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John Cheever

Un profilo del maestro americano della short story, a un anno dal trentennale della morte, e dall'uscita in Italia del premio Pulitzer Racconti.

Lo incontrerete poco dopo l’inizio di The Wapshot Chronicle.(1) È il racconto di una giornata di mare passata sul litorale del Massachussets da una giovane coppia. C’è stato del sesso consumato con foga in un bosco, ci sono state bracciate e baci, c’è stato il tedio degli scogli, c’è stato un pic-nic, del whiskey, l’assopimento conseguente e poi ancora del sesso, in spiaggia con la complicità della sera. È qui che Cheever fa calare un banco di nebbia sulle emozioni di uno dei due amanti, cioè di lei, Rosalie: «Era stremata nel tentativo di separare il potere della solitudine da quello dell’amore; e si sentiva sola. E lo era».

Come quasi tutti noi, John Cheever (1912 – 1982) ha trascorso gran parte dell’esistenza al bivio tra amore e solitudine e da lì ha inviato missive dai toni più diversi. Ha scritto favole fuori dal tempo, romanzi realisti, romanzi sperimentali blandamente camuffati da romanzi realisti, diari, brevi novelle surreali e racconti che hanno indicato la via per il minimalismo alla letteratura americana. A differenza di quasi tutti noi, John Cheever si è interrogato così intensamente sulla natura di quel bivio da ritrovarsi, come individuo e come scrittore, al contempo straordinariamente amato e inconsolabilmente solo. Chi ne conosce l’opera, in genere lo colloca tra i giganti di tutte le epoche, chi non la conosce difficilmente la incontrerà tra le pagine di un’antologia critica, poggiata esattamente sulle spalle di Hemingway e Fitzgerald o in qualità di antecedente di Carver e Ford. Come autore è un maestro senza magistero; (2) come essere umano ha attraversato la vita corroso da caustiche contraddizioni e all’insegna di una solitudine senza rimedio.

L’alcolismo, l’insaziabile appetito erotico, le reiterate infedeltà, gli abissi di solitudine, il rapporto nevrotico con la moglie Mary e quello tormentato con la propria bisessualità, rinnegata fino agli ultimi anni di vita.

Per scriverne una monumentale biografia uscita nel 2009,(3) Blake Bailey ha goduto di un accesso senza precedenti ai documenti inediti di Cheever e ha passato molti mesi a contatto con la moglie, i figli e gli amici più intimi, nella dimora di famiglia a Ossining, nello Stato di New York. Nell’intervista che mi ha accordato, traccia in questo modo le polarità dell’individuo: «Era un bisessuale che auto-compativa la sua natura e non voleva nient’altro che essere visto come un buon padre di famiglia che si godeva la campagna del Worchester in mezzo ai suoi facoltosi vicini di casa. Si è nascosto sotto questo travestimento per tutta la vita senza confidarsi con nessuno eccetto pochi estranei occasionali e il suo diario». Al momento della morte, il 18 giugno 1982, da quasi tutti Cheever è percepito esattamente così: un erudito e devotamente monogamo settantenne che, insieme alla moglie e ai suoi cani, da tempo vive un’esistenza semi-aristocratica esiliato dalla grande città; un vero peccato che un male incurabile lo abbia strappato anzitempo a quella pace interiore. Nel 1991, quando viene pubblicato per la prima volta Journals (4) – la raccolta, curata da Robert Gottlieb, di passi scelti dai diari che tenne per oltre trent’anni(5) – si conosce l’impronta celata di John Cheever: l’alcolismo, l’insaziabile appetito erotico, le reiterate infedeltà, gli abissi di solitudine, il rapporto nevrotico con la moglie Mary e quello tormentato con la propria bisessualità, dolorosamente rinnegata fino agli ultimi anni di vita. Uno dei primi lettori di quelle carte è stato il figlio Benjamin che, come chiunque altro, viene a sapere solo per quel tramite quanto potente era stata la dipendenza di Cheever dal gin (6) e quanto forte l’attrazione per altri uomini durante tutta la sua vita. Ben lesse i diari nel 1979, su espressa richiesta del padre e avendolo di fronte per tutto il tempo. John voleva sapere se il primogenito li riteneva degni di essere pubblicati ma probabilmente aveva già deciso che, dopo la sua morte, lo sarebbero stati ugualmente, pur se questo comportava la fine del suo travestimento da Wasp. Nell’introduzione ai Journals, che peraltro contengono alcune delle pagine più belle che Cheever abbia mai scritto, il figlio si spiega così questa decisione: «Era uno scrittore prima che un uomo. […] Una mente semplice potrebbe pensare che il suo problema fosse la bisessualità ma ovviamente non era così. E nemmeno l’alcolismo. Era venuto a patti con la sua bisessualità e aveva smesso di bere. Tuttavia, la vita nella sua interezza restava un problema. Il modo in cui aveva affrontato quel problema era stato di articolarlo in parole.  Ne faceva un racconto e poi lo pubblicava. Quando scoprì che aveva scritto la storia della sua vita, volle che fosse pubblicata anch’essa».

