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A che piano scusi?

Viaggio nello spazio più ristretto della quotidianità, gli ascensori: tra etichetta non scritta, inquietudini più o meno consce, evoluzione ed estetica.

«Ci sono soltanto tre momenti nella nostra vita in cui entriamo in uno spazio piccolo, senza finestre, chiuso e senza un’uscita immediata: la tomba, il ventre materno, e l’ascensore. E l’ascensore è l’unico che condividiamo con sconosciuti».

La frase è di Layne Longfellow, viene da un numero del New York Magazine datato 1977, ed è una di quelle frasi da segnarsi e giocarsi con gli amici o sui social network, certo, ma non si può dire, come spesso succede con i noiosi e numerosissimi aforismi a effetto, che non sia in parte vera. In parte o del tutto.

Layne Longfellow, nato nel 1937, è oggi vice preside del Prescott College, in Arizona, è dottorato in psicologia sperimentale alla University of Michigan, ha un sito internet molto brutto e confuso e non è nemmeno chiaro (a me) quale sia la sua specializzazione professionale. Eppure, in molti articoli per molti quotidiani statunitensi, dal 1977 alla metà degli anni ’80, è diventato una sorta di “esperto mondiale di ascensori”. Nasce tutto da un articolo del New York Magazine, quello da cui è tratta la frase iniziale di questo articolo, in cui Longfellow fu intervistato dal giornalista e amico Ralph Keyes e si finse esperto di “elevator etiquette” e diventò, per il Los Angeles Times e altri giornali e giornalisti, persona degna di essere intervistata su ogni stupidata possibile riguardante gli ascensori, la loro psicologia, l’etichetta da mantenervi, eccetera. Tra le molte bonarie stupidaggini dette da Longfellow durante la sua carriera da esperto di mobilità verticale, ce n’è una che giustifica tutte le precedenti e seguenti stupidaggini, e in parte giustificherà anche questo articolo: «Tutti sanno come ci si comporta in ascensore, ma a nessuno è mai stato insegnato». È, effettivamente, una frase vera, del tutto.

La paura da ascensore è una sorta di mix di claustrofobia e agorafobia, oppure sia claustrofobia che agorafobia, o una delle due, che non sono affatto opposte e discordi.

Secondo Wikipedia, l’Italia è il paese con più ascensori al mondo con circa 900 mila impianti (dati del 2008), nonostante la nostra crescita verticale nazionale sia esplosa soltanto negli ultimi due anni e in due singoli quartieri milanesi (Isola e ex Fiera) e l’altezza media dei palazzi residenziali si aggiri intorno ai cinque piani, e si calcola che siano circa cento milioni i viaggi giornalieri tra i piani (e i pianerottoli) italiani. Passando la lente d’ingrandimento sugli Stati Uniti le statistiche sono più precise: circa 700 mila ascensori, di cui 60 mila a New York: qui, producono trenta milioni di viaggi al giorno, undici miliardi all’anno. È il mezzo che prendiamo (almeno qui, nel mondo occidentale e verticale, o semi-tale) più spesso, e quello, forse, in cui ci sentiamo meno a nostro agio. Sia per una questione di sicurezza (un incidente del dicembre 2011 a Manhattan, che causò la morte di una 41enne dipendente della Young & Rubican, provocò l’esplosione di una sindrome di ansia da ascensore) sia per un naturale groviglio di inquietudini e istinti di difesa e protezione che vivono silenziosamente in noi (la paura da ascensore è una sorta di mix di claustrofobia e agorafobia, oppure sia claustrofobia che agorafobia, o una delle due, che non sono affatto opposte e discordi). Mentre ogni cinque giorni circa sei miliardi di persone, ovvero un numero equivalente all’intera popolazione del mondo, viaggia in su e in giù in ascensore (quest’ultima statistica si riferisce alla Otis Elevator Company, la più antica e diffusa azienda produttrice del mondo: possiamo presupporre che, considerando tutte le altre marche, ci si metta molto meno di cinque giorni per raggiungere la stessa cifra).

Una brutta avventura in ascensore, una delle peggiori, è accaduta nel 1999 a Nicholas White, allora trentaquattrenne “production manager” di Business Week, che rimase intrappolato a quaranta piani di altezza per quarantuno ore mentre si dirigeva dall’ufficio alla strada per una pausa sigaretta, senza che nessuna guardia di sicurezza si accorgesse della sua presenza: dovette fumare, dormire, urlare, orinare e concepire una sua prossima fine, per stenti e fame, nei pochi metri quadri dell’ascensore. Dopo quasi due giorni qualcuno lo vide da una telecamera di sorveglianza e lo salvò.

