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Google fiber

Non contenta di tutti i mercati che già occupava, ora Google si è messa anche a cablare le città Usa, con una precisa strategia in mente.

Quando FastWeb è arrivato in Italia io ero al liceo. La DSL era ancora roba da tecnocrati d’élite, mentre noi comuni mortali, muniti di un ronzante modem a 56k, aspettavamo con pazienza zen il caricarsi delle pacchiane immagini di sfondo dei siti che visitavamo. L’arrivo della fibra ottica cambiò tutto: scongiurato il Millennium Bug, Milano si avventurava in una landa selvaggia dove – grazie agli arrembanti Napster a WinMX – vigeva un’anarchico regime di download selvaggio. La fibra ottica ti dava accesso (gratis!) a una quantità di film, musica e cultura fino a quel momento inimmaginabile. Insomma, la vita un po’ te la cambiava.
Se oggi anche le Nazioni Unite considerano l’accesso a internet un diritto umano, non sembra così assurdo che la banda larga stia diventando un fattore sempre più rilevante anche in campo urbanistico, e persino politico. Prendete gli Stati Uniti: per quanto siano un Paese tecnologicamente all’avanguardia, il loro vastissimo territorio è popolato in maniera disuguale e, per questa ragione, anche l’infrastruttura delle telecomunicazioni tende a polarizzarsi sulle coste. Insomma, se un cittadino del Mid-West vuole guardarsi un film in streaming o fare una chiamata via Skype la cosa è molto meno banale che per uno di Manhattan.
Considerato che gli USA l’hanno inventato internet, il fatto che nel 2010 fossero al 28esimo posto in termini di connettività ha reso l’appiattimento della cosiddetta “digital divide” materia piuttosto urgente per l’amministrazione Obama, che dell’infrastruttura ha sempre fatto uno dei propri cavalli di battaglia. Ma se già si fatica a trovare i soldi per le autostrade, stendere chilometri e chilometri di fibra ottica è una questione ancora più spinosa. E infatti, mentre a livello federale si sono lanciate strategie di promozione della tecnologia come la State Broadband Initiative, una svolta più significativa è arrivata dai soliti noti: Google.

Il fatto che nel 2010 gli Usa fossero al 28esimo posto in termini di connettività ha reso l’appiattimento della cosiddetta “digital divide” materia piuttosto urgente per Obama.

In quella che era ufficialmente una provocazione per stimolare l’innovazione nel campo, tre anni fa la compagnia di Mountain View annunciò che avrebbe portato la banda larga (anzi, larghissima: 1 gigabit al secondo, 100 volte più veloce della connessione media) a una fortunata città americana, ancora da scegliere. Per attirare l’attenzione del Gigantebuono le cittadine americane si sono sbracciate per mesi, celebrandone il logo con cori, catene umane, e persino cambiando temporaneamente nome. Alla fine l’ha spuntata Kansas City, doppia città a cavallo del confine tra Missouri e Kansas (quindi in pieno Mid-West) e adesso “Silicon Prairie” di elezione.
Gli abitanti dei quartieri benedetti da Google Fiber possono godersi il gigabit a soli 70$ al mese, ma per 120$ la grande G ci butta dentro anche 200 canali HD, con 2 tera di spazio per registrare i programmi (c’è pure un’app per usare il proprio smart phone o tablet Android come telecomando, tramite wi-fi). Gli sfortunati non cablati invece, con 300$ una tantum di “spese di installazione”, si possono accontentare di 7 anni di internet “gratis” a 5mb (quello normale, insomma).
Oltre all’intuizione del servizio TV (se non usi lo streaming che te ne fai di un gigabit?), Google ha anche scelto un approccio politicamente efficace. Nel Fiber Space di Kansas City, per esempio, si tengono eventi dove politici ed esperti di legge e sanità spiegano «Google Fiber possa influenzare positivamente la comunità». La compagnia ha anche annunciato dei micro-finanziamenti a gruppi che si occupino di promuovere l’uso della rete e sta lavorando con l’università di medicina locale per testare visite mediche ad anziani via streaming (l’azienda di Mountain View si era già dimostrata interessata a migliorare i servizi medici con Health e Flu Trends). Ma, come sempre succede con il Gigantebuono, per ogni carezza all’utente c’è un ceffone alla concorrenza.

Dopo la poco connessa Kansas City, infatti, Google ha annunciato che avrebbe portato Fiber anche ad Austin, Texas. Mamma del festival ultra cool SXSW dal 1987 e soprannominata “Silicon Hills” fin dagli anni ’90, tra il 2000 e il 2006 la capitale texana è stata la terza città d’America per rapidità di crescita. In The Rise of the Creative Class stava al quinto posto tra le tech cities americane ed era seconda solo a San Francisco nel Creativity Index di Richard Florida. Non solo gli austinites usano internet molto più del texano medio, ma la capitale ospita anche uffici di compagnie come Apple, Intel, IBM e Texas Instruments (oltre a quella con la G, ovvio). Insomma, più che di terzo mondo del web si parla di un’ottima vetrina per l’entrata in scena di Google nel mercato dei provider. E infatti, poco dopo l’annuncio dell’azienda, vecchie glorie del ramo come AT&T e Time Warner Cable si sono affrettate a mandare in giro press release con vaghe promesse di servizi altrettanto veloci e offerte di wi-fi gratuito per gli abbonati. A patto, ovviamente, che la città garantisca loro le stesse condizioni di Google.

Oltre a spingere la concorrenza ad alzare lo standard,  le mosse della compagnia di Mountain View sembrano anche stabilire un nuovo livello di collaborazione tra pubblico e privato.

Su queste condizioni vale la pena spendere qualche parola. Oltre a spingere la concorrenza ad alzare lo standard, infatti, le mosse di Mountain View sembrano anche stabilire un nuovo livello di collaborazione tra pubblico e privato. Da questo punto di vista però l’esempio di Provo calza meglio di Austin. La città dello Utah ha da poco approvato un accordo che permetterà a Google di pagare la ridicola cifra di 1$ per sfruttare il proprio network municipale, iProvo, costato alle tasche dei cittadini 39 milioni di dollari e in perdita dal 2006. Google inizierà ad amministrare internet e tv, ora offerti dal provider Veracity Networks, e, in cambio dell’affarone, fornirà il servizio gigabit agli edifici comunali gratis per sette anni. Aggiornare il network per il cambio di testimone costerà alla città altri 1,7 milioni, ma a quanto dicono loro il tutto sarebbe costato molto di più senza l’aiuto di Google. Prevedibilmente anche a Provo la concorrenza non è stata entusiasta, e il provider locale Centurylink si è lamentato con l’amministrazione cittadina per la mancata comunicazione riguardo alla faccenda.
Ma la questione è complessa. C’è chi definisce le facilitazioni date dalle città a Google come “corporate welfare”, un favoritismo (non solo uffici ed energia gratis, ma anche aprire e chiudere le strade quasi a piacimento) pagato dalle tasse dei cittadini che, se danneggia le casse pubbliche, non aiuta neanche il libero mercato. D’altro canto, però, il sistema che paralizza le amministrazioni cittadine e mantiene così bassi gli standard connettivi vige proprio in nome della concorrenza.
È da tempo che le città del Mid-West, come la stessa Provo, sono interessate a installare reti di fibra ottica municipali, ma spesso i loro progetti sono stati bloccati da leggi che, tramite una serie di condizioni proibitive, dissuadono le amministrazioni pubbliche dal procedere per non scoraggiare compagnie private che vogliano incaricarsene (cosa che però non fanno, siccome non è economicamente conveniente). Un interessante articolo di Bloomberg Businessweek spiega come questi bill vengano appositamente progettati da una task force della ALEC (American Legislative Exchange Council), una non-profit di Washington della quale fanno parte sia politici (in stragrande maggioranza repubblicani) che compagnie tra cui AT&T, Exxon e Pfizer, le quali pagano una retta annuale ben più corposa e vari contributi per membership a diversi livelli. L’ALEC stende delle bozze di leggi che poi i politici propongono nei propri stati e, una volta su cinque, vengono approvate. Va da sé che, tramite l’apporto all’ALEC, AT&T e soci abbiano mantenuto fin’adesso un certo controllo e uno standard per loro conveniente. La città di Lafayette, Louisiana, per esempio, era interessata a realizzare un proprio “fiber ring”, ma a causa di cavilli e formalità legali introdotte da uno di questi bill è stata denunciata dalla Bellsouth (ora proprietà di AT&T). In totale la città è stata costretta a pagare 4 milioni in spese legali, più del costo della rete. Non stupisce se altrove, piuttosto che investire in un aggiornamento dell’infrastruttura in tutta la città, si lasci campo libero alle compagnie private.

Alla faccia di AT&T e compari, però, il soft power di Google (spinta innovativa e approccio decisamente più community-friendly) sta seducendo le amministrazioni cittadine e, nel frattempo, anche scavalcando la concorrenza.
C’è chi sostiene che il modello “demand-driven” del Gigantebuono (che determina i prossimi “fiberhoods” tramite sondaggi online) privilegi i quartieri più abbienti – quindi senza considerare il principio basilare che, se internet è ormai come l’acqua o l’elettricità, allora deve essere esteso a tutta la città – ma le opzioni che l’azienda offre ai non cablati sembrano metterci una pezza. E ad ogni modo, in una zona geograficamente svantaggiata a livello di telecomunicazioni come il Mid-West, quest’idea di slancio verso il futuro che Google propone trova respiro politico. Se fin’adesso gli stati americani hanno trascurato le reti di comunicazione, mentre per le compagnie private la fibra sembrava un investimento perdente rispetto al wireless, quello che il Gigantebuono sta mostrando è che, per sbloccare la situazione, una partnership tra pubblico e privato è non solo necessaria, ma possibile.

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