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Sulla giustizia bisogna mordere

L'elenco di buone intenzioni svelato ieri da Renzi e dal ministro Orlando sulla riforma della giustizia funziona solo se non rimane un elenco e se sui punti caldi viene applicato il metodo Suarez e non quello De Sciglio. Se non ora quando?

Doveva essere venerdì scorso, e niente. Poi doveva essere lunedì, ma nulla. Doveva essere entro giugno, ma nisba. E alla fine ci si è accontentato di un elenco della spesa. Delle linee guida. Di un generico menu sulla riforma delle riforme: la giustizia. Per carità: non si può dire che in questa fase siano pochi i dossier anche tosti presenti sul tavolo del governo. Le nomine europee (si decide il 16). La flessibilità (e chissà poi che cosa vorrà dire esattamente). La pubblica amministrazione (la palla è passata al Parlamento). La riforma del Senato (i tempi però si allungano). La riforma elettorale (difficile venga approvata entro settembre, come promesso nel Def). La riforma del Titolo V (provvedimento chiave per coinvolgere anche la Lega nei voti sul pacchetto riforme istituzionali). Il jobs act (che al Senato va a rilento). La delega fiscale (Padoan l’aveva promessa entro l’estate, ma a questo punto se ne parlerà per la prossima, d’estate). Eccetera. Tutto giusto e tutto vero.

Ma a differenza delle altre riforme, sia quelle annunciate sia quelle parzialmente realizzate, il punto è che sulla riforma della giustizia si gioca una delle partite più delicate dell’era Renzi. Problema: riuscirà il presidente del Consiglio a immaginare e disegnare una riforma guardando più al termometro del buon senso che al termometro dei sondaggi? Riuscirà, insomma, il segretario del Pd a fare quello che nessun governo è riuscito a fare negli ultimi anni sotto il fuoco incrociato della guerra tra berlusconiani e anti berlusconiani? Più i tempi che si sono allungati – Renzi aveva promesso che la riforma sarebbe stata approvata entro giugno, ma nulla – ciò che preoccupa è il “metodo” della riforma Renzi. Un metodo che il presidente del Consiglio ha adottato anche sulle altre “grandi riforme”. Sul punto specifico, si sa, le strade per muoversi sul terreno della giustizia sono due. Da un lato c’è il metodo De Sciglio, per così dire. Ovvero il metodo dello scatto breve, timido, ordinato, educato, ma che non impensierisce nessuno, che non affonda, che non arriva sul fondo e che non costituisce, insomma, una vera minaccia per gli avversari. Dall’altro lato c’è invece il metodo Suarez. Una riforma che possa mordere. Che possa essere in qualche modo incisiva – scusate, ci è scappata. Che sappia insomma affondare il colpo. Ci si chiede spesso se il metro con cui misurare la qualità della riforma della giustizia del governo Renzi possa essere legato alla parola “garantismo”. Ma forse qui il tema è diverso. Il tema non è solo se Renzi voglia o meno emanciparsi dal giustizialismo – cosa che il presidente del Consiglio ha sempre predicato, almeno a parole – ma è se Renzi voglia o meno ammettere che l’Italia ha due grandi problemi da risolvere.

Il primo problema – ovvio – è quello di dare alla magistratura gli strumenti giusti per combattere in modo adeguato la criminalità organizzata, per ridurre i tempi del processo civile (tempi lunghi che oggi ci costano fino a 96 miliardi di euro ogni anno) e per garantire la sicurezza dei cittadini e la certezza della pena (ma dare gli strumenti giusti, caro Renzi, non significa moltiplicare le fattispecie di reato, significa, per fare un esempio, dare un contributo per rendere più trasparente il sistema degli appalti, se proprio ne vogliamo dire una). Il secondo problema – altrettanto importante – è invece quello di dare ai cittadini la certezza di avere a disposizione uno scudo che dia la possibilità di difendersi dai danni generati dalla giustizia ingiusta e di rottamare quell’Italia chiodata che ha trasformato il sistema giudiziario in un grande e mostruoso processo mediatico. Dove la presunzione di innocenza può essere tranquillamente asfaltata sull’altare del politicamente corretto. E dove le istituzioni consentono che gli schizzi di fango vengano infilati nel ventilatore solo per non essere travolti dallo tsunami della cultura a cinque stelle.