Il padre amava ripetere, ricorda sempre Ben, che «un buon pezzo di prosa può curare la depressione e persino un forte mal di testa», ma per Cheever la letteratura è stata il farmaco e insieme una delle ragioni del suo male. Provenendo da una famiglia di umili origini, non avendo conseguito nessun titolo di studio(7) ed essendosi formato da autodidatta in tutto, fu a lungo perseguitato dal dubbio della propria inadeguatezza letteraria e dallo spettro della propria impresentabilità sociale. Nei diari s’incontrano passi come questo: «La pochezza palpabile, la mediocrità del mio lavoro, il disordine dei miei giorni, sono queste le cose che, per dirla tutta, mi rendono difficile alzarmi alla mattina»; o questo (il tu è ovviamente rivolto a se stesso): «Per cercare di ristorare una parvenza di scopo e di bellezza, finisci col bere troppi cocktail, col parlare troppo, col fare visita alla moglie di qualcuno, col fare qualcosa di stupido e osceno e il mattino dopo desideri essere morto».

Come delle favole, molti suoi racconti cominciano o attraversano fasi di disperazione, lambiscono le più laceranti miserie umane e da lì innescano un moto salvifico, che le sospinge verso un inatteso lieto fine.

I due estratti risalgono agli anni ’50 quando, in cerca del costrutto di The Wapshot Chronichle, per mantenere la sua famiglia Cheever scrive racconti in esclusiva per il New Yorker e, ogni volta che uno di essi viene rifiutato, la circostanza ha gravi ricadute sulle sicurezze personali ed economiche del loro autore, che quindi comincia a larvare invidie,  puntualmente trascritte nei diari, verso colleghi all’epoca già più affermati, retribuiti e produttivi come Irwin Shaw («Sapere ieri da Marion Shaw che Irwin sta scrivendo al ritmo di diciassette pagine al giorno mi ha turbato»), Saul Bellow («Ogni volta che leggo una recensione su Saul Bellow ho la nausea») o John Updike, del quale fu buon conoscente in un alternarsi di stima e ostilità. Poco dopo la metà dei Journals, annota – sono ormai gli anni ’70 – di aver ricevuto una telefonata della Cbc che gli annunciava la morte di Updike in un incidente stradale e si esibisce in un epitaffio commosso e  solenne («Era un principe!») dello scrittore che, appena pochi anni prima, era solito ridicolizzare in alcune lettere indirizzate agli amici (pubblicate anch’esse postume, nel 1988). Updike peraltro non aveva affatto avuto un incidente (è mancato nel 2009) e la telefonata, ci informa lo stesso Cheever alla fine dell’appunto, era una burla; o forse un pretesto da lui stesso inventato per scriverne qualcosa di “buono” e redimersi dalle malignità del passato. Non lo sapremo mai e, del resto, con Cheever l’ambivalenza è esattamente il punto della questione. Da una parte c’è la solitudine, il timore della propria incompetenza e l’inconfessabilità dei propri impulsi, dall’altra una quantità straripante e sovrumana di amore per la bellezza dell’esistente, che si esprime nella passione per i minuscoli fenomeni del mondo e nell’esaltazione di quella componente d’innocenza che si può ritrovare anche nell’individuo più meschino. Ed è proprio questa visione incantata che riesce perlopiù ad avere la meglio sul dolore e le piaghe del quotidiano e a informare gran parte della fiction di Cheever. Come delle favole, molti suoi racconti cominciano o attraversano fasi di disperazione, lambiscono le più laceranti miserie umane e da lì innescano un moto salvifico, talvolta lento, più spesso improvviso, che le sospinge verso un inatteso lieto fine. In un articolo apparso pochi mesi fa – in occasione della prima edizione italiana de I Racconti di John Cheever (Feltrinelli) – sul blog letterario minima & moralia, Christian Raimo rilevava esattamente: «Cheever è uno scrittore che trasmette buon umore, se non addirittura gioia […] Proprio perché conosceva la verità sul peccato sapeva omaggiare anche la forza della grazia». Negli stessi giorni,  Francesco Longo gli faceva eco su Europa: «Rispetto a Yates e Carver […] ciò che colpisce di Cheever è l’audacia nel raccontare la serenità, o addirittura la felicità, e di essere a volte sfacciatamente edificante». Con un’inaspettata incursione del narratore a metà del racconto “The Jewels of the Cabots”, è stato peraltro lo stesso Cheever a denunciare da sé la propria poetica: «I bambini affogano, donne bellissime vengono maciullate in incidenti stradali, le navi da crociera affondano e gli uomini muoiono di morte lenta nelle miniere o nei sottomarini, ma non troverete niente di tutto questo nei miei racconti. Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minatori vengono estratti da sottoterra». Per dire tutta la verità, va aggiunto che spesso questi “salvataggi” sono venati da una considerevole dose di humour livido, come nell’ultima pagina di Bullet Park, il terzo romanzo, del 1969, e probabilmente il più aspro e sperimentale che Cheever abbia scritto.

