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La morte si fa bella

Com'è innamorarsi di una bara a Tanexpo, l'esposizione internazionale che mette in mostra l'estetica straniante dell’industria funeraria.

La prima impressione è che si tratti di una fiera come tante altre. Ci sono i salatini e le scaglie di parmigiano e i bicchieri di vino e prosecco, gli standisti in giacca e cravatta, le donne con abitini e tacchi, tanti macchinari con colori e forme diverse, oggetti di legno, ferro, plastica, fiori finti e rami ondulati che spuntano da lunghi vasi bianchi, riviste patinate, hostess con tacco 12 in piedi vicino a grosse macchine. Ma le macchine sono dei carri funebri, gli oggetti urne e bare e i macchinari lettini per la refrigerazione della salma o tavoli per la pulizia del cadavere. La rivista più diffusa è Oltre, periodico dell’imprenditoria funeraria e cimiteriale. Dietro di noi un gigantesco poster pubblicizza l’edizione 2017 di Miami Funer: la “i” di Miami è una palma e il mare nella foto è illuminato dalle luci rosa dei grattacieli.

Le uniche fiere di cui ho esperienza sono quelle di arte contemporanea: Art Basel a Basilea, Artissima a Torino, miart a Milano, negli ultimi due anni sicuramente più sexy e coinvolgente – a partire dalle immagini e la grafica con cui viene pubblicizzata – grazie all’azione di svecchiamento e ricerca operata da Vincenzo De Bellis. Sono quindi abituata alle fiere e devo dire che mi annoiano molto, anche se con stoico senso del dovere mi obbligo a visitarle nel tentativo, sempre disperato, di “stare sul pezzo”. La cosa sorprendente di Tanexpo, Esposizione Internazionale di Arte Funeraria e Cimiteriale a Bologna, è che non mi annoia per niente. Il fatto è che normalmente entriamo in contatto con questi prodotti soltanto quando muore qualcuno. È quindi impressionante vederli come oggetti, slegati dalla loro funzione pratica specifica, legata a una persona morta a cui volevamo bene, ma liberi nella loro esistenza di puri manufatti funzionali e funzionanti: gli standisti ne elencano i comfort, sottolineano le caratteristiche innovative, fanno battute, offrono gadget (portachiavi a forma di bara, penne viola, croci di legno).

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Io mi innamoro di una bara: laccata di rosa pastello, con dettagli oro e dei cuoricini intagliati che i cari possono prendere e tenere con sé oppure staccare, scriverci un pensiero – hanno il retro di carta – e riposizionare sul coperchio. Ma ci sono anche bare di legno chiaro tempestate di grossi diamanti di plastica per gli amanti del pacchiano, quelle un po’ intellettuali dalle forme moderniste e minimal, ecologiche per i radical chic, decorate con ghirlande e intagli un po’ montanari per i tipi più rustici. Ci sono urne a forma di borse di pelle, a forma di cani e gatti, farfalle, cuori, libri, stelle, soli. Io e il mio amico F., artista e tanatoesteta, passeggiamo tra gli stand ridacchiando, ma il nostro sorriso si smorza davanti a un espositore con tre bare piccole piccole, una bianca, una rosa e una azzurra, tutte lavorate con quell’effetto découpage che dà alla vernice un effetto crepato. Intanto F. mi racconta che in alcuni paesi del sud del Ghana le famiglie si fanno costruire dagli artigiani bellissime e costosissime bare a forma di macchina, pesce o dinosauro, a seconda di qual era la passione del bambino, e che anche per gli adulti si fanno feretri a forma di ananas, bottiglia di birra, camion o scarpa Nike.

Tra gli stand spicca per eleganza quello di una ditta di Locarno: divani grigi, logo oro su fondo nero laccato, hostess più seducenti e magre delle altre. Chiediamo loro informazioni: si tratta di anelli, in oro e con diamanti, «che sigillano e racchiudono», ci dicono, «una ciocca di capelli o pochi grammi delle ceneri del caro scomparso, permettendo ai famigliari di tenerle sempre con sé». Gli anelli si possono personalizzare con dediche e incisioni e vengono conservati in eleganti cofanetti. Qualche passo più in là e ci imbattiamo in uno stand di edilizia cimiteriale prefabbricata. Si tratta di loculi modulari per ossari o tombe di famiglia montabili in tempo record e con manodopera ridotta. «Trasformiamo, con interventi minimi e costi contenuti, loculi obsoleti e in disuso in cellette per ossari e cinerari, anche in posizioni poco accessibili». La struttura, garantita per 475 anni, è molto simile a una scaffalatura industriale e assicura rigidità, leggerezza, massima ottimizzazione degli spazi ma soprattutto ordine e pulizia.

