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(Ri)qualificarsi alle Olimpiadi

Vantaggi e svantaggi di ospitare un'Olimpiade in una metropoli già affermata e frenetica come Londra

Ultimamente mi gira in testa una domanda: ma chi glielo fa fare a Londra di ospitare le Olimpiadi? Lo so che idealmente l’evento rappresenta tutto il mondo che si unisce per celebrare la forza, l’elasticità e la tenacia della fibra umana, ma a leggere in giro mi sembra che, tutto sommato, per la capitale inglese i problemi derivanti dall’ospitare l’evento siano più dei vantaggi.

Per prima cosa i costi: molto più alti del previsto e, visto che siamo in tema di competizioni, i più alti della storia. In teoria si dovrebbero recuperare con il turismo e con l’uso delle strutture costruite per l’occasione, ma secondo un articolo dell’Atlantic sarà un lusso anche solo andare in pareggio. Scrive Andrew Zimbalist, professore di economia, che in generale la scommessa olimpica è un’azzardo dove di rado si vince. E’ stato il caso di Barcellona, diventata poster child dell’evento sportivo un po’ come Bilbao lo è per i musei giganti, ma non a tutti va ugualmente bene. Se le Olimpiadi sono un’ottima scusa per mettere a posto l’infrastruttura di una città non eccellente come Atene, dice Zimbalist, per una metropoli funzionante e frenetica come Londra il gioco non vale la candela. Da sempre considerata quantomeno nella Top 2 della civiltà occidentale, uno dei centri culturali ed economici indiscussi nel mondo, la capitale inglese non sembra nemmeno avere bisogno del turismo portato dai giochi che, se va bene, sostituirà quello standard. Ma il fattore denaro liquido è solo uno dei tanti generatori di controversia. Vediamone qualcuno.

Fattore immagine: avere i media addosso può anche non essere conveniente, specialmente se poi gestisci male lo stress e gli scandali fioccano uno dietro l’altro. Aldilà di budget e sicurezza si è parlato di maneggi sporchi sulla vendita dei biglietti e anche di corruzione, e molti hanno aggrottato le sopracciglia davanti ai nomi di alcuni sponsor olimpici (tipo Dow Chemical e BP), che stridono abbastanza con il concetto di sostenibilità su cui ufficialmente questi giochi londinesi insistevano molto. Scandalose sono anche le condizioni abitative quasi da slum degli spazzini dei siti olimpici, denunciate dal Daily Mail, e pure (anche se in senso ridicolo) l’ultrasevera applicazione di misure di ogni tipo contro l’uso del logo olimpico ufficiale da parte di negozianti entusiasti (ma anche sbeffeggiato sia online che dagli street artist londinesi).

Arrivando al fattore costruzione, forse ci avviciniamo di più al vero ritorno che Londra avrà una volta finiti i giochi. Per esempio, nella skyline cittadina da quest’anno troviamo due nuovi landmark: uno è lo Shard di Renzo Piano, l’altro l’AncelorMittal Orbit, disegnato da Anish Kapoor e Cecil Balmond. Il primo è il palazzo più alto dell’unione europea, una scheggia di vetro riflettente che cambia colore a seconda del tempo, il secondo una specie di torre Eiffel abortita e arrotolata su se stessa (ma anch’essa con comoda visuale panoramica), definita da molti un pugno in un occhio. Per diversi che questi due progetti possano essere, in comune hanno il fatto che sono stati resi possibili da soldi arrivati da investitori privati esterni. Con la crisi lo Shard rischiava di saltare, ma poi sono arrivati degli investitori del Qatar a metterci una pezza, mentre l’Orbit è stata pagata quasi interamente dalla AncelorMittal, ditta di acciaio che le dà il nome (anche se la struttura, che è fatta proprio d’acciaio, non porterà segni di branding durante le Olimpiadi causa regolamento). Ma sarà l’Olympic Park a cambiare più significativamente: dopo i giochi, sarà intitolato alla Regina in onore del suo Giubileo di Diamante e diventerà parte della nuova East London Tech City, hub tecnologico che si aggiunge ai vari progetti di riqualificazione, gentrificazione e risviluppo dell’East End. Per il 2030, l’area (che oggi è possibile ammirare dall’alto di una funivia disegnata da Wilkinson Eyre e sponsorizzata da Emirates Air Line) è destinata a densificarsi, ospitando migliaia di appartamenti, una nuova università (che riciclerà le strutture per gli eventi sportivi dei giochi olimpici), un museo e spazi naturali rinnovati. Quel che si dice un investimento a lungo termine.

A questo punto vale la pena ricordare un articolo dell’Economist, secondo il quale la “brillantezza precaria” di Londra è dovuta al suo primato di città più internazionale del mondo, che potrebbe perdere se smettesse di essere aperta, anche in termini di affari. Probabilmente a Londra non servivano le Olimpiadi per attirare gli investitori stranieri che la stanno aiutando a rifarsi il trucco, ma in tempi di recessione generale sicuramente sono state utili per dare un’accelerata e delegare qualche spesuccia. Quanto al parco di Elisabetta, le prossime gare che vedrà forse saranno quelle di appalto.

 

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