Per la sua capacità di catturare in poche pennellate di parole l’essenza di un intero universo sociale oltre che per la sua eccezionale prolificità come scrittore di racconti più che di romanzi, nel suo paese Cheever viene ricordato soprattutto come il cantore dell’ipocrisia e dell’infelicità, celate sotto il conformismo perbenista della ricca suburbia americana, “the Cechov of the suburbs”.(8) In realtà è un’analogia che gli sta stretta; Cheever è stato estremamente versatile, per contenuti, ambientazioni e stile, e, a seconda delle occasioni, in lui si può sentire risuonare la voce di un romanziere francese dell’Ottocento o vibrare il ritmo di un paragrafo di Hemingway. A suo modo era uno scrittore spugnoso, leggeva molto e assorbiva altrettanto. In un passo dei diari rivela di essersi ispirato alla Emma Boulanger di Flaubert per la caratterizzazione di alcuni personaggi.

«Io non lavoro con la trama, lavoro con l’intuizione, la percezione, i sogni e i concetti. La trama implica la narrazione e un sacco di stronzate.»

Stranamente nei Journals non si fa alcuna menzione di Kafka. È curioso perché – pur considerando le distanze che corrono tra un puritano del New England maturato negli anni ’40 e un ebreo di Praga di inizio ‘900, a tratti, specie nei racconti della maturità e della vecchiaia, quando le trame iniziano a sfumare nell’impalpabile e i personaggi si ritrovano ingabbiati in vari generi di assurde performance, tanto stremanti quanto irrazionali, più metafisiche che fisiche – Cheever sembra subire una metamorfosi nel Kafka del capitalismo cognitivo. È ovviamente il caso de “Il Nuotatore”, forse il suo racconto più celebre, il cui protagonista Neddy Merrill decide, senza apparente altra ragione se non celebrare a dovere una bella giornata di sole, di attraversare il proprio quartiere a nuoto, passando da una piscina dei vicini all’altra. Nel corso del suo viaggio, il tempo narrativo accelera e un pomeriggio di nuoto, si trasforma in un’Odissea di mesi, forse anni (Reali? Metaforici? Immaginati?) di lontananza da casa. Quando infine, sfinito e infreddolito, Neddy raggiunge la propria abitazione, la trova abbandonata e in rovina, allo stesso modo della sua famiglia e della sua reputazione sociale. Ma è anche il caso dei personaggi della serie di racconti brevissimi “Le metamorfosi” (eh, già) che scontano contrappassi capitali per futili “peccati” mondani o di uno dei protagonisti di Bullet Park che vaga per il mondo in cerca di una stanza dipinta di una particolare gradazione di giallo, la sola in cui riesce a prendere sonno. Sono figure, queste e molte altre, domiciliate nel mitico più che nel romanzesco e che sembrano servire all’autore per esporre ed esplorare concetti e percezioni piuttosto che per apparecchiare delle storie, delle trame, una narrativa. Nell’intervista concessa nel 1976 alla Paris Review è stato lo stesso Cheever a chiarirlo: «Io non lavoro con la trama, lavoro con l’intuizione, la percezione, i sogni e i concetti. La trama implica la narrazione e un sacco di stronzate. Non c’è alcuna filosofia morale nella narrativa al di fuori dell’eccellenza». È una frase che, lessico colorito a parte, avrebbe potuto pronunciare Kafka.

