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Se siete in Sicilia e incontrate Mick Jagger, sappiate che è lì perché interpreta il padre di Josh O’Connor nel nuovo film di Alice Rohrwacher La sua parte però sarà piuttosto breve, poco più di una scena accanto a Kyo, il personaggio interpretato da Josh O'Connor.
Il prezzo del desideratissimo Royal Pop di Swatch e Audemars Piguet è già crollato ma era assolutamente prevedibile Molti reseller stanno dunque scoprendo solo ora che passare ore in fila ad aspettare forse non è stata la più sensata delle decisioni.
Cate Blanchett produrrà l’adattamento cinematografico di Fashionopolis, il famosissimo libro-denuncia sul fast fashion di Dana Thomas Lo farà con la sua società di produzione, Dirty Films. Il film verrà scritto (e co-prodotto) dalla stessa Dana Thomas e diretto da Reiner Holzemer.
La Presidente irlandese Catherine Connolly ha detto di essere orgogliosa di sua sorella Margaret, medico di bordo della Global Sumud Flotilla arrestata dalle forze armate israeliane Lo ha detto durante un incontro con re Carlo a Buckingham Palace. E ha aggiunto di essere anche «molto preoccupata».
Sta per uscire un gioco da tavolo in cui interpreti un lavoratore che deve sopravvivere alla vita in ufficio senza andare in burnout Si chiama Burnout e lo hanno ideato due ragazzi che hanno lasciato il loro lavoro per dedicarsi solo al game design. E anche per scampare al burnout.
Dopo 55 anni di oblio e censura, a Cannes verrà finalmente presentata la versione restaurata de I diavoli di Ken Russell E dopo la prima a Cannes, a ottobre verrà una nuova distribuzione nelle sale e soprattutto una nuova versione home video da collezione.
Sempre più scrittori inseriscono apposta dei refusi nei loro testi per non essere accusati di usare l’AI È una sorta di test di Turing al contrario: adesso sono gli esseri umani a dover dimostrare di non essere delle macchine.
Le città di pianura è tornato al cinema ed è di nuovo uno dei film che sta incassando di più Tornato in sala dopo il trionfo ai David, il film di Francesco Sossai è attualmente quinto al botteghino e ha incassato più di 2 milioni di euro.

Foto da spiaggia

Le fotografie di Olivo Barbieri delle spiagge adriatiche in mostra a New York: un punto di vista impossibile per l’occhio umano sulle adunate acquaginniche.

17 Marzo 2016

In Italia la parola spiaggia porta con sé significati diversi. È, innanzitutto, un significante che non comprende la semplice distesa di sabbia spianata, portata dall’uomo e dagli enti turistici regionali o ministeriali, oppure dalla pazienza imperturbabile delle maree. La parola spiaggia è una scatola di ricordi in cui trovare le immagini del mare; delle stuoie di legno degli anni Ottanta o Novanta, degli asciugamani, dei lettini e sedie sdraio e ombrelloni; delle docce pubbliche di acqua dolce; dei chiringuiti sulla spiaggia, quando presenti; dei paperback con le copertine smunte e rotte dal sale. Tutte queste immagini, se assemblate in modo diverso, danno significati, a loro volta, estremamente diversi. C’è poi una cosa che, più di ogni altra, condiziona l’immagine mentale della spiaggia: la presenza, o meno, degli stabilimenti organizzati.

Ho ricevuto la mia educazione marittima in Liguria, vale a dire: ogni giugno, luglio, agosto, da zero a diciotto anni, ho trascorso le mie estati a Moneglia, nel Levante ligure. Le spiagge di questa regione sono, per la maggior parte dei casi, attrezzate. Gli stabilimenti, e gli ombrelloni e i lettini e le staccionate dei diversi colori, sono un elemento estetico primario per chi pensa alla spiaggia ligure. Lo stesso avviene sulle coste romagnole, da Vasto a Ravenna, ancora più vaste, uniformi, edificate, esteticamente lontanissime sia da quelle più iconiche del Sud, ma anche da quelle selvagge e dunose della Toscana. Chi abbia frequentato le spiagge attrezzate e uniformizzate avrà familiarità con i tristi riti della ginnastica in spiaggia. Sono sessioni di aquagym, o «risveglio muscolare», o aerobica, o balli dai nomi tropicali, da svolgersi nelle acque più basse, in presenza di istruttori o istruttrici abbronzati e fluorescenti, stipendiati dal “villaggio” o dallo stabilimento balneare presso cui si è preso in affitto l’ombrellone. Chi abbia familiarità con la sola vista di tali attività conosce le sensazioni che questi flaccidi reggimenti danzanti riescono a comunicare: la mortalità, in un’essenza quasi purissima.

Olivo Barbieri, fotografo italiano ed emiliano, ha scelto un punto di vista insolito e impossibile per l’occhio umano, per disumanizzare le adunate acquaginniche rendendole miniaturizzate, a tratti virtuali. Ha scattato queste fotografie da un elicottero, nel tratto tra Vasto e Ravenna, intervenendo poi in post-produzione sul colore del mare, reso blu e piatto, nell’intenzione di trasformarlo in un blu archetipico, nel blu a cui tutti pensano, quando pensano al mare. L’effetto disumanizzante è aumentato da alcune fotografie in cui ai piccoli umani sono state sostituite minuscole silhouette bianche, come in un rendering di architettura. In cui le masse sono plastiche e artificiali, statuine colorate di colori pastello in movimenti innaturali. Il contrario delle masse umanissime a mollo nelle acque basse dell’Adriatico, forse. O forse no.

La mostra Adriatic Sea (staged) Dancing People è attualmente in corso alla Yancey Richardson Gallery di New York. Lo sarà fino al 19 marzo.

Tutte le immagini: © Olivo Barbieri, Courtesy of the Artist and Yancey Richardson Gallery
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