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Ikea ha annunciato che non produrrà più la borsa Frakta (quella blu da 99 centesimi) L'accessorio, passato anche sulle passerelle di Balenciaga e sui campi da tennis, sarà sostituito da un nuovo modello, in fase di progettazione.
Sydney Sweeney rischia una denuncia per atti vandalici per aver coperto la scritta Hollywood con i suoi reggiseni Era tutta una trovata pubblicitaria per lanciare la sua linea di biancheria intima, Syrn. Ma, a quanto pare, la trovata pubblicitaria la porterà in tribunale.
La CDU, il partito di maggioranza in Germania, vuole abolire il diritto di lavorare part time Secondo il partito del cancelliere Merz, la crisi economica tedesca è colpa soprattutto dei troppi lavoratori che decidono di fare part time.
I cittadini di Minneapolis hanno organizzato una festa per il licenziamento di Greg Bovino davanti all’hotel dove alloggiava Cori, canti, balli, musica, festeggiamenti. Fino a quando la polizia non è intervenuta per interrompere violentemente il party improvvisato.
Ad Amsterdam saranno installate lungo i canali delle mini scale per aiutare i gatti che cadono in acqua Centomila euro che il Comune ha deciso di investire nella costruzione di quelle che tecnicamente si chiamano “scale per l’uscita della fauna selvatica”.
Dopo il litigio con il figlio Brooklyn, una canzone di Victoria Beckham di 25 anni fa è arrivata in cima alle classifiche inglesi A 23 anni dal lancio, "Not Such An Innocent Girl" raggiunge la vetta di ben due classifiche inglesi, grazie al pubblico litigio tra Victoria e David da una parte e il figlio Brooklyn dall'altra.
Per la prima volta Pitchfork ha spiegato come assegna e cosa significano i voti che dà agli album È una guida che introduce anche gli abbonamenti al sito, che permetteranno agli utenti di aggiungere il loro voto a quello dei giornalisti.

Virzì visto da me

Esce La Pazza Gioia: lo sguardo ravvicinato dello sceneggiatore di Tutti i santi giorni, oltre che compagno di liceo del regista.

17 Maggio 2016

Mi sono innamorato de La pazza gioia dentro un camper parcheggiato ai bordi di un terreno, in una di quelle estremità di Roma che si chiamano CasalQualcosa e che non saprei ritrovare sulla cartina. Me