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Hachette ha cancellato l’uscita di un romanzo horror molto atteso perché si è scoperto che l’autrice l’ha scritto usando l’AI L’autrice di Shy Girl, Mia Ballard, si è difesa sostenendo che a usare l'AI non è stata lei ma un suo conoscente al quale aveva affidato il compito di correggere le bozze.
Un marinaio della portaerei francese Charles de Gaulle ne ha rivelato a tutti l’esatta posizione loggando la sua corsetta mattutina su Strava Non è il primo militare a rivelare informazioni sensibili registrando i propri allenamenti, tanto che è stato coniato un nome per il fenomeno degli Strava Leaks.
Il nuovo film di Alice Rohrwacher, Three Incestuous Sisters, sarà tutto ambientato tra Roma e Stromboli La regista inizierà le riprese ad aprile e passerà la primavera tra la Capitale e le Eolie assieme a Dakota Johnson, Saoirse Ronan, Jessie Buckley e Josh O'Connor.
C’è solo un Paese al mondo che non è affatto preoccupato dalla crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente: la Cina La Repubblica popolare raccoglie adesso i frutti di anni di enormi investimenti nelle energie rinnovabili e in particolare nell'elettrico.
Steven Soderbergh sta per lanciare una app che racconta e spiega ogni singolo giorno di riprese de Lo squalo L'app comprenderà una saggio di 25 mila parole scritto da Soderbergh e tutti i dettagli possibili e immaginabili sulle riprese del capolavoro di Speilberg.
Gli impallinati di alieni sono convinti che gli Usa stiano per dire che gli alieni esistono perché il governo ha registrato il dominio aliens.gov Tutti quelli che non sono impallinati di alieni, invece, dicono che è solo un altro tentativo di Trump di distrarre l'opinione pubblica dagli Epstein Files.
Qualcuno si è inventato un traduttore che traduce qualsiasi cosa dici nella ridicola lingua tipica di LinkedIn Si chiama Kagi Translate e vi insegnerà come trasformare qualsiasi cosa vi succede sul lavoro in un «nuovo emozionante capitolo!».
Dopo averci investito 80 miliardi di dollari e averci guadagnato zero dollari, Zuckerberg ha chiuso il metaverso di Meta Quattro anni a ripetere che in futuro avremmo tutti vissuto in Horizon Worlds. Oggi Horizon Worlds non esiste più.

Building the Revolution

Un'immersione nell'arte e architettura Sovietica 1915-1935 nel tempio della corona britannica

24 Novembre 2011

Londra. È uno strano momento per visitare una mostra del genere: mentre lo spazio antistante la cattedrale di St. Paul è ancora occupato da un presidio di esponenti della classe media che protesta contro i vizi e le storture del capitalismo, la Royal Academy – tempio che fu dell’ortodossia estetica nazionale, così come del prestigio della Corona – ospita una grande e interessante esposizione che intesse la storia dell’arte con l’architettura e la fotografia documentaria per raccontare la stagione creativa della massima rivoluzione proletaria del XX secolo.

C’è quindi poco da sorprendersi se l’allestimento di Building the Revolution: Soviet Art and Architecture 1915-1935 (sino al prossimo 22 gennnaio), prevede che nel cortile della RA, spazio che esprime tutta la misura e il neoclassico equilibrio di un potere monarchico capace di attraversare imperturbabile l’avvento della società di massa liberal-democratica, troneggi una costruzione futurista in acciaio rossa alta una decina di metri che si avvita nervosamente verso l’alto, quasi umiliando la statua di quel Sir Joshua Reynolds che l’Accademia fondò e davanti al quale si trova. È il modello in scala di ciò che non fu mai, ovvero il monumento alla Terza Internazionale di Vladimir Tatlin (1920), qualcosa che – se realizzato – sarebbe stato alto 400 metri e avrebbe sovrastato l’orizzonte di San Pietroburgo.

È emblematico che la mostra si apra con un modello di qualcosa di irrealizzato: un edificio “pornograficamente” modernista, molto più alto della Torre Eiffel, con tanto di aula magna, sale riunioni, auditorium, ecc., che avrebbe dovuto gridare al mondo i successi della rivoluzione. E che si chiuda con il (realizzato) Mausoleo di Lenin, contrassegno architettonico del culto della personalità brevettato da Stalin, quasi a simboleggiare l’inizio e la fine di una stagione unica e drammatica.

Building the Revolution è un tour de force attraverso le due fasi che contraddistinsero la politica culturale del regime: l’esplosione di creatività modernista della fase immediatamente successiva all’ottobre e il corrispondente riflusso perbenista e ortodosso (di segno paradossalmente borghese) del Realismo Socialista staliniano che questa stessa creatività finì per raggelare.

Il percorso è doppiamente binario. Da una parte le opere, quadri, schizzi, disegni, dell’avanguardia “classica” sovietica, suddivisa principalmente in Suprematisti e Costruttivisti: Malevič, Rodčenko, Popova, Lisickij, Klutsis. Bozzetti tanto visionari da delineare città volanti che sarebbero riemerse anni dopo da gruppi di architettura militante occidentali come il londinese Archigram. Alcuni sono piccoli gioielli, come i “chioschi propagandistici” dello stesso Klutsis. Non mancano opere note del tempo, come “Costruzione di spazio-forza” di Liubov Popova (1921).

Eppure, ad appena tre anni dal quella dedicata a Rodčenko alla Hayward Gallery, forse non è questa la parte più rivelatrice della mostra. Che spetta invece alle lucide ma anche stranianti foto di Richard Pare, fotografo di architettura che ha documentato il degrado di queste grandi opere pubbliche durante la metamorfosi dell’ex URSS nell’attuale Russia semiautoritaria e ultraliberista.

E qui s’innesca uno stimolante doppio contrasto. Le foto di Pare, scattate per lo più negli anni Novanta subito dopo l’implosione del regime, sono esibite a confronto di fotografie d’epoca degli stessi edifici provenienti da fototeche pubbliche. La giustapposizione permette di vedere l’”ora” e “l’allora” delle opere pubbliche in questione con i piani cronologici tra oggetto e documento irrimediabilmente sfasati. Si hanno immagini nuove del vecchio o vecchie del nuovo; non è data la conciliabilità tra presente e passato. Gli edifici fotografati emanano inoltre un senso drammatico di sperequazione fra l’afflato estetico e sociale di cui furono espressione e il loro stato attuale. Molti sono ancora utilizzati, ma altrettanti in rovina, simboli potenti di un esperimento che non ha avuto successo. Altro stimolante contrasto è quello tra la fulminante obsolescenza in cui versano simili creazioni dell’avanguardia e l’immediata freschezza ancora espressa dal design di alcune di esse: tra tutte, segnalerei lo stupendo Gosplan Garage di Konstantin Melnikov e V. I. Kurochkin, (del 1936) e la colossale antenna radiofonica Shabolovka di Vladimir Šuchov (1922) entrambe a Mosca e ancora in uso.

Così come a St. Paul si cercano soluzioni protestatarie a un problema eterno, le algide sale della Reale Accademia raccontano alcune delle reazioni che a questo stesso problema il passato ha tentato di fornire.

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