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Last Action Hero

A sessantuno anni, dopo una carriera da attore drammatico, Liam Neeson è diventato improvvisamente il più amato attore di film d'azione di questi anni. Ecco come e, forse, anche perché.

«Salve sono Troy McClure, forse vi ricordate di me per…». Se avete visto anche solo dieci episodi de I Simpson nella vostra vita, vi sarà di sicuro capitato di incrociare uno dei personaggi secondari più amati della serie: Troy McClure è l’attore narciso con un maglione rosa perennemente addosso che, a scanso di equivoci, deve ogni volta premettere i titoli dei suoi dubbi “successi”.

Liam Neeson non è Troy McClure. I suoi successi non sono dubbi, il suo nome e il suo volto non hanno mai necessitato di troppi preamboli per essere riconosciuti e, tuttavia, se per caso avesse giocato a fare Troy McClure per una sera, fino al 2008 si sarebbe presentato così: «Salve sono Liam Neeson, forse vi ricordate di me per Schindler’s List, Michael Collins, Love Actually e Mariti e Mogli di Woody Allen». Questo per dire che, all’epoca, il pedigree cinematografico di Liam Neeson coincideva alla perfezione con quello di un solido attore drammatico. Il genere di attore capace di destreggiarsi tra un’incursione nella commedia e una nel cinema d’autore, tra una stagione a teatro e un grappolo di blockbuster come Batman Begins e Star Wars: Episodio I e II.

Poi, cinque o sei anni fa, la vita e la carriera di Liam Neeson hanno subito una svolta inattesa. Nel 2008 Liam aveva 56 anni era felicemente sposato con Natasha Richardson, figlia dell’attrice inglese Vanessa Redgrave, e stava “studiando” da Abramo Lincoln: una parte per cui lo aveva fortemente voluto Steven Spielberg dopo averlo diretto in Shindler’s List. Un grosso ruolo insomma, in linea con il curriculum dell’attore nato a Ballymena, contea di Antrim, Irlanda del Nord. La pre-produzione di Lincoln però si trascinava per le lunghe e così, nel 2008, Neeson ha accettato una parte in un film d’azione scritto da Luc Besson e diretto da un regista francese semi-esordiente di nome Pierre Morel. Uno di quei film da cui ci si aspetterebbe la rapida eclissi dalle sale, l’immediata immissione nel circuito home video e da lì l’apertura delle porte del dimenticatoio o, quando proprio va bene, dell’affezionato ricordo di pochi cultori.

Taken era uno di quei film da cui ci si aspetta la rapida eclissi dalle sale, l’immediata immissione nel circuito home video e da lì l’apertura delle porte del dimenticatoio o, se proprio va bene, dell’affezionato ricordo di pochi cultori.

Il film si intitola Taken ed è molto semplice. Liam Neeson interpreta Bryan Mills, un ex agente della CIA estremamente addestrato, decisamente divorziato, leggermente amareggiato e patologicamente protettivo la cui figlia adolescente – nonché l’unico affetto che gli resta – viene rapita dalla mafia albanese mentre si trova in vacanza a Parigi con un’amica. Liam del resto lo aveva previsto. Lui che da ex agente della CIA conosce intimamente la malattia del mondo, lui che ha visto coi propri occhi uomini farsi saltare in aria a Baghdad e Kabul, era contrario a lasciar viaggiare la figlia da sola; è stata la ex moglie a convincerlo, è lei a viziarla in combutta con il nuovo marito, un milionario che regala cavalli come fossero peluche. Due adolescenti americane da sole? In Europa? Praticamente uno scenario di guerra. Questo è il livello di paranoia e amarezza in cui all’inizio del film versa il protagonista, al quale l’attore irlandese contribuisce a dare una goffa verosimiglianza con la sua mole ingombrante. Per fortuna il plot vuole che Neeson si trovi al telefono proprio con la figlia quando avviene il rapimento, venga quindi a sapere del fatto in presa diretta e abbia persino modo di scambiare un paio di vedute con i rapitori, a cui promette il proprio castigo grazie al “particolare assortimento di abilità” di cui dispone. Un dialogo diventato immediatamente di culto.

