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L’isola (delle startup) che non c’è

Come e perché Israele non riesce a trovare diecimila programmatori di cui avrebbe bisogno.

Israel's Prime Minister Netanyahu Inaugurates Google IncubatorProblema: la Startup Nation è a corto di startuppari. Israele non riesce a trovare diecimila ingegneri e informatici di cui avrebbe bisogno. Il risultato è che alcune delle grandi multinazionali dell’high tech che avevano aperto centri di ricerca nel Paese sono state costrette a spostare altrove i loro progetti.

Piccolo Paese con meno di nove milioni di abitanti, Israele conta su un fiorentissimo business nel settore tecnologico: con 90 società quotate nel 2014, per un valore complessivo di 40 miliardi di dollari, è la terza nazione per presenza di compagnie al Nasdaq dopo Stati Uniti e Cina. La tecnologia rappresenta poco meno della metà delle esportazioni degli israeliani, che infatti ne fanno ragione di vanto. Nel 2009 Dan Seror e Saul Singer, rispettivamente un diplomatico e un giornalista del Jerusalem Post, hanno pubblicato il saggio in lingua inglese Startup Nation, uscito in Italia per Mondadori nel 2012 con la prefazione dell’allora presidente Shimon Peres, che dipingeva il Paese come un modello di business per l’innovazione, entrato nella lista dei bests seller del New York Times.

startupOggi però questo modello potrebbe essere ridimensionato da una, apparentemente banale, carenza di personale: «Il miracolo tecnologico israeliano è minacciato dalla mancanza di quelle figure professionali che lo hanno reso possibile, cioè ingegneri e programmatori», si legge in una recente inchiesta di Gwen Ackerman pubblicata su Bloomberg Business. Attualmente circa ventimila lavoratori specializzati sono impiegati nel settore tecnologico di Israele, che comprende sia compagnie locali (ne sono nate cinquemila solo negli ultimi anni), sia 250 multinazionali, incluse Google, Apple e Microsoft, che hanno aperto centri di ricerca. Gran parte del settore è concentrato nel cosiddetto “Gush Dan”, ossia l’area metropolitana di Tel Aviv, anche se alcune imprese si stanno trasferendo o espandendo nel deserto del Negev, a Sud.
Per permettere al settore di continuare a sostenere gli attuali ritmi di crescita, ne servirebbero almeno altri diecimila, ha spiegato ad Ackerman il co-presidente dell’associazione di categoria delle aziende tech israeliane, Yoav Chelouche. Il problema è che non si riesce a trovarli. «Occupare le posizioni aperte è uno dei nostri problemi principali», ha confermato anche il manager della divisione israeliana di SanDisk Shahar Bar-Or. SanDisk, il gigante americano specializzato nell’archiviazione di memoria, «sta rallentando il suo programma locale per la mancanza di dipendenti», riporta la testata, e ha trasferito 19 posizioni da Israele ad altri Paesi.

Se il problema è la carenza di personale qualificato, restano da chiedersi le ragioni di questo fenomeno. Nei decenni passati il comparto high-tech ha avuto successo grazie alla combinazione di diversi fattori. Tra questi: l’esperienza accumulata dai giovani in un esercito altamente tecnologizzato, con la leva obbligatoria per maschi e femmine; un sistema educativo incentrato su sulle scienze, con punte di eccellenza nella ricerca universitaria (secondo una stima del 2012 il livello in matematica dei liceali israeliani supera quello di tutte le nazioni occidentali, ed è il settimo al mondo); l’influsso di immigrati giunti negli anni Novanta dall’ex Unione sovietica, molti dei quali avevano un background scientifico; e una cultura imprenditoriale relativamente incline al rischio e allo scommettere tra i giovani.

L’analisi di Bloomberg Business ipotizza che due di questi fattori potrebbero avere raggiunto un punto di crisi. Da un lato infatti molti degli ingegneri immigrati dall’Est Europa nella grande ondata, quella successiva alla caduta del Muro di Berlino, oggi stanno cominciando ad andare in pensione. Dall’altro lato, Israele «sta perdendo il suo vantaggio matematico»: il numero di studenti che si iscrivono a corsi avanzati infatti è in costante calo; mentre negli ultimi anni anche la stampa locale lamenta un abbassamento nel livello dell’insegnamento delle materie scientifiche.

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Ma forse c’è un’altra spiegazione, che la testata statunitense non prende in considerazione: la fuga dei cervelli. Molti israeliani portatori di know-how spendibile si stanno trasferendo all’estero. Stando alle ultime stime disponibili, gli espatriati sarebbero circa 500 mila (da ricordare: su nemmeno nove milioni di abitanti), mentre 29 ricercatori su 100 si sono trasferiti negli Stati Uniti tra il 2008 e il 2013. Israele sarà anche la Startup Nation, ma Silicon Vallery paga meglio.

 

Nell’immagine: il premier Benjamin Netanyahu inaugura gli uffici di Google nel 2012. Foto di Kobi Gideon/GPO via Getty Images
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