Una bella avventura, invece, è quella di Betty Lou Oliver, una operatrice di ascensore che nel 1945, nell’Empire State Building, sopravvisse a una caduta libera (sempre in ascensore) di settantacinque piani, stabilendo tra le altre cose un nuovo Guinness World Record. Betty Lou si rifugiò in ascensore quando, il 28 giugno, un B-52 si schiantò nell’edificio a causa della nebbia. I pesanti cavi erano stati però tranciati nell’impatto, e appena si chiusero le porte la cabina precipitò, riuscendo a salvarsi soltanto grazie ai cavi stessi che, caduti e ammassati di sotto, divennero materasso per il proiettile di lamiera in cui la Oliver, probabilmente, già pensava di dover morire.

Senza ascensori il mondo non potrebbe probabilmente contenere sei miliardi di individui, o forse potrebbe contenerli ugualmente, con grande occupazione però di boschi e pianure e campi coltivati e aree oggi ancora libere da costruzione: non esisterebbe l’abitabilità verticale, soltanto un’orizzontale distesa di uffici e case. La grande società umana sarebbe drammaticamente diversa da quella che conosciamo oggi.

L’obiettivo è mantenere la massima distanza possibile tra i corpi. Ma il sesto passeggero crea il caos, e dà il la a quella cosa definita come “shuffle”: non ci sono regole, nemmeno intuitive, e lo spazio di qualcuno dovrà ridursi necessariamente.

Come scriveva decenni fa Layne Longfellow, non esiste nessun manuale di etichetta o bon-ton per l’ascensore, e tutto è regolato dai nostri istinti. In ascensore non si parla e non si guardano altre persone. Può capitare, se l’impianto prevede una porta da aprire manualmente, di tenerla aperta per permettere la salita di un altro passeggero, o al contrario di chiuderla velocemente per impedirla. Allo stesso modo, può anche capitare di accelerare o rallentare il passo per salire su un ascensore occupato ma in attesa di partire o per evitare di farlo, evitando così anche una compagnia sgradita. Ci si informa sulla destinazione altrui, per premere il pulsante al suo posto. Azzardare una conversazione è rischioso: è di solito troppo corta, e allora lascia bolle di silenzio e imbarazzo nella lunghissima (a quel punto) attesa di arrivare, o troppo lunga, costringendo a frettolosi e poco educati saluti. La Harvard Business School ha capito la portata del problema e ha creato un sito internet che, attraverso quattro passi (who, what, why, goal) aiuta a costruire un “elevator pitch” della durata di un minuto esatto, ovviamente però improntato a fare bella figura con un superiore in campo lavorativo. Ci si dispone, in tutto il mondo, allo stesso modo (questo atteggiamento è stato sì studiato). I primi due passeggeri andranno negli angoli opposti, per creare tra loro una linea retta in diagonale tra i due vertici occupati nel quadrilatero della cabina. Il terzo passeggero farà scalare entrambi gli occupanti verso il fondo, mentre lui si metterà davanti alle porte. Con il quarto ogni passeggero è in un angolo della cabina, e il quinto si sistemerà in mezzo, come il cinque dei dadi da gioco. L’obiettivo è mantenere la massima distanza possibile tra i corpi. Fino a qui tutto bene. È il sesto passeggero che crea il caos, e dà il la a quella cosa definita come “shuffle”: non ci sono regole, nemmeno intuitive, e lo spazio di qualcuno dovrà ridursi necessariamente.

È vero che trovare sei persone in un ascensore, a meno che non lavoriate in Madison Avenue (in Mad Men gli ascensori sono scenografie protagoniste ancora più che le automobili e i treni) è un fatto raro per l’Italia: sono stato a girovagare sulla Torre Velasca di Milano, che ha un discreto numero di targhe ottonate di commercialisti, avvocati, uffici e studi vari e appartamenti privati appese in portineria, e soltanto poche volte mi sono imbattuto in più di un compagno di cabina. Lì gli ascensori sono belli, confortevoli e con un grande specchio. Sono sette, ma spesso vuoti. Sono andato poi alla Torre Breda, più alta di Velasca e più alta anche della più famosa Torre Branca, in zona Stazione Centrale, sono salito soltanto per metà, poco rassicurato da un ascensore troppo anni ’50, mi sono imbattuto in un pianerottolo deserto anticamera di uno studio dentistico, e sono tornato giù, senza avere incrociato nessuno, in nessuno dei quattro ascensori frequentati. Salire in una scatola di metallo di cinquant’anni non è bello, soprattutto dopo aver letto la storia di Nicholas White e quella di Betty Lou Oliver. È per cercare di attenuare questa sensazione, mi hanno spiegato dalla Otis successivamente, che esistono gli specchi.

Sono andato poi alla Torre Breda, in zona Stazione Centrale, sono salito soltanto per metà, poco rassicurato da un ascensore troppo anni ’50, mi sono imbattuto in un pianerottolo deserto anticamera di uno studio dentistico.