A quel punto Liam Neeson ha una manciata di ore per salire su un volo Los Angeles – Parigi, ricostruire gli indizi trovati sul luogo del misfatto, punire i colpevoli e riportare a casa la figlia prima che venga venduta come schiava a un Emiro. Taken è tutto qui: una collana di cliché più una manciata di sequenze d’azione estremamente divertenti e ben coreografate. È un film in cui un solo uomo distrugge mezza Parigi pur di salvare la prole e, una volta compiuta la missione, lascia la città con un volo di linea come un turista qualunque; un action alla vecchia maniera, senza alcuna sfumatura morale e con un senso del ridicolo non pervenuto e decisamente bessoniano. E infatti Taken va benissimo: a fronte di un budget di 25 milioni di dollari, a fine 2009 ne ha già incassati ben 145 solo negli Usa. Per capirci: 25 milioni più di Inglorious Basterds e Terminator Salvation usciti lo stesso anno.

Taken funziona anche, se non soprattutto, grazie a Liam Neeson. La sua incongrua e insospettata destrezza con Uzi e Krav Maga finisce per aggiungere un livello nemmeno troppo velatamente ironico alla lettura del film, a cominciare proprio dalla famigerata scena della telefonata. Era ovviamente già accaduto in passato che attori celebri come action hero si indirizzassero poi verso il cinema drammatico, ma che la svolta potesse avvenire anche in senso opposto? Quello non ce lo aspettavamo. Come ha scritto Bill Simmons su Grantland: «Taken avrebbe potuto funzionare ugualmente con alcuni altri attori, ma è Neeson che lo rende speciale». Ed è proprio così. Con il suo metro e novantatre, Neeson avrebbe pure la fisicità per essere credibile nella parte, ma ciò che rende stranamente memorabile la sua recitazione è l’intensità da consumato attore drammatico che ci mette. E che in Taken risulta straniante e buffa da seguire come un simposio su Rilke a un raduno di Harley.

Come ha scritto Bill Simmons su Grantland: «Taken avrebbe potuto funzionare ugualmente con alcuni altri attori, ma è Neeson che lo rende speciale».

Mentre Taken sbanca i botteghini, segnando uno spartiacque nella vita professionale di Liam Neeson, quella personale viene spezzata da una tragedia improvvisa. Il 16 marzo 2009 la moglie Natasha Richardson muore a causa di un incidente di sci avvenuto nelle montagne del Quebec.

«Ti colpisce come un’onda e ti ritrovi solo con questo profondo senso di instabilità. È come se il mondo non offrisse più appigli, poi lentamente questa sensazione diventa sempre meno frequente ma a volte la provo ancora», sono le parole con cui Liam Neeson ha descritto questi anni di lutto, parlandone per la prima volta pubblicamente due mesi fa in un talk show. È all’incirca all’inizio di quel periodo, un mese e mezzo dopo la morte della Richardson, che Spielberg lo richiama. È finalmente pronto a girare Lincoln ed è ancora convinto della sua scelta, vuole che Liam sia il protagonista. Nel frattempo però la sceneggiatura è cambiata e Neeson non si sente più a suo agio con i lineamenti del personaggio, e non è difficile immaginare che la fresca scomparsa della moglie abbia un peso in tutto questo. Liam decide così di passare la mano a Daniel Day Lewis che con quel ruolo vince il suo terzo Oscar in carriera.

In un’altra recente intervista rilasciata a GQ, Liam ha aggiunto altri particolari sul modo in cui ha vissuto questi ultimi anni. Per esempio di aver cominciato a bere, a volte anche tre o quattro bottiglie di Pinot nero a sera. Un anno fa però è riuscito definitivamente ad accantonare il vizio. Dove – a suo dire – ha trovato le motivazioni per rimettersi in sesto? Nei film d’azione, ovviamente.

