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Io, Saviano

ZeroZeroZero, nuovo libro di Saviano, analizzato attraverso la consapevolezza e angoscia di essere Saviano, personaggio pubblico, scrittore messianico.

Scrivo questo pezzo ben sapendo che scrivere un pezzo su Saviano e i suoi libri è un genere della pubblicistica italiana, un esercizio retorico con cui molti scrittori e critici si misurano per dare sfoggio di intelligenza e brillantezza, qualche volta riuscendoci, a cominciare, per citarne solo pochissimi, dalla recente riflessione di Christian Raimo, che mi ha anche spinto a leggere ZeroZeroZero, passando per Francesco Pacifico, che in un’analisi molto ispirata di qualche tempo fa mise in risalto le differenze culturali tra America e Italia confrontando The Wire e Gomorra, per arrivare a due classici del genere, il saggio super-argomentato di Tiziano Scarpa e gli appunti di Wu Ming 1 all’epoca dell’esplosione letteraria e mediatica di RS. Saviano, oltre che un autore da prendere sul serio, o da smontare, è anche un epifenomeno su cui arrovellarsi, o un feticcio culturale da spolpare. Il che, in modo implicito, ne certifica la capacità di incidere. Quel libro globale e il suo autore-personaggio hanno da un lato assunto una incarnazione simbolica (la dialettica bene-male, legale-illegale che condensa gli ultimi cento anni di storia italiana), dall’altro non si sono prestati a interpretazioni univoche – e qui mi riferisco solo ed esclusivamente a Gomorra, non dunque a Saviano come personaggio televisivo – grazie a una forma di ambiguità marcatamente letteraria. Scrivere un pezzo su Saviano è, insomma, un esercizio necessario per cogliere lo spirito del tempo, ma anche un narcisistico banco di prova per misurare la propria capacità d’analisi.

Esperire letterariamente la possibilità del male produce una forma di eccitazione che spinge la nostra legge morale ad attivarsi. Da questo punto di vista, Gomorra è per lunghi tratti sconvolgente.

Ho sempre pensato che Gomorra fosse ambiguo, e che qui risiedesse la sua natura letteraria, per quella evidente fascinazione per il male e il potere che il personaggio voce narrante del libro subisce trasferendola al lettore. Il sotto testo psichico mi sembrava chiarissimo: vi racconto l’orrore perché ne sono affascinato, voglio conoscere il male in quanto parte costitutiva della natura umana. I risultati migliori mi sembravano raggiunti quando le storie dei camorristi iniziavano a sedurmi, quando iniziavo a immedesimarmi nell’uomo affamato di potere e ricchezza. La letteratura più sconvolgente ci porta dove non pensavamo di essere portati, dove neanche desideravamo essere. Nella mente del pluriomicida Jean-Claude Romand, come viene avvicinata da Emmanuele Carrère, per esempio. O nelle ripugnanti azioni di un Maximilien Aue, il nazista protagonista delle Benevole di Littell. O nella libido di Patrick Bateman, l’American Psycho di Bret Ellis. E nelle stellari ascese camorristiche di Saviano. Esperire letterariamente la possibilità del male produce una forma di eccitazione che spinge la nostra legge morale ad attivarsi. Capiamo così che il male esiste in noi e che quindi il non male è un’opzione del libero arbitrio. Da questo punto di vista, Gomorra è per lunghi tratti sconvolgente.

Ma so anche che quest’ambiguità viene apertamente contraddetta da alcune pagine, e in particolare le finali, di quello stesso libro, imbevute di un riscatto civile molto più attinente al discorso pubblico che alla letteratura. Ed è questo, come tutti sanno, l’aspetto che ha finito per caratterizzare Saviano, e in particolare il suo personaggio televisivo con la sua storia di privazione eroica, dotato di autorità morale e visione messianica. Ed è questo, e in particolare la sua intoccabilità estetica, ovvero l’impossibilità di criticarlo pena la lesa maestà, che ha finito per allontanarlo dalla comunità letteraria, producendo riflessi ironici negli osservatori più avvertiti e una forma di diffidenza nella stessa critica che lo aveva acclamato; reazioni da cui, più volte, pubblicamente o nei suoi scritti, RS si è dichiarato ferito.

È complicato leggere un libro di Saviano cancellando dalla mente le boriose omelie televisive (cit. Aldo Grasso et al.) officiate da lui medesimo nella chiesa di Fabio Fazio, per non dire delle consultazioni post-elettorali con Bersani.

