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Il governo sudafricano ha dovuto ritirare la sua proposta di legge sull’AI perché si è scoperto che è stata scritta con l’AI In particolare, si è scoperto che l'AI si era inventata di sana pianta tutta la bibliografia alla base del testo di legge.
Secondo uno studio, nelle città europee sta diventando quasi impossibile spostarsi senza la macchina Milano è una delle poche in cui si riesce a muoversi almeno un po' con i mezzi pubblici. A Roma, invece, la situazione è disastrosa.
Mentre faceva uscire il nuovo singolo, preparava un tour continentale e invitava a boicottare l’Eurovision, Robert Del Naja dei Massive Attack ha trovato anche il tempo di farsi arrestare a una manifestazione pro Palestina Stava manifestando a Trafalgar Square esponendo un cartello con su scritto «Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action».
Quest’anno in concorso al Festival di Cannes ci sono soltanto film lunghissimi Oltre la metà durano più di due ore, ben otto superano le due ore e mezza, ce n'è uno che arriva a tre ore e un quarto.
Il Met Gala starebbe abbassando i prezzi perché con Jeff Bezos e Lauren Sánchez a finanziarlo nessuno ha granché voglia di andarci Dagli iniziali 75 mila dollari per l'ingresso e 350 mila per un tavolo da 10, i prezzi adesso si starebbero abbassando sensibilmente.
Con tutto quello che sta succedendo nel mondo, Donald e Melania Trump stanno impiegando tempo ed energie per litigare con Jimmy Kimmel (di nuovo) Stavolta i Trump si sono arrabbiati per una battuta in cui Kimmel definiva Melania «una vedova in divenire».
Acne Paper ha messo in mostra per la prima volta 70 disegni di René Bouché che ritraggono 70 donne che hanno fatto la storia Tra i ritratti dello storico illustratore di Vogue compaiono i volti di Lee Radziwill, Billie Holiday, Helena Rubinstein e Babe Paley.
Adesso anche TikTok fa la sua classifica dei bestseller Uscirà ogni mese e incrocerà le vendite dei libri con le visualizzazioni che i contenuti dedicati a quel libro ottengono sul social.

Se Escobar va in tv

A metà strada tra una soap opera e Romanzo Criminale, il biopic del più grande narcotrafficante dimostra che la telenovela di qualità è possibile.

29 Novembre 2012

Lunedì 19 novembre, ore 21. Bogotà è deserta. Non c’è traffico in centro, gente nelle piazze o caos nei TransMilenio, i sovraffollati autobus della capitale della Colombia. Molti locali notturni sono chiusi. Nelle strade non c’è nessuno. La pubblicità dell’istituto pubblico di turismo dice che “Bogotà è duemila metri più vicino alle stelle”, ma i sette milioni di abitanti sembrano risucchiati da un buco nero. Sono tutti a casa. Perché? In questa stagione dell’anno la temperatura è mite. Né per il coprifuoco un tempo imposto dalla criminalità nelle città latinoamericane, oggi la città è più sicura. Non gioca la nazionale di calcio, non ci sono risultati elettorali da aspettare al telegiornale. Cosa succede? Stanno trasmettendo in tv, in prima serata, l’ultima puntata della fiction Escobar. El patrón del mal (qui).

Nessuno vuole perdersi l’epilogo della serie. Anche se il finale lo conoscono tutti. È successo quello che accade con tutte le telenovelas: non si tratta di “cosa” raccontano ma il “come” viene raccontato. E, soprattutto, il “chi”. La fine del protagonista, il narcotrafficante colombiano Pablo Escobar, è risaputa: mentre provava a scappare dal tetto della casa dove si nascondeva, è stato colpito in pieno petto dai proiettili della polizia. Il suo corpo, grasso, riuscito a prendere 10 chili nei mesi che ha vissuto da latitante, è stato abbattuto il 2 dicembre del 1993. Ma questa serie, ispirata al libro La parabola di Pablo di Alonso Salazar (Aguila, 2012), ha tenuto incollati alla tv non solo i colombiani, ma gran parte dell’America Latina e degli Stati Uniti. Persino sull’isola di Cuba continuano a seguire attraverso collegamenti clandestini i capitoli che vengono trasmessi in streaming sul web.

