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Il leone, il mouse e la forza del pensiero

Ne è passato di tempo da quando Steve Jobs e il suo team (che si è sempre pensato fosse quello di Macintosh e invece si è scoperto da poco che era quello di Lisa) mise piede nel laboratorio di ricerca della Xerox a Palo Alto, entrando in quello che oggi è considerato il santa sanctorum dei moderni computer. Era il 1979 e la Xerox, così come l’IBM, vendeva ingombranti e costose macchine per ufficio. Cioè non aveva neanche per la testa l’idea che un elaboratore potesse non occupare una intera stanza e quindi non sapeva cosa farsene delle strambe invenzioni dei suoi ricercatori. Jobs invece – con una di quelle sue intuizioni ai confini del mistico che lo hanno reso celebre – al PARC vide il futuro dei personal computer e vide che questo futuro aveva la forma di un’interfaccia grafica con scrivania e finestre, di macchine collegate in rete con cavi ethernet e soprattutto di un oggetto in legno, il mouse, che serviva a muovere un cursore sullo schermo.

Arriva oggi sul mercato l’ottava incarnazione del sistema operativo Mac Os X e questa volta il felino sacrificato sull’altare della mela è il felino per eccellenza: il leone. Lion fa due o tre cose particolarmente bene, ma ne fa una meglio di tutte: per la prima volta quando accendi un computer, tutte le applicazioni che erano aperte al momento dello spegnimento si riaprono. Non solo. Si riaprono nello stesso identico stato: il browser con i siti che stavi visitando, il word processor con i documenti che stavi scrivendo e via di seguito. Non è una cosa da poco. Se per caso dovesse sembrarvi una cosa da poco, sappiate che non lo è.

Un’altra novità interessante introdotta da Lion sono le multigesture, una modalità che gli utenti di MacBook e iPhone conoscono bene. Ad esempio il “pinch” per zoomare le foto o il far scorrere tre dita per passare da un’applicazione all’altra o due per navigare avanti e indietro. È una cosa abbastanza utile ma anche decorativa e ancora non mi è riuscito di capire in quale percentuale siano divise le due cose. Inoltre per poter utilizzare le multigesture su un computer da tavolo è necessario avere o la Magic Trackpad (una piccola tavoletta che riproduce la trackpad dei portatili) o il Magic Mouse (la cui superficie è sensibile a scorrimento e sfioramento delle dita).

E qui torniamo al PARC. E al suo mouse di legno tozzo e squadrato.

Se c’è una cosa che un bambino cresciuto negli anni ’60, l’era della conquista dello spazio, oggi fa fatica ad accettare è il non futuro che riguarda la mobilità. Alla World’s Fair di New York del 1964, la General Motors (che non a caso è fallita), presentava un padiglione chiamato Futurama. E Futurama mostrava il mirabolante futuro dei trasporti: pulito, ordinato e pieno di tecnologia. Inutile dire che il futuro dei trasporti non è mai arrivato (Dov’è il mio jet pack?). Inutile dire che le automobili sono un’invenzione dell’Ottocento (Dove sono le automobili volanti?). Inutile dire che oggi ci muoviamo su delle stufe appena più aerodinamiche e digitali (Fiat Tipo Digit anyone?).

Ecco, per il mouse vale la stessa cosa. Se non che forse i 30 e più anni che ci separano dalla sua introduzione, pesano di più degli oltre 100 dell’auto.

Dov’è l’innovazione? Abbiamo perso la pallina che raccattava peli di gatto e briciole e ci siamo lasciati definitivamente alle spalle i tappetini a forma di hamburger o con le scritte spiritose. Tutto qua.

D’altra parte, chi ha provato a innovare non ha avuto molta fortuna. È andata male alla Microsoft con il suo Arc, che la maggior parte della gente ha scambiato per un aspirabriciole o una piastra per capelli. È andata male alla Logitech col rivoluzionario, almeno così pensava lei, Mx Air, il mouse che si muoveva nell’aria e che trasformava tutti in degli Harry Potter dei microprocessori. Se poi aggiungiamo che la Apple, in un decennio di successi straordinari, tutto quello che è riuscita a sfornare è il Magic Mouse e le tre dita su e giù, la situazione non è certo rosea. Anche perché il futuro del desktop computer non sarà touch. Se una cosa non riesco a tenerla in mano, il futuro non può essere touch.

Dobbiamo allora rassegnarci al mouse? Forse no, ma per andare oltre sarà necessaria molta tecnologia.

Negli anni ’90 la Canon, in una macchina fotografica della serie Eos, aveva sperimentato la messa a fuoco guidata dal movimento degli occhi. Il fatto che poi l’abbia abbandonata significa solo una cosa: che la tecnologia non era matura. La stessa situazione vale al momento attuale per i comandi vocali (con tutto che forse è preferibile muovere un mouse piuttosto che dire “Apri finestra applicazione” o “Salva documento con nuovo nome”) e per i sensori collegati alla testa, anche se quest’ultima è una tecnologia molto promettente e che permette già oggi di interagire, anche se in maniera limitata, con degli oggetti su un monitor.

Ecco, se devo immaginare un futuro che vada oltre il mouse, questo mi sembra lo scenario migliore. Mi piacerebbe poter comandare il computer col pensiero. Scrivere post sagaci nel giro di pochi secondi. Accettare amicizie su Facebook con un cenno del capo. Spegnere l’iMac socchiudendo gli occhi.

Questo mi ripagherebbe, almeno in parte, delle delusioni di Futurama.

Perché comunque il jet pack lo voglio ancora. Lo voglio così tanto che sarei disposto persino a comandarlo con un mouse.

 

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