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05:36 lunedì 20 aprile 2026
Il biopic su Kate Moss è in realtà la storia del ritratto che Lucien Freud fece a Kate Moss S'intitola Moss & Freud e racconta la tormentata realizzazione del celebre ritratto Naked Portrait.
Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.
Il Segretario della Guerra Pete Hegseth si rifiuta di ammettere di aver citato Pulp Fiction in una preghiera per i soldati americani in Iran, nonostante la sua preghiera fosse identica al monologo “Ezechiele 25:17” di Pulp Fiction E nonostante il fatto che tutti si siano accorti subito che stava citando il monologo "Ezechiele 25:17" di Pulp Fiction. Anche perché l'unica altra spiegazione possibile è che Hegseth non conosca i versetti della Bibbia che cita.
La coppia formata da Cameron Winter e Olivia Rodrigo è un enigma che nemmeno i social riescono a risolvere Cosa unisce la principessa del pop gen alpha con il cantante dei Geese? In attesa di capire se facciano davvero coppia, internet non sembra farsene una ragione.
Lana Del Rey ha fatto una canzone per 007 ma non tutti hanno capito che si tratta del videogioco e non del film Molti sono ancora confusi da "First Light": la canzone più bondiana di Lana Del Rey, che sembra la intro di un film di 007 ma un film non ce l'ha.
Le persone che si sono accaparrate i biglietti per le prime proiezioni di Dune 3 li stanno rivendendo su eBay a migliaia di dollari Su eBay si trovano biglietti per gli spettacoli in IMAX venduti al 1500 per cento del prezzo originale.
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.

Fauxsumerism, come comprano i Millennials

Un nuovo studio racconta che per le ultime generazioni è più importante condividere che acquistare. Le nuove vie dello shopping fra carrelli virtuali, social network, paragoni con le vecchie vetrine e previsioni future.

30 Aprile 2014

Nati tra gli anni ottanta e i duemila, i celebri Millennials (chi scrive ne fa parte) sono stati definiti, peschiamo a caso da un lungo elenco di aggettivi, bamboccioni, choosy, schermo-dipendenti e autoreferenziali. Adesso uno studio pubblicato da WWD li definisce fauxsumers. Il fauxsumerism, dice lo studio, sarebbe a dire il consumo di moda tipico dei Millennials, rivoluziona l’idea stessa di consumo, mettendola a rischio. In breve: preferiamo il navigare al comprare. I Millennials sarebbero in buona sostanza una specie di aggiornamento virtuale del flâneur ottocentesco che, per quanto poetico, non sembra giovare più di tanto all’industria della moda. A meno di trovare il modo di trasformare i “browsers in buyers”.

Lo studio di recente condotto da Intelligence Group, una divisione di Creative Artists Agency, ha intervistato un campione di 1300 Millennials al fine di comprendere i modi nuovi in cui viene consumata la moda. Il risultato più evidente, e per alcuni allarmante, è che nelle loro interminabili sedute di navigazione alla ricerca dei prodotti più desiderati, quello che fanno è comporre magiche liste del desiderio non finalizzate all’acquisto, custodite in carrelli virtuali. E allora perché interessano tanto le aziende? Si stima che i Millennials, circa 2 dei 7.1 miliardi di persone che abitano il pianeta, spenderanno circa 400 miliardi di dollari all’anno a partire dal 2020: un mercato difficile da ignorare. È naturale che il loro comportamento diventi oggetto di studio. Molti degli intervistati dichiarano di acquistare solo ciò che ritengono necessario e di comporre abitualmente liste di oggetti desiderati, mentre il 72% prima di correre in negozio fa le sue ricerche online, nel tentativo di risparmiare tempo e fatica.

Uno dei dati più interessanti dello studio è l’emergere di una “economia della condivisione”, per cui il Millennial sarebbe più interessato all’accesso, all’interazione e alla condivisione, che alla proprietà di un oggetto. Lo studio rintraccia le origini di questo comportamento nelle conseguenze nefaste della recessione. Sono lontani gli anni in cui Audrey Hepburn, la window-shopper più elegante e malinconica della storia del cinema, faceva colazione davanti alle vetrine di Tiffany, ciondolando sulla quinta strada al ritmo di Moon River. Il sogno della merce esposta in vetrina ha una magia che il cinema ha saputo cogliere, un tempo che nulla ha a che fare con quello dello shopping virtuale, che è veloce, effimero, bidimensionale. E l’allure della vetrina (per non parlare di quello della quinta strada) è difficile da riprodursi in un negozio online. Del resto, il suo scopo non è mai stato l’acquisto diretto, quanto piuttosto l’allestimento di una fantasmagoria che stimoli il desiderio e conduca gli oggetti fuori dalla vetrina dentro le nostre fantasie quotidiane.

Alcuni hanno giustamente paragonato il comportamento dei Millennials a quello dei window-shopper. E come qualsiasi commessa sa bene, il rapporto tra quelli che si bloccano imbambolati a guardare le vetrine – imbrattandole – e quelli che entrano a comprare è tutto a vantaggio dei primi. Quindi niente di nuovo sotto il cielo? Forse. Il fauxsumer infatti mantiene poco della passività del consumatore tradizionale. Quello che conta per lui è l’esperienza del consumo e la sua condivisione. Il sogno tramutato immediatamente in immagine Instagram, in tweet, status, racconto. Karl Lagerfeld lo ha capito prima di tutti, tanto che nel suo nuovo store di Londra il camerino è selfie-friendly, mentre in Italia in molti negozi è ancora vietato scattare foto. Il risultato è che il consumatore diventa una strana figura sospesa tra entertainment, consumo e curatela d’arte. Ebay punta proprio su questa confusione quando definisce la sua piattaforma online per la moda una galleria dove tutto è sempre in vendita. E la sfida per i retailer potrebbe nascondersi proprio qui, nell’abbattimento o quanto meno l’accorciamento della distanza tra lo sguardo e l’acquisto. In questa direzione va l’esperimento di Ssense, “I think she’s ready”, primo videoclip “shoppabile” al mondo.

Forse Kurt Vonnegut non aveva in mente il social shopping quando in Mattatoio n. 5 scriveva che «come tanti americani, stava provando a costruirsi una vita che avesse senso dalle cose che trovava nei negozi di souvenir»; però ci è andato vicino, accostando lo shopping a una pratica curatoriale. Nessuno poi esclude che gli anni Ottanta in noi siano solo in letargo, in attesa di tempi migliori.

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