La prima puntata è andata in onda il 28 maggio su Caracol tv e si è attestata su uno share del 62,7%. Da allora, ogni giorno, dal lunedì al venerdì, sono stati trasmessi capitoli di un’ora ciascuno. La storia, per i colombiani, è una parabola del male: un uomo comune, ambizioso e senza scrupoli, vuole fare i soldi e per farlo è disposto a camminare sul cadavere di chiunque. Costruisce un impero con il traffico di cocaina. Ma non gli basta. Vuole arrivare al cuore del potere, la politico. Sale il premio, sale il prezzo in sangue. Ma il valore aggiunto della fiction è nella sceneggiatura, scritta da Guillermo Cano e Luis Galán – figlio e nipote di un giornalista, e poi politico, ucciso proprio da Escobar – che hanno raccolto le testimonianze di molte vittime e prodotto una documentazione approfondita. La formula sembra vincente.

Escobar. El patrón del mal è anche e soprattutto un viaggio nel tempo. La biografia nera di un paese intero. Siamo nella Medellin d’inizio anni ’80, i costumi e l’architettura sono ricostruiti perfettamente. Per riuscirci, la produzione ha investito circa 10 milioni di dollari, spalmati su 113 capitoli. Sono stati coinvolti 1300 attori in 450 location diverse, quasi tutte esterne. Le inquadrature sono cinematografiche, linguisticamente complesse e piene di ritmo, nel montaggio, offrono una narrazione chiara, descrittiva, quasi didascalica nel raccontare la storia di Escobar. Ogni capitolo ha una struttura indipendente, come fosse un racconto breve.

Medellin è in mano alla criminalità: regna il sicariato, il traffico di stupefacenti con torture di ogni tipo. Pablo Escobar trasforma il linguaggio colombiano, le dinamiche della politica, l’economia stessa. “Prima di Pablo Escobar nessuno pensava che in Colombia potesse scoppiare una bomba in un supermercato o in un aereo in volo… Pablo Escobar ha scoperto più di ogni altro prima di lui che la morte può essere il più efficace strumento di potere”, scriveva il settimanale colombiano Semana il 3 dicembre del 1993, il giorno dopo la morte del narcotrafficante più famoso al mondo.

L’umanizzazione dell’anti-eroe nella serie ricorda il Libanese in Romanzo criminale.  Escobar e i suoi superano e ridisegnano i limiti. Si sentono intoccabili. Sono intoccabili. Lo spettatore assiste all’ascesa di Escobar, il degrado morale dell’uomo e della capitale del dipartimento di Antioquia. Il degrado di tutta la Colombia. Fino a dove – e a che prezzo – arriverà Pablo Escobar? Le vicende sono note, ma la tensione narrativa è gestita molto bene, mentre il protagonista corre verso il suo epilogo mortale.

La telenovela disegna una cartografia dei sentimenti e delle tensioni sociali del paese, dell’immaginazione culturale e delle aspirazioni segrete ed esplicite della gente. La letteratura su questi fenomeni è vasta in America Latina e mescola la finzione con l’egemonia dell’audiovisivo in un continente dove la tv è molto spesso l’elemento domestico più sacro della casa. Sempre pieno, anche quando il frigo è vuoto.

Gabriel García Márquez, un’intervista dello scrittore ed ex direttore di Le Monde Diplomatique Carlos Gabetta pubblicata sulla rivista Chasqui, sosteneva che la telenovela è una forma di narrazione che si regge su quel melodramma demagogico che sembra fare parte del Dna dei latinoamericani. Escobar. El patrón del mal è stato molto criticato anche per questo aspetto. Per molti è l’apologia di un delinquente. Attraverso il rapporto con le sue donne, la mamma soprattutto e poi la moglie e madre dei suoi figli. Legami carichi di sentimentalismo.

“Ci sono case dove si cambia l’orario della cena per potere vedere le telenovelas – continua Garcia Marquez . È il fascino dei fatti della vita reale. Poter fare questo, con valore e qualità letteraria, sarebbe una meraviglia. Poterli intrappolare, fare in modo che cambino le abitudine per interesse a una favola, dovrebbe essere la maggiore aspirazione di uno scrittore”. Di sicuro el Gabo si guarda Escobar: una riflessione storico-sociale della Colombia attraverso il melodramma di una telenovela (di qualità) che ha vinto. Al di là del bene e del male. Dove si colloca il culto di Escobar.

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