Cheever e Kafka hanno anche altro in comune ed è l’ironia. La capacità magica di cogliere la profondità di un paradosso nelle convenzioni umane, l’aridità di una norma sociale, le gabbie della convivenza e mostrarcele in tutta la loro terribile e comica gratuità. Come si domandava Edmund White, dalle pagine di un numero del 2010 della New York Review of Books: «Perché diavolo nessuno si ricorda mai di menzionare quanto ironico fosse Cheever come scrittore?». Beh, io lo vorrei menzionare e lo farei anche se la sola traccia di humour in tutta la sua opera fosse questo attacco di “Three Stories”: «Il tema di oggi sarà la metafisica dell’obesità, e io sono la pancia di un uomo chiamato Lawrence Farnsworth». A mio giudizio sarebbe sufficiente.

Uno degli ultimi saggi scritti da Updike prima di morire, e pubblicato, già postumo dal New Yorker nel marzo 2009 con il titolo “Basically decent”, è una lunga recensione di Cheever: A life, la biografia da 770 pagine di cui Blake Bailey è l’autore. Updike, come già Geoff Dyer nella sua prefazione ai Journals, oltre che a Kafka, accosta Cheever a Kierkegaard: «Come Kafka e Kierkegaard, Cheever percepiva la sua vita come un errore. Come un peccato». La biografia giovanile di Cheever offre diverse spiegazioni di questo sentimento: poco dopo il concepimento, il padre aveva chiesto alla moglie di abortire e la sua infanzia era coincisa con il tracollo del prestigio sociale ed economico della sua famiglia. Un tracollo che Cheever ha cercato di redimere per tutta la vita, riuscendoci infine tardivamente da scrittore, un mestiere che il padre gli aveva altamente sconsigliato. Tra le numerose prove logoranti a cui, come molti suoi personaggi, l’autore si è sottoposto, forse la più estrema e duratura di tutte è stata proprio la ricerca di un bilanciamento emotivo tra questo sentimento e la sua sovrabbondante spinta vitale e creativa. La ricerca di una pace che lo riscattasse dalla vergogna di sé che lo inseguiva dalla nascita e, in qualche modo, anche la vita di Cheever verso il termine ha avuto il suo lieto fine. Nella seconda metà degli anni ’70, si era liberato della bottiglia, aveva smesso di avvertire la propria bisessualità come un’abiezione, il successo letterario gli arrideva e sentiva sempre meno la necessità di conformarsi a un’esteriorità borghese che non lo rappresentava. Picasso una volta disse: «Ci vuole molto tempo per diventare giovani» e forse a Cheever è andata davvero così. Gli ultimi anni sono il periodo in cui scrive Falconer un romanzo del 1977, ambientato in un carcere e imperniato intorno a un amore omosessuale ritratto finalmente senza inibizioni. È anche il suo ultimo romanzo, il migliore, il più compiuto, il più omogeneo e meno serendipico, è il grande romanzo(9) che Cheever cercava di scrivere da trent’anni e per il quale ha trovato la prosa solo quando ha raggiunto una tregua con se stesso.(10)