Per capire cosa si intende oggi per riforma all’altezza delle aspettative potrebbe essere sufficiente andare a rileggere il vecchio manifesto sulla giustizia presentato nel 2010 da Andrea Orlando (sul Foglio). Ai tempi Orlando era responsabile della giustizia della segreteria Bersani e disse che oltre alla riforma del processo civile sarebbe stato necessario mettere mano in modo tosto anche al processo penale. Toccando cosa? Per esempio l’obbligatorietà dell’azione penale. Per esempio la separazione delle carriere (tema tabù). Per esempio la riforma del Csm (con revisione del peso delle correnti della magistratura). Per esempio la responsabilità civile dei giudici. Per esempio le intercettazioni (in Italia, per chi non lo sapesse, è consentito fare intercettazioni a strascico che coinvolgono spesso anche interlocutori non indagati, e in molti casi i testi delle conversazioni finiscono sulle pagine dei giornali anche quando non hanno niente a che vedere con la materia dell’indagine). Le linee guida presentate lunedì da Renzi contengono alcuni di questi punti (responsabilità civile, intercettazioni) ma non possono essere prese eccessivamente sul serio. Sono delle dichiarazioni di intenti. Nulla di concreto. Nulla di definito. Qualche buona intenzione – coraggioso parlare di diluire il peso delle correnti nella magistratura, pur non avendo il coraggio di dire che il problema non è il peso delle correnti nella magistratura ma l’esistenza stessa delle correnti nella magistratura; così come coraggioso parlare di responsabilità civile per i giudici (dal 1987 a oggi sapete quanti sono i magistrati e i giudici puniti per aver commesso errori gravi nell’esercizio delle loro funzioni? Sette. Ripetiamo: sette).

Il presidente del Consiglio si è dato tempo fino a settembre per discutere sull’argomento. Ma la giustizia non è come Wikipedia. Non ha bisogno di un girotondo di idee per capire cosa va fatto e cosa no. Non ha bisogno di una concertazione con Anm, Csm e sindacati vari. Sulla giustizia occorre solo avere il coraggio di scegliere. Se dare un morso, e aggredire i problemi, oppure se rimanere a bordo campo senza entrare mai in partita. Renzi ha annunciato che anche per la giustizia adotterà un metodo già utilizzato per il Lavoro e per la pubblica amministrazione: una parte della riforma nel decreto, il resto in un disegno di legge delega, per dare al Parlamento la possibilità di costruire e integrare la legge. Metodo comprensibile per molte materie. Meno per la giustizia. La giustizia è un’emergenza e il governo, almeno su questo punto, ha il diritto se non il dovere di prendere un’iniziativa forte, incisiva, e utilizzare ogni strumento legislativo per ricucire rapidamente una delle grandi ferite del nostro paese. La giustizia ingiusta. E con il 40 per cento e con le prossime elezioni lontane verrebbe da dire: Renzi, scusa, ma se non ora quando?

PS. Ieri Renzi, facendo finta di non essere perfettamente a conoscenza dell’enormità dei problemi legati all’intercettazione selvaggia, ha confessato di non avere ancora una norma pronta e un’idea chiara rispetto al capitolo intercettazioni, e ha chiesto, diciamo così, consigli sulla materia. Renzi però non ha bisogno di consigli e non ha bisogno di nascondersi dietro al diplomatese per capire cosa c’è che non funziona sulla materia. C’è che in nessun paese civile i giornali possono pubblicare informazioni contenute in una intercettazione che riguarda persone estranee alle indagini. C’è che in nessun paese civile i magistrati possono inserire nei fascicoli da consegnare alle parti in causa intercettazioni che nulla c’entrano con l’oggetto dell’indagine. C’è che in nessun paese civile giornalisti e pubblica opinione considerano corretto utilizzare le intercettazioni per svelare gli orientamenti sessuali di un indagato o per raccontare le frequentazioni di persone intercettate senza essere indagate. C’è che in nessun paese del mondo le intercettazioni vengono messe a disposizione senza che prima ci sia un’udienza in cui giudici e avvocati decidano cosa stralciare e cosa usare per un’indagine. C’è che solo in Italia i politici hanno paura di dire che se il processo mediatico è uno dei grandi mali del nostri sistema giudiziario il modo migliore per combattere questo mostro è punire chi non rispetta le regole e togliere i pettegolezzi e il gossip dai fascicoli giudiziari. Non è difficile. Basta solo volerlo. E non aver paura degli editorialisti armati di penna, manette e calamaio.

 

 

 

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