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In Portogallo il centrodestra sta chiedendo ai suoi elettori di votare per i socialisti al ballottaggio pur di non far vincere l’estrema destra Diversi esponenti del centrodestra hanno annunciato che l'8 febbraio voteranno António José Seguro, perché è l'unico modo di difendere la democrazia portoghese.
In vista dell’uscita del film di Cime tempestose, la Gen Z sta recuperando il libro e lo sta trovando difficilissimo Oppure noioso: qualcuno dice che per arrivare alla fine ha deciso di leggere soltanto i dialoghi, altri consigliano di partire dal capitolo 4.
Un programmatore ha creato un social che possono usare solo i chatbot e i chatbot lo stanno usando per lamentarsi degli esseri umani Si chiama Moltbook, somiglia molto a Reddit e anche i chatbot si comportano in modo molto simile agli utenti Reddit: si lamentano e insultano.
Il governo Usa si è dimenticato di censurare i volti e i corpi delle donne ritratte nella tranche di Epstein Files appena pubblicata Alcune di queste sarebbero addirittura minorenni: se ne sono accorti i giornalisti del New York Times, grazie a loro le foto sono state rimosse.
Nel nuovo trailer del Diavolo veste Prada 2 c’è Miranda Priestly che, come tutte le direttrici del mondo, va alla ricerca di soldi per il suo giornale Ambientato a Milano, il trailer mostra una Miranda Priestly alle prese, persino lei, con la crisi dell'editoria.
Nonostante abbia vinto il premio per l’Album dell’anno, a Bad Bunny è stato vietato di esibirsi dal vivo ai Grammy Stavolta non c'entra la politica ma un grosso concerto che Bad Bunny terrà l'8 febbraio durante un evento piuttosto importante.
TikTok ha chiuso l’account di Bisan Owda, una delle più note e apprezzate giornaliste palestinesi, senza una spiegazione Secondo la giornalista, 1.4 milioni di follower, vincitrice di un Emmy per i suoi reportage, la versione Usa dell'app sta censurando le voci palestinesi.
È uscita la prima immagine di Paul Mescal, Barry Keoghan, Harris Dickinson e Joseph Quinn nei panni dei Beatles e in tanti li trovano piuttosto buffi Hanno colpito molto soprattutto la scodella e i baffoni sfoggiati da Barry Keoghan, che nella saga diretta da Sam Mendes sarà Ringo Starr.

Perché tutti stanno parlando di questo articolo

Un articolo dell'Atlantic, l'ultimo scritto dal Pulitzer Alex Tizon prima di morire, rivela una storia di schiavitù e solleva questioni complesse sul nostro rapporto con la realtà.

di Studio
19 Maggio 2017

In questi giorni si sta parlando molto dell’ultima storia di copertina dell’Atlantic, un ampio articolo a metà strada tra il memoir, la storia di denuncia e il personal essay, intitolato “My Family’s Slave” e firmata dal premio Pulizter Alex Tizon. L’articolo è diventato virale (peraltro, negli stessi giorni in cui il dibattito mediatico negli Usa era quasi monopolizzato dalla commissione d’inchiesta su Trump e la Russia) per una serie di ragioni. Primo, è una storia fortissima. Tizon, che è nato nelle Filippine alla fine degli anni Cinquanta e immigrato negli Stati Uniti quando aveva cinque anni, racconta come la sua famiglia abbia tenuto con sé per anni una donna, Eudocia Tomas Pulido, detta “Lola”, cioè “nonna”, che era a tutti gli effetti una schiava, una persona-oggetto regalata a sua madre quando erano entrambe bambine costretta a lavorare gratis dall’alba al tramonto, dormendo su un cumulo di stracci e subendo violenze fisiche quotidiane.

copertina atlantic 2Nel dopoguerra la schiavitù era ancora una pratica diffusa nelle Filippine, ma ovviamente era illegale negli Stati Uniti, dunque Lola fu portata in America con un escamotage; una volta lì, non avendo documenti, non poteva scappare. I suoi padroni, che sapevano che sarebbero finiti in galera, la tenevano nascosta, ma per il resto vivevano una vita normale. Nel 1999, quando Tizon è adulto, Lola si trasferisce da lui. Il suo nuovo padrone la tratta molto meglio, ma questo non cambia la sostanza delle cose: «Avevo una famiglia, una carriera, una casa nella suburbia – il sogno americano. E poi avevo una schiava». Nel raccontare le disavventure di Lola, Tizon indaga sui propri sensi di colpa, sulla tensione tra il senso d’ingiustizia che provava e l’affetto nei confronti dei genitori, e sul tempo che gli ci è voluto per prendere atto della situazione e utilizzare la parola «schiava».