A nessuno a Hollywood era infatti sfuggito che il successo di Taken era direttamente proprorzionale all’appetibilità della formula “attore drammatico alla soglia dei sessanta + pistole”. E così, dato che questo genere di galline gli Studios le fanno fruttare fino all’ultimo uovo d’oro, Neeson si è trovato di colpo inondato di proposte per girare altri action movie. A quanto se ne può dedurre inizialmente Liam ha cercato di resistere alle lusinghe, se è vero che nei tre anni successivi a Taken non ha girato nessun film di genere vero e proprio (se si eccettua il blando thriller Unknown), salvo poi considerarne alcune anche per avere una scusa per posare la bottiglia. Come ha dichiarato sempre a GQ: «Mi stavano arrivando tutte queste proposte di film d’azione e così l’anno scorso ho pensato “proviamo a cambiare un po’ le mie abitudini”. E ha funzionato!».

Ha funzionato così bene che nel giro di due anni sono usciti prima The Grey e Taken 2, ora Non Stop e per il 2015 sono previsti Taken 3 e Run All Night.

The Grey in particolare è piuttosto interessante. È la storia di un uomo che ha perso la moglie per una malattia e che, dopo essere finito a fare il cacciatore di lupi in Alaska ed essere stato vittima di un incidente aereo, si ritrova nel mezzo dei ghiacci, in una disperata lotta per la vita contro il gelo e un branco di lupi che lo braccano. È un survival vagamente filosofico – sul genere uomo si confronta metaforicamente con i propri demoni – e non c’è bisogno di osservarlo in controluce per intuire i paralleli con il recente vissuto personale dell’attore, che infatti ha dichiarato di essere stato spronato dal regista a utilizzare il proprio lutto reale per alimentare quello del personaggio della finzione.

E non si capisce quanto sia lo stesso Liam a cercare questo tipo di parti per intenti… chiamamoli terapeutici e quanto, invece, siamo di fronte alla consapevole costruzione di un personaggio metanarrativo e caricaturale a opera dell’industria di Hollywood.

Se in The Grey i paralleli sono così evidenti da essere pressoché urlati, i riferimenti più o meno espliciti alla vita reale di Neeson non mancano però nemmeno negli altri film d’azione girati negli ultimi tempi dall’irlandese. In Taken 2 questa volta è la ex-moglie, con cui stava rinascendo qualcosa, a dover essere salvata. In Non-Stop il protagonista è un alcolizzato senza famiglia. Nel prossimo Run All Night sarà un sicario che deve proteggere la sua famiglia dalla vendetta della Mafia etc..

E non si capisce quanto sia lo stesso Liam a cercare questo tipo di parti per intenti… chiamamoli terapeutici e quanto, invece, siamo di fronte alla consapevole costruzione di un personaggio metanarrativo e caricaturale a opera dell’industria di Hollywood: Liam Neeson nella parte di… “Liam Neeson, un maturo attore drammatico che quasi per caso scopre la sua verve action dopo aver perso la moglie”. Un personaggio situato sulla pellicola tra realtà e schermo, dentro e attraverso una serie di film e ruoli che hanno davvero troppo in comune con la storia del loro interprete perché le circostanze siano del tutto casuali.

In quali percentuali sia l’una o l’altra cosa, a Liam Neeson probabilmente non interessa poi molto; è in giro da abbastanza tempo da conoscere i meccanismi della sua industria e farseli andare bene finché funzionano per la sua carriera. In fondo è anche questa un’abilità particolare. A sessantuno anni si gode la sua seconda venuta da action hero mentre il suo alter-ego drammatico sarà presto protagonista di Silence, il prossimo film di Scorsese.

 

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