Questo, che molto in sintesi è tutto quello che c’è prima e dietro ZeroZeroZero, porta dritti a una previsione naturale: è difficile che ZeroZeroZero non sia valutato con il filtro dei pregiudizi, positivi o negativi che siano. La cosa più probabile è che, mentre non varierà di molto l’accoglienza popolare e giornalistica (quelli che gli vogliono bene), l’accoglienza critica sarà decisamente più fredda dell’esordio. Purtroppo per l’autore, che in questo senso paga il pegno della sua sovraesposizione, diventa complicato leggere un suo libro cancellando dalla mente le boriose omelie televisive (cit. Aldo Grasso et al.) officiate da lui medesimo nella chiesa di Fabio Fazio, per non dire delle consultazioni post-elettorali con Bersani o di qualunque altra espressione del suo personaggio pubblico.

Dev’essere frustrante, ho pensato prima di iniziare a leggere il libro, per poi accorgermi che questa frustrazione sembra essere il drammatico tema sotto traccia del libro. ZeroZeroZero, come molti sapranno, è un libro sulla cocaina. E, come Gomorra, è un libro che racconta, alla maniera di Saviano, e quindi con grande bravura e capacità di affabulazione, storie di uomini e donne risucchiati dal male e dal potere, storie di narcos e di torturatori, di omicidi, mutilazioni, dipendenza.

Ma la differenza con Gomorra salta quasi subito all’occhio. Nonostante i tentativi di camuffamento. L’io di Gomorra, finzionale o reale che fosse, e cioè il corpo dello scrittore che garantiva della realtà dell’inferno criminale e che quindi vidimava anche simbolicamente “il viaggio nel male”, questo io in ZeroZeroZero è, per ovvie ragioni (la vita sotto scorta), sparito dai fatti. Confrontare per credere i due passi che seguono.

Da Gomorra:

Attraversavo con la mia Vespa questa coltre di tensione. Ogni volta che andavo a Secondigliano durante il conflitto, venivo perquisito almeno una decina di volte al giorno. Se avessi avuto soltanto uno di quei coltellini svizzeri da campeggio me l’avrebbero fatto ingoiare. Mi fermavano i poliziotti, poi i carabinieri, a volte la Finanza, e poi le vedette dei DI Lauro, poi quelle degli Spagnoli. Tutti con la stessa spicciola autorità, gesti meccanici, parole identiche.

Da ZeroZeroZero:

Voglio affondare le mani nella ferocia, rovistare dove fa più male e poi vedere cosa mi rimane appiccicato alle dita. Perché se davvero la ferocia si può insegnare, e apprendere, allora devo vederla in azione. Capire come funziona e quanto può essere efficace. Voglio tornare dove la ferocia ha attecchito e si è sviluppata, dove ha trovato una combinazione di variabili che l’hanno tramutata in strumento di potere. Voglio tornare in Messico. Da Osiel Cárdenas Guillé, il boss del cartello del Golfo.

Il lettore si aspetta a questo punto che RS prenda l’aereo e sbarchi in Messico. Ma Saviano non va in Messico, non ci può andare!, e si limita a raccontare la storia del boss del cartello del Golfo, trasformando narrativamente fonti lette o ascoltate. L’effetto sul piano letterario è molto molto diverso. Dove finisce allora l’io di Saviano, che racconta cose che non ha visto? In due direzioni. La prima, che è anche la parte più debole del libro, racconta di incontri che sembrano buchi nell’acqua o comunque banali scoop giornalistici (il poliziotto americano, il pusher, il paramilitare centro-americano). La seconda, che invece è la parte più interessante, sono gli inserti riflessivi, di auto-analisi e memoiristici, in cui l’autore problematizza la sua figura di scrittore di successo globale recluso, e si chiede se ne sia valsa la pena.

Saviano dopo essere stato ossessionato dalla criminalità organizzata, e più in generale dalle manifestazioni del male in Terra, sembra essere al momento ossessionato da se stesso.