Era, perché, altro dettaglio che ha contribuito al dibattito su questo articolo, Tizon è morto poco prima che venisse pubblicato. Infatti è deceduto, nel sonno e per cause naturali, lo stesso giorno in cui il suo giornale ha deciso di farne la storia di copertina, e senza che avessero il tempo di avvisarlo. Goldberg ha scritto un’introduzione, bella e commuovente, intitolata “A Reporter’s Final Story”, in cui ricorda come, tra le cose che facevano di Tizon un ottimo giornalista, c’erano la convinzione che «ogni persona avesse dentro di sé una storia epica», la sua capacita di scovarle queste storie, da qualche parte a metà strada tra il peso che gli intervistati si portano sulle spalle e il loro desiderio di liberarsene, e infine di raccontarle: ecco, l’ultima storia epica raccontata da Alex è la sua.

La quarta ragione per cui si sta parlando tanto di questo articolo sono alcuni elementi che venuti a galla successivamente. Lola è morta nel 2011 e in quell’occasione il Seattle Times, un giornale per cui Tizon aveva lavorato, pubblicò un necrologio dove dipingeva la donna come un esempio di devozione, descrivendo le cure prestate per 70 anni alla famiglia Tizon come se fossero il frutto di un amore incondizionato e di una libera scelta, e non il risultato di una imposizione barbarica. Quel necrologio era stato firmato da una redattrice, Susan Kelleher, su suggerimento dello stesso Tizon: per scriverlo, Kelleher si è basata sulla testimonianza di Tizon. Che, dal canto suo, non le aveva detto la cosa più importante, e cioè che Lola era una schiava.

Quando è uscito l’articolo sull’Atlantic, il Seattle Times non l’ha presa bene: dal loro punto di vista, hanno pubblicato un necrologio che glorificava, involontariamente, la schiavitù, perché si sono fidati di una testimonianza che tralasciava un dettaglio fondamentale. Il giornale ha aggiunto una rettifica al necrologio del 2011: «Siamo choccati nell’apprendere la disparità tra il racconto di Tizon e la storia che poi ha scritto su di lei». In un intervento che qualcuno ha definito «insensibile», Kelleher, un altro Pulitzer, ha aggiunto: «Tizon mi ha mentito, non è mia intenzione denigrarlo, ma voglio scusarmi per essere stata complice nel arrecare un danno alla signora Pulido, offrendo una copertura per quella che è stata una negazione della sua vita».

Il fatto che Tizon nel frattempo sia morto, e dunque non possa rispondere, complica ulteriormente le cose. Al Seattle Times ha risposto però la moglie, spiegando che «a volte alle persone serve un po’ di tempo per ammettere la verità sulle proprie vite e forse Alex non aveva ancora raggiunto quello stadio quado ha parlato con Susan». Come ha notato, con grazia e lucidità, Samantha Schmidt sul Washington Post, il pezzo dell’Atlantic e alla reazione del Seattle Times solleva questioni per nulla semplici sui tempi e i modi dell’accettazione di una verità scomoda, oltre che su come talvolta ci ritroviamo ad affrontare i sensi di colpa e il dolore per la morte di una persona noi cara in modi diversi.

In effetti, a onore di Tizon, alcuni dei passaggi più potenti della sua storia di copertina riguardano proprio la sua difficoltà nel prendere atto di chi – o, meglio, che cosa – fosse veramente la donna che lo ha cresciuto, una persona che lui ha molto amato, anche quando tutte le altre persone da lui amate la trattavano come un animale: «Il nostro segreto era il cuore di chi eravamo e di chi volevamo essere», scrive. “My Family’s Slave” è prima di tutto una storia di non-detti. Messa insieme al dibattito che ha suscitato, è anche un racconto di come scriviamo e riscriviamo le nostre storie personali.

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