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Davanti a uno stand di make up F. mi spiega accuratamente i principi della tanatoestetica. Il manager della casa cosmetica con cui si ferma a chiacchierare, un bell’uomo francese elegante e abbronzato, si lamenta che in Italia si può fare ben poco per via della legge che vieta la tanatoprassi (il trattamento estetico delle salme, una pratica in realtà inserita nella normativa ma non ancora praticabile) e ci mostra i fluidi conservanti e antisettici e che andrebbero sostituiti al sangue della salma per rallentare il processo di decomposizione e preservare l’aspetto integro del corpo. Il trattamento garantisce anche un più rapido ritorno in polvere con una previsione di massimo 10 anni, contro i 40-70 anni impiegati da un corpo in condizioni normali. È una tecnica che si usa soprattutto in gravi casi di ricostruzione perché rende i tessuti interni asciutti e resistenti, facendo sì che si possano ottenere risultati migliori lavorando con siliconi e cere che non farebbero presa su un corpo “fresco”. Il manager ci mostra la foto di una donna prima e dopo una sessione di ricostruzione. Prima ha pezzi di naso, guancia e orecchie mancanti, il collo ingrossato. Dopo è gonfia e perfetta come fosse piena di botox, sul collo ha una sciarpa nera che copre gli ematomi.

Gesù diceva: «Questo è il mio sangue offerto in sacrificio per voi» e restava tre giorni nel sepolcro prima di risorgere (e quando risorgeva, il suo corpo era sparito). Per un cristiano, quindi, maneggiare il corpo e il sangue equivale a intervenire con violenza in un momento, quello che segue il decesso, in cui l’anima e il corpo sono ancora uniti e si preparano per il distacco. Forse è anche per questo che la tanatoprassi fatica a diffondersi nel nostro Paese? Mi viene in mente che tempo fa discutevo con mia madre sul perché avesse messo sulla tomba di mia nonna un’immagine di lei vecchissima, con la faccia un po’ sghemba a causa dell’ischemia e lo sguardo lattiginoso di chi è quasi cieco. «Perché non hai scelto una foto di lei bella e giovane?», le ho chiesto, e lei ha risposto, con grande serenità: «Mia madre era diventata così e io ormai la ricordo così». Un ragionamento che mi è sembrato egoista e ingiusto nei confronti di mia nonna.

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«Vedi», mi dice intanto F., «tutto questo è per i vivi. Le urne colorate, le bare di diversi modelli, gli anelli con le ceneri, la tanatoestetica, tutto per i vivi. Ripuliamo il cadavere e siamo molto accurati con i bambini perché i loro cari, nella disperazione, hanno spesso bisogno di stringerli e toccarli e quindi dobbiamo fare in modo che il corpo non rilasci liquidi o mostri ferite. Ricostruiamo le fattezze dei cadaveri non per renderli più belli ma perché la morte deforma, e non si vuole urtare la sensibilità dei famigliari, che devono riconoscere la persona che hanno davanti e poter dire: “Sembra che dorma”».

Mentre facciamo un ultimo giro tra gli stand F. parla delle varie modalità con cui l’essere umano si relaziona con la morte e con il cadavere, a seconda del tempo e del luogo in cui si trova. Lo ascolto parlare di putridarium, ossari, psicostasia, teschi messicani, monaci suicidi del Tibet, e spiegare la tecnica con cui si cuciono le labbra del defunto per far sì che la bocca possa rimanere chiusa, e intanto continuo a pensare alla bara laccata di rosa, all’ordine e la pulizia dell’edilizia cimiteriale prefabbricata, alla bellezza dei kit di fondotinta (tante sfumature di mattone, arancione, rosa carne, rosa chiaro, e dei sorprendenti rettangoli malva e azzurri e blu cobalto) specifici per il trucco dei cadaveri. A turbarmi è il contrasto tra la morte, organica e disgustosa, e l’efficienza tecnica con cui l’uomo occidentale la maneggia, la compattezza degli oggetti pensati per gestirla, la dimestichezza con cui si archiviano esseri umani di tutti i tipi e la ricerca di nuove soluzioni per elaborarne e conservarne il ricordo.

Usciamo dalla fiera lasciandoci alle spalle il grande cartellone di Miami Funer con i suoi grattacieli scintillanti e l’odore di caffè e panini. È domenica, il centro di Bologna è chiuso al traffico, la città è festosa e brulicante di persone. Quando vedo la facciata incompiuta della Basilica di San Petronio, lo strato bianco della base e il resto di mattoni marroni, mi ricorda una delle teste di silicone con le parti mancanti che gli studenti di tanatoestetica si allenano a completare con la cera. Allora penso che la morte ci spegne, ci distrugge o ci riduce in pezzi ma la cosa più grave è che ci lascia incompiuti, consegnando agli altri il compito di completarci, rendendoci posticci e maestosi. Proprio come la Basilica di San Petronio.

 

Tutte le immagini via tanexpo.com
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