ha cambiato la storia e la prassi di numerose discipline tra cui la grafica al computer. E, ovviamente, la fotografia.

Nel 2010, in occasione del ventesimo compleanno del software, Creativebloq ha intervistato una serie di creativi specializzati in graphic design e animazione sul tema “Come Photoshop ha cambiato la mia vita” (Se volete leggerlo: eccolo). Le risposte sono diverse, ma il concetto chiave è uno solo: senza Photoshop lavorare sarebbe impossibile o, comunque, molto più difficile. «Se non esistesse non avrei un lavoro» dice l’artista newyorkese John Burgerman; «Sarebbe come rimuovere una parola dal nostro lessico, visto che lo è a tutti gli effetti» gli fa eco, sempre nel pezzo, Brendan Dawes, anche lui artista e designer digitale.

Photoshop è uno strumento molto potente e dando un’occhiata al video qui sotto potrete rendervi conto di quanto lo sia.

Se mi pare comprensibile che i graphic designer considerino il software una pietra miliare del proprio lavoro, che affonda le proprie radici nel digitale e ne è quindi una costola, ancora non capisco perché sia così indispensabile ai fotografi. La fotografia, infatti, è nata nella seconda metà dell’Ottocento come evoluzione (o applicazione pratica, dipende dai punti di vista) dell’ottica. E non come evoluzione di un codice numerico. Ne parlo con uno di loro: Cosimo Buccolieri, fotografo di moda, scatta editoriali per rivista internazionali e campagne pubblicitarie (sue le adv di H3G, Pupa, Lancia). «Uso sempre Photoshop – dice –, per migliorare leggermente l’immagine: rendo la pelle più luminosa, per esempio. Si tratta di micro alterazioni però, l’uso di Photoshop, infatti, non deve essere riconoscibile a occhio nudo». Per quanto riguarda le sue foto, Cosimo realizza personalmente la post produzione – «Consegno foto che, a mio parere, sono il più possibile perfette. Questo non vuol dire stravolgere l’immagine originale però» – ma in alcuni casi vengono chieste ulteriori modifiche: «Quando si scatta una campagna pubblicitaria – dice – le decisioni spettano all’art director. Anche quelle che riguardano eventuali migliorie da apportare all’immagine».

“Photoshoppare” non è un processo semplice e, soprattutto, non permette al fotografo un risparmio di tempo e/o lavoro: «Una volta il fotografo scattava, sviluppava e consegnava le immagini migliori. Oggi per un giorno di photoshoot ce ne vogliono quattro di post produzione: è un lavoro lungo, non una scorciatoia». Senza, però, non si potrebbe lavorare. O, meglio, si potrebbe. Ma con risultati d’antan: «Non è possibile ricreare in altro modo gli effetti che si ottengono con Photoshop – chiosa Buccolieri –; bisognerebbe utilizzare particolari tecniche fotografiche e immortalare modelle pressoché perfette. Photoshop ha cambiato l’estetica della fotografia». Anche chi, come me, non sa niente di Photoshop, insomma, guarda il mondo con un occhio diverso, e lo fa quasi accorgersene. Ma, soprattutto, non disdegna l’uso di qualche piccolo trucco per rendere un’immagine (o se stesso, ritratto in una fotografia) migliore. Vi dicono niente i filtri di Instagram?

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