Per una tragica ironia del destino, appena pochi anni dopo, Cheever scopre di avere un cancro ai reni che si estende rapidamente lasciandogli poche speranze. Tra le cose che più gli mancano durante il rapido decorso della malattia ci sono alcune piccole passioni sportive, forme private di contemplazione stupita dell’esistenza a cui si è dedicato per tutta la vita e, tra esse, pattinare sui laghi ghiacciati è una di quelle a cui più gli costa rinunciare. La sua ultima apparizione pubblica, a meno di un mese dalla morte, è il 27 aprile 1982, quando gli viene conferita la National Medal for Literature. Cheever è ormai allo stremo e parla a fatica ma tiene comunque un discorso. Parte di quel discorso si trovava già in nuce in una nota deiJournals risalente al 1981 che è un esempio, fulgido e conciso, delle qualità della prosa e dell’intensità con cui Cheever, nonostante tutto, ha amato: «Col rischio mortale d’essere tacciato di narcisismo, vi dico che quell’uomo che con i pattini da hockey va su e giù sul laghetto ghiacciato e che di tanto in tanto si ferma per gridare al mondo la bellezza del tramonto invernale sono io».(11)

 

Una postilla sull’Italia

Nel saggio apparso sulla New York Review of Books già citato, Edmund White scrive: «Vivere in Italia per lunghi periodi è stata l’avventura geografica della vita di Cheever». In effetti Cheever conosceva molto bene il nostro paese, lo visitava spesso e ha vissuto a Roma per un anno, il 1957, nella stessa via Caetani dove, ventiquattro anni dopo, le Br avrebbero abbandonato il cadavere di Aldo Moro nel bagagliaio di una Renault 4 rossa. Il suo ultimo figlio si chiama Federico, la versione italiana di Frederick, il nome dell’amatissimo fratello. Sono innumerevoli i racconti che si svolgono in Italia;(12) vi abbondano gli stereotipi ma anche delle profonde intuizioni sul nostro costume. Come per quasi tutto, anche il rapporto di Cheever con l’Italia, o almeno così si riflette nelle sue storie, oscillava tra due poli. Per un verso ne era sedotto e ammirato, per un altro infastidito e quasi impaurito. Il rapporto dell’Italia con Cheever invece si può dire che non sia mai davvero decollato. Forse perché non ha goduto di grandi sponsor tra gli intellettuali nostrani, o per via della sua non semplice collocazione (È un postmoderno? No. È un minimalista? No. È un Grande Romanziere Americano? No. È facilmente collocabile politicamente? No), o perché in Italia i maestri del racconto breve non sempre hanno vita facile, fatto è che nel nostro paese Cheever è tuttora uno dei più misconosciuti tra i grandi scrittori americani del Novecento. La prima casa editrice a occuparsene, comunque solo alla fine degli anni ’80, è stata Garzanti, che propose un’antologia di racconti frammentaria. Nei 2000, è stata la volta di Fandango, cui va il merito di aver pubblicato tra gli altri un capolavoro come Falconer, purtroppo però, soprattutto per la mancanza di una spinta promozionale adeguata al peso dell’autore, anche in questo caso Cheever è rimasto a guardare mentre si procedeva al tripudio di yankee decisamente meno dotati. Quest’anno, Feltrinelli, nel giro di pochi mesi, ha pubblicato Le cronache della famiglia WapshotBullet Park e, finalmente, la prima traduzione integrale italiana dell’inestimabile I racconti e promette di proseguire nel 2013, spingendosi, forse, mi auguro, fino a I Diari.

Avrei voluto chiarire in modo più approfondito le ragioni per cui Cheever qui da noi non sembra finora aver ricevuto l’attenzione che meriterebbe, discutendo con le voci del nostro panorama culturale/editoriale che hanno lavorato o scritto su di lui. Perlopiù sono rimasto appeso a silenzi, a cordiali rifiuti e alla sensazione che su Cheever si sia consumata o si stia ancora consumando una qualche lite sotterranea, alla quale, detto molto sinceramente, non ho trovato la voglia di appassionarmi. Persino in Italia, pare proprio che a Cheeverlandia non esista pace. In attesa, si spera, del lieto fine.

