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Fotografare i presidenti

Adam Scotti con Trudeau, Pete Souza con Obama: come i fotografi ufficiali si sono trasformati in piccole celebrità e in asset irrinunciabili nell'era delle Instagram presidency.

Esattamente un anno fa il primo ministro canadese Justin Trudeau ha annunciato la sua squadra di governo, il primo nella storia del Paese nordamericano con lo stes-so numero di uomini e donne. Quando, durante la conferenza stampa, una giornalista gli ha domandato il perché, ha rispos- to con tre parole, «è il 2015», seguite da un’alzata di spalle che diceva molto di più. Eppure non è stato soltanto quello scambio di battute a catturare l’attenzione del pubblico: «La maggior parte dei canadesi ricordano bene il modo in cui Trudeau ha presentato i suoi ministri, passeggiando in un parco in una giornata soleggiata, tutt’intorno un arcobaleno di colori autunnali. Naturalmente è stata una rappresentazione messa in scena con cura estrema», dice a Studio l’analista politico Guy Lachapelle, docente all’università Concordia di Montréal.

Nulla d’inusuale, certo: «È così che lavorano i consulenti di comunicazione: ogni occasione diventa una pièce teatrale, nella speranza che gli attori recitino la loro parte a dovere». Il caso del premier canadese è però, sotto alcuni aspetti, raro. E non solo perché si tratta di uno dei politici più fotogenici della storia recente: «Non bisogna sottovalutare il fatto che Trudeau ha studiato arti drammatiche», nota Lachapelle (infatti tra il 1999 e il 2001 ha insegnato recitazione in un prestigioso liceo privato di Vancouver, il West Point Grey). Non ultimo, Trudeau ha un alleato prezioso: un fotografo ufficiale dal tocco magico, e poco più che ventenne. Si chiama Adam Scotti e, stando alle indiscrezioni, trascorre con lui quasi 18 ore al giorno. Il suo unico lavoro consiste nel fotografare il primo ministro. Rubare attimi, o dare l’impressione di averli rubati, per poi postarli sui social media: Instagram e Facebook, ma anche Flickr, il social network dato per defunto tra noi comuni mortali, ma che nella comunicazione politica invece gode ancora di ottima salute. Le sue immagini sono talmente efficaci e gradite al grande pubblico che lo stesso Scotti, che all’inizio del mandato aveva appena 25 anni, nel suo Paese è diventato una piccola celebrità. Brilla di luce riflessa – visto che tra i giovani canadesi Trudeau ha un indice di gradimento del 78 per cento – e al contempo è una delle fonti che alimentano la popolarità del suo capo.

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Per farsi un’idea della quantità di immagini che ruotano attorno a un leader politico contemporaneo (per non parlare della mole di lavoro che grava sulle spalle di un fotografo ufficiale), basti pensare che Pete Souza stima di avere scattato negli ultimi due anni «almeno due milioni» di foto di Barack Obama. Come Scotti, e anzi ben più di Scotti, Souza è un altro fotografo ufficiale diventato celebrità: veterano della Casa Bianca, era stato fotografo ufficiale ai tempi di Ronald Reagan, poi ha lavorato per testate del calibro di National Geographic, per poi iniziare a seguire gli Obama quando lui era senatore, nel 2005, infine accompagnandoli nella campagna elettorale per i due mandati presidenziali. Nonostante la sua carriera, rispettabilissima e pluridecennale, ad accendere i riflettori sul talento di Souza è stato il suo lavoro con Obama, soprattutto durante il secondo mandato, che è coinciso con l’esplosione dei social media e di ciò che spesso si definisce “the visual internet”, una rete che ormai comunica sempre più per immagini. Souza oggi è un nome noto non soltanto agli addetti ai lavori. La scorsa estate è stato intervistato dalla Bbc: «Una volta la rivista Time mi ha chiesto di scegliere le mie dieci fotografie preferite del presidente, alla fine me ne sono uscito con una selezione di novanta», ha raccontato, quasi a dire che la mole è il messaggio.

È quella che Gordon Stables, docente di comunicazione politica alla Annenberg School dell’Università della California del Sud, ha definito «Instagram presidency», cioè una forma di leadership politica segnata dall’abbondanza di immagini facilmente reperibili online, per cui la presenza di un fotografo ufficiale è un elemento imprescindibile: «L’ascesa della Instagram presidency è una sorta di accelerazione della storia. È ormai da molto che i presidenti convivono con fotografi pronti a immortalarli anche nei momenti più privati. Quello che è cambiato, la cosa importante oggi, è il volume delle immagini e la rapidità con cui il pubblico può accedervi», spiega Stables in una conversazione con Studio. Uno degli obiettivi principali, particolarmente evidente con figure molto media-friendly, come lo è stato Obama, «è umanizzare i capi di Stato e di governo, farli apparire alla mano: le fotografie della loro vita quotidiana hanno sempre influenzato l’eredità dei presidenti, ma adesso ci arrivano in tempo reale e contribuiscono a formare la loro immagine mentre sono al governo. Naturalmente, sono rese pubbliche con il consenso della Casa Bianca, dunque servono a sostenere l’immagine che i leader politici vogliono diffondere di sé stessi».