Questo parallelo tra la trattazione della cocaina, con i suoi effetti collaterali umani e globali, e la confessione drammatica di uno scrittore, che vive la solitudine e la paranoia come effetti collaterali del successo, concettualmente sta in piedi – come si sa, successo e cocaina vanno benissimo a braccetto – anche se l’insieme può apparire disorganico, e il collegamento tra i due discorsi finisce per risultare più forzato di quanto potrebbe. Ma viene il dubbio che RS dopo essere stato ossessionato dalla criminalità organizzata, e più in generale dalle manifestazioni del male in Terra, sia al momento, e aggiungo: legittimamente, ossessionato da se stesso. E che forse il libro che avrebbe voluto scrivere, e che per noi sarebbe stato più interessante leggere, oltre che più sorprendente, poteva essere un memoir sui suoi ultimi sei anni di vita ai limiti della follia, su come il successo abbia finito per fargli rimpiangere il non successo e, contemporaneamente, e questo lo dice lui stesso in modo abbastanza esplicito, ti metta una terribile fame di altro successo. Come una droga. Se il celebre precetto hemingwayano – scrivi solo di ciò che sai – è particolarmente adatto a definire la poetica dello scrittore napoletano, è chiaro che mentre Gomorra veniva da anni di ossessioni e ricerche sul campo della camorra, il campo di questo libro non poteva che essere la coscienza di RS e i suoi pensieri, gli incontri nella ristretta cerchia delle personalità globali, le giornate con i carabinieri, il successo, la paura, e persino l’amicizia con Fabio Fazio, cioè quello che Saviano ha fatto negli ultimi sei anni della sua vita.

Ma anche se l’oggetto del libro cerca di rispettare quello che da Saviano ci aspetterebbe (la grande epica criminale), in ZeroZeroZero finiscono comunque per affiorare, perché sono insopprimibili, due vettori che attengono a dinamiche strettamente personali e intime, cioè il tipo di letteratura che Saviano ha più volte dichiarato di rifiutare ideologicamente: da una parte l’impossibilità di fatto per lo scrittore, considerati non solo i suoi limiti di mobilità ma anche la sua riconoscibilità globale, di continuare a essere quello che ha desiderato essere, ovvero uno scrittore di inchieste letterarie (alla Langewiesche, alla Gourevitch); dall’altra parte le conseguenze drammatiche dell’essere al centro dell’attenzione pubblica. La richiesta di amore universale – gente, ho bisogno di voi – anche quando va a buon fine, produce effetti devastanti. Le ultime pagine del libro sono terribili. In particolare questo paragrafo che sembra uno di quei deliranti monologhi di Great Jones Street di DeLillo, storia di una rockstar psichicamente distrutta dal successo:

La certezza me la porto dentro senza troppe compiaciute malinconie: nessuno ti avvicina se non per ottenere un favore. Un sorriso è un modo per abbassare le tue difese, una relazione ha il fine di estorcerti denaro o una storia da raccontare a cena o una foto da presentare a qualcuno come scalpo. Finisce che ragioni come un mafioso, fai della paranoia la tua linea di condotta e ringrazi il popolo dell’abisso per averti insegnato a sospettare. Lealtà e fiducia diventano due parole sconosciute e sospette. Intorno hai nemici o approfittatori. Questo è oggi il mio vivere. Complimenti a me stesso.

Leggendo queste parole, oltre che esserne molto colpito, ho desiderato che Saviano, invece di confermare la sua figura di scrittore del crimine, avesse prodotto da questo ragionamento mostruoso, della cui mostruosità lui stesso si rende conto, una lunga e aperta confessione. Come le confessioni di Agassi, che urla di odiare il tennis, ma che continua a giocarlo perché non sa fare altro, così le confessioni di Saviano, che dice di odiare la sua vita, ma non ha altro modo per farla andare avanti che continuando a essere quello che è, Saviano, oltre che produrre un necessario materiale letterario avrebbero forse potuto restituire il personaggio alla vita. Ma questo libro non è una confessione o un memoir, o se pure in parte lo è, non rispetta le regole del genere, che sono le stesse di un romanzo o di un film: il conflitto deve portare a una risoluzione, quantomeno in termini di consapevolezza acquisita. Non essendoci alcuna risoluzione, si finisce di leggere ZeroZeroZero con una brutta inquietudine. L’angoscia per la vicenda umana dell’autore supera di gran lunga l’orrore per le ecatombi criminali. Chiuso il libro, ci si chiede: e adesso cosa gli succederà?

 

Nell’immagine Vittorio Zunino Celotto/Getty Images, Saviano alla manifestazione contro il governo Berlusconi “Libertà e Giustizia” al Palasharp di Milano, il 5 febbraio 2011.

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