Si chiama Prologue, fa parte di Visions of Europe, un film collettivo del 2004 composto da 25 cortometraggi, e dura poco più di 5 minuti.
Lo “Zanardi equestre” di Andrea Pazienza è diventato un caso giudiziario perché era stato buttato nell’immondizia e adesso non si sa a chi appartenga
Da una parte c'è l'uomo che lo ha recuperato dalla discarica e restaurato, dall'altra il Comune che l'opera l'ha pagata.
Quando un’opera viene gettata via e poi recuperata, chi può esserne definito il legittimo proprietario? Sembra essere questo il nodo della questione intorno allo “Zanardi equestre”, opera di Andrea Pazienza attualmente esposta al Maxxi dell’Aquila all’interno della mostra La matematica del segno, visitabile fino ad aprile 2026, che ripercorre il lavoro e il processo creativo dell’artista.
L’opera era stata commissionata nel 1985 dal Comune di Cesena per decorare i pannelli in legno che coprivano i lavori di restauro della fontana cinquecentesca del Masini in piazza del Popolo. Lo “Zanardi equestre” faceva parte di un progetto collettivo che coinvolse anche altri due fumettisti: Ugo Bertotti e Giorgio Carpinteri, le cui opere però non furono mai ritrovate. Alla fine dei lavori, i pannelli raffiguranti i dipinti degli artisti vennero smontati e abbandonati in una discarica. All’epoca dello smantellamento, un giovane di nome Riccardo Pieri lo recuperò, rimise assieme i pezzi e fece restaurare l’opera di Pazienza – anche se con alcune parti mancanti – custodendola per quasi 40 anni, prestandola gratuitamente in occasione di diverse mostre fra Torino, Bologna, Milano, Roma e oggi all’Aquila, permettendo il recupero di un dipinto che altrimenti sarebbe andato perduto.
L’indagine sulla vicenda, eseguita dai carabinieri del Nucleo di Tutela del Patrimonio Culturale, aveva portato all’ipotesi di un’appropriazione indebita da parte di Pieri, ma il caso era stato archiviato in quanto, se lui non avesse deciso di prendere quell’opera dalla discarica in cui era stata gettata, quest’ultima sarebbe andata distrutta. L’ex senatore dei Verdi e funzionario del Comune di Cesena al tempo dei fatti Sandro Turroni, tuttavia, aveva fatto successivamente ricorso sostenendo che l’opera fosse in realtà di proprietà del Comune di Cesena, poiché «è stata commissionata e pagata dal Comune e la distruzione da parte degli operai non ne cambia la proprietà».
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