 

Note:

1 — Il  primo romanzo di John Cheever, uscito negli Usa nel 1957 (vincitore del National Book Award l’anno seguente) e ripubblicato quest’anno in Italia da Feltrinelli con il titolo di Cronache della famiglia Wapshot.

2 — Lo testimoniano due dati: 1) In molti dipartimenti di Letteratura Americana Contemporanea delle università Usa, Cheever non è più considerato un autore indispensabile; 2) La sua raccolta di racconti, Stories of John Cheever, vincitrice del Premio Pulitzer e del The National Book Award nello stesso anno, il 1978, negli States vende oggi meno di 5 mila copie annuali, decisamente sotto la media dei classici contemporanei mentre i due maggiori romanzi, The Wapshot ChronicleFalconer faticano a ottenere ristampe.

3 — Intitolata Cheever: A life, 770 pagine, edita da Knopf.

4 — Inizialmente ne escono alcuni estratti per il New Yorker, poi integralmente per Knopf. Si parla di un’edizione Feltrinelli, la prima in Italia, per il primo semestre 2013.

5 — Nella nota posta al termine della mia edizione di Journals, Robert Gottlieb, quantifica la percentuale di materiale pubblicato intorno a un ventesimo del totale, «che stimo essere tra le tre e le quattro milioni di parole».

6 — «Mio signore – a chi altro potrei rivolgermi del resto – tienimi lontano dalla bottiglia. Guidami oltre il gin e il bourbon. Nove di mattina. Credo cederò alle 10. Spero di resistere almeno fino alle 11», a pagina 301 della mia edizione Vintage Books di Journals.

7 — Nel 1978, al momento di ricevere una laurea honoris causa da Harvard, rispose così a chi lo aveva interrogato sui suoi studi precedenti: «Non sono laureato, e non mi sono neppure diplomato. Quello che sarebbe dovuto essere il periodo dell’università l’ho passato solo, affamato, e al freddo in una stanza in affitto a Manhattan».

8 — È una collocazione tornata “di moda” negli ultimi anni, dopo che lo sceneggiatore Matthew Weiner, creatore di Mad Men, ha dichiarato in un’intervista il debito della serie nei confronti di Cheever e ha pagato il proprio tributo allo scrittore scegliendo di far risiedere, nelle prime stagioni del serial, la famiglia Draper proprio a Ossining in una via immaginario chiamata Bullet Park Road, proprio come la cittadina di finzione in cui sono ambientati numerosi racconti di Cheever e un suo romanzo omonimo.

9 — Grazie a Falconer, Cheever ottenne la prima copertina di un magazine nazionale della sua vita, quella di Newsweek. Il titolo:  ”A great American novel: John Cheever’s Falconer”.

10 — Scrive Edmund White in “The strange charms of John Cheever” (New York Review of Books, maggio 2010):  «Ciò che è stato rimarcabile è che alla fine Cheever ha avuto la sobrietà di pensare un romanzo e di sostenere fino alla fine un disegno unificato. Le sue pagine non erano più lampi d’ispirazione tenuti insieme con graffette e gomma da masticare. Inoltre, in Falconer, il suo capolavoro, spira una calma saggezza, al suo interno era finalmente venuto con calma a patti con l’omosessualità».

11 — Ringrazio Leonardo Luccone, uno dei massimi esperti di Cheever in Italia, per avermi gentilmente messo a disposizione un suo articolo (“Laboratorio Cheever”) apparso nel 2009 su Satisfiction e da cui, grazie alla perizia e alla precisione del suo lavoro, ho tratto la ricostruzione di questo aneddoto.

12 — In un certo periodo della produzione di Cheever sembra che, anche quando le storie non si svolgono qui, tutti i personaggi dei suoi racconti abbiano o abbiano avuto qualcosa a che fare con il nostro paese e con la capitale in particolare. C’è sempre un personaggio che ha studiato, lavorato, è stato innamorato, truffato, tradito o derubato… sempre e comunque a Roma.

 

(Tratto dal numero 11 di Studio – Novembre/Dicembre 2012)

Foto, nell’ordine: Bernard Gottfryd/Getty, Paul Hosefros/Getty, David Gahr/Getty

 

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