C’è anche una leggenda che vuole dipingere i pulsanti “apri porte” e “chiudi porte” come bottoni placebo, cioè pulsanti inutili, non collegati a un circuito, con il solo scopo di dare all’utente impaurito l’illusione del controllo. Dalla Otis mi hanno detto che no, quei pulsanti funzionano come ogni pulsante, servono ad aprire le porte e chiudere le porte (hanno tenuto a specificarlo). Hanno però concordato sull’effetto rassicurante che la loro presenza ha negli ascensori. Negli ascensori più moderni è possibile trovare uno schermo con funzione audio e video per intrattenere i passeggeri, si chiama Mpd, Multi Purpose Display. E poi c’è l’indicatore di posizione e la pulsantiera, fondamentali calamite da fissare per tutto il tragitto, per incollarci lo sguardo e non rischiare di posarlo su altre persone: negli Stati Uniti, a causa di cabine più grandi e più alte di quelle europee, lo schermo che segnala il cambio di piano in salita o in discesa è frontale, sopra la porta, e frontale è anche la pulsantiera, mentre in Europa le due cose sono generalmente sul lato, ad altezza occhi.

Mi sono imbattuto nella pubblicità di una mostra itinerante promossa da Schindler, altra grande casa produttrice di ascensori. Si tratta di opere d’arte ispirate all’ascensore, definito, dal comunicato stampa ripreso dalla totalità degli articoli su altre testate o riviste o giornali, «un non-luogo del nostro quotidiano», riprendendo la definizione di Marc Augé che vuole descrivere i grandi spazi comuni della società moderna, omologanti e anti-storici e soprattutto anti-antropologici, come i centri commerciali o gli aeroporti o le autostrade e in generale i luoghi di transito, diciamo così, indifferente.

La stessa reazione è stata studiata mettendo coppie di macachi sconosciuti in una piccola gabbia. Le scimmie si disponevano immobili negli angoli opposti e diagonali, e iniziavano a fissare le proprie zampe, o punti indefiniti fuori dalla gabbia.

Certo la definizione di non-luogo è imperfetta in sé, e forse lo è ancora di più se rapportata all’ascensore: lo dimostra l’etichetta/non-etichetta che manteniamo al suo interno, lo spazio che istintivamente frapponiamo tra noi e gli altri passeggeri (minimo: la lunghezza di un braccio), dettato da un inconscio istinto difensivo e di conservazione: Babette Renneberg, professoressa di psicologia clinica della Freie Universität di Berlino, ha detto che in uno spazio ristretto come l’ascensore si attiva in noi un meccanismo per cui è vitale – e agiamo così istintivamente – evitare ogni comportamento che possa costituire una minaccia, la cui forma più semplice è il contatto visivo; un po’ come quando si guarda un cane negli occhi e questo inizia a ringhiare. La stessa reazione è stata studiata mettendo coppie di macachi (rhesus macaco) sconosciuti in una piccola gabbia. Le scimmie si disponevano sedute e immobili negli angoli opposti e diagonali, e iniziavano a fissare le proprie zampe, o punti indefiniti fuori dalla gabbia, o il soffitto, o pavimento, per evitare di incrociare i rispettivi sguardi. Quando la tensione saliva (e la tensione sale sempre e non c’è modo di evitarlo) una scimmia scopriva i denti, gesto che nella comunicazione dei macachi comunica intenzioni amichevoli.

A proposito di paure, a guardare le statistiche razionali e fredde sono completamente ingiustificate, visto che ogni anno, negli Stati Uniti, sono soltanto ventisei le persone che muoiono in ascensori (o sopra di essi, o sotto di essi), e per la maggior parte sono operatori e tecnici. Il pericolo di una caduta libera, che è poi l’abc del terrore da ascensore e della sua rappresentazione filmica, è praticamente inesistente, mentre più probabile, anche se la sua incidenza si avvicina più alla sfera dell’impossibilità che a quella della possibilità, è l’incidente opposto, ovvero una risalita rapida con le porte ancora aperte, che può capitare quando il contrappeso è molto più pesante della cabina, ed è quello che capitò alla povera impiegata della Young & Rubican a Manhattan nel 2011. Il freno, solitamente a tamburo, fu inventato nel lontano 1852 da Elisha Otis, fondatore della dinastia, che lo presentò alla World’s Fair di Crystal Palace a New York: si fece issare per diversi metri su una piattaforma retta solo da funi, diede ordine di tagliare le funi e la piattaforma rimase sospesa, e Elisha Otis, con una invidiabile nonchalance, esclamò «all safe!».

In termini di progresso, l’esperienza di manovra sta facendo una specie di “giro”: negli anni ’50 scomparirono gli operatori con le loro livree rosse a causa dell’introduzione della pulsantiera in cabina, oggi sta scomparendo la pulsantiera, ma senza il ritorno degli operatori e delle loro livree rosse: i più moderni sistemi prevedono che tu, caro utente, scelga il piano ancora sul pianerottolo, e uno schermo ti indirizzerà nell’ascensore con la “programmazione di viaggio” più consona a una veloce esecuzione del tuo spostamento. Dentro non c’è nulla, e se hai scelto il sesto piano l’ascensore ti porterà proprio al sesto piano. E se hai dimenticato le sigarette, affari tuoi.

 

Dal numero 14 di Studio

Immagine via Flickr / Molly Des Jardin

 

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