Alla Casa Bianca, prosegue il docente americano, la presenza di un fotografo ufficiale è una tradizione che risale ai tempi di John Fitzgerald Kennedy. E infatti, si diceva, Souza aveva già ricoperto la posizione negli anni Ottanta: «Però la decisione da parte sua (e dello staff di Obama) di postare le immagini anche sul suo profilo Instagram lo ha reso molto più visibile. In un certo senso, con lui il fotografo ufficiale è diventato una sorta di estensione dell’amministrazione». In Canada invece l’affiancamento di un fotografo ufficiale alla massima carica del governo è stato introdotto da Trudeau: non il primo ministro attuale, bensì il padre Pierre, che ha guidato l’esecutivo dal 1968 al 1979, e dopo una breve pausa dal 1980 al 1984. Ironicamente, una delle immagini più celebri del suo mandato riguarda proprio il figlio. Era il 1973, Justin aveva due anni, e il premier lo portava energicamente sotto braccio, quasi fosse un pacco postale: un po’ l’equivalente canadese della famosissima foto di Jfk con la prole che gioca sotto al tavolo dello Studio ovale.

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Trudeau, si sa, è un figlio d’arte, e questo forse aiuta a spiegare la sua naturalezza davanti ai riflettori. La storia meno nota, però, è che anche Scotti sta ripercorrendo le orme di un genitore: suo padre era Bill McCarthy (Adam ha preso il cognome della madre), già fotografo ufficiale di Brian Mulroney, conservatore che ha guidato il governo canadese dal 1984 al 1993: «Al primo ministro l’ho detto chiaramente che era stato mio padre a insegnarmi come fare il fotografo, come si lavora in squadra e come s’interagisce con le persone», ha detto Scotti in un’intervista alla televisione nazionale. «Vado alla ricerca di quegli incontri faccia-a-faccia, quei momenti d’intesa personale che a volte si creano, poi anche dei momenti d’impaccio, o situazioni simili». Justin Trudeau che abbraccia due cuccioli di panda, Justin Trudeau che aiuta un ragazzo sulla carrozzella a scendere le scale, Justin Trudeau che si fa un selfie con una donna col velo islamico, il figlio piccolo di Justin Trudeau che batte il cinque con Obama: ecco alcuni dei momenti immortalati da Scotti, e sapientemente trasformati in eventi virali. Il risultato è stato che il primo ministro s’è trasformato in un meme (Vox gli ha persino chiesto di posare per una serie di meme sulla falsariga di quelli con protagonista Ryan Gosling, solo più politicizzati, e lui s’è prestato: «Hey, girl, don’t crash the border, crush the patriarchy»). Inoltre lo stesso Scotti ha cominciato a incuriosire: è stato ritratto dal quotidiano Globe and Mail nonché dall’Huffington Post. «Mai prima di Scotti il ruolo di fotografo ufficiale ha avuto un effetto tanto determinante nel formare la percezione pubblica di un politico canadese», ha scritto Eric Andrew-Gee sul quotidiano.

La sua routine: scatti continui, post-produzione in tempo reale, e una media di una dozzina di foto al giorno postate direttamente su Flickr. Le immagini da postare su Facebook e Instagram, dove i “mi piace” si contano nell’ordine delle decine di migliaia, passano invece da una selezione dello staff del pri- mo ministro. Il profilo sul Globe and Mail dipinge Scotti come «un asset» fondamentale per Trudeau, nonché un personaggio poco amato dagli altri fotografi, che si sentono superflui quando c’è lui, e apprezzato dai giornali, specialmente quelli a corto di budget: «Il suo occhio ha cambiato l’atteggiamento della stampa. Con le risorse nel settore che si vanno contraendo, le immagini ad alta qualità che lui dissemina su Flickr e Facebook diventano sempre più allettanti. Poi, quando le agenzie mancano una storia, le foto di Scotti restano l’unica opzione».

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Si potrebbe fare notare che trasformare un politico in un beniamino del visual internet non è poi questo miracolo, quando stai fotografando uno dei politici più fotogenici del momento. Trudeau è giovane, bello, in forma e spigliato. Non per nulla, Scotti non lesina suoi ritratti a torso nudo e si racconta che, in occasione di una visita ufficiale del presidente del Messico, il fotografo di Enrique Peña Nieto abbia confidato al collega canadese: «Col capo che hai, per te è tutto facile». Trudeau «è un personaggio raro che è riuscito a costruire attorno a sé una narrazione affascinante. La sua gioventù, l’energia e il carisma gli sono valsi paragoni con Kennedy e Obama, facendone un altro esempio di leader che, attraverso un’immagine pubblica curata, ha lasciato il segno nella sua nazione», commenta Stables, l’analista californiano. Certo, non tutti possono essere cool come Obama e Trudeau, però Stables è convinto che il loro modello di comunicazione è destinato a prevalere. La Instagram presidency è la nuova norma: «Anche Trump è molto attento alla sua immagine, checché se ne dica, e difficilmente da presidente tralascerà l’aspetto fotografico».

Non tutti però sono entusiasti di questo trend. «L’impressione a volte è che per Trudeau l’immagine, la percezione delle cose, sia più importante del contenuto», dice Lachapelle, il politologo canadese. «È anche una questione generazionale: come Obama, viene da una nuova classe di politici per cui, nell’era dei Mac e degli iPhone, comunicare in modo veloce è diventato più importante che ponderare bene cosa dire o scrivere. Il problema è che essere fotogenici è una cosa, riuscire a risolvere i problemi è un’altra. Essere sovraesposti da un punto di vista mediatico è un’arma a doppio taglio, si rischia di rimetterci in credibilità».

 

Dal numero 29 di Studio in edicola.
Fotografie di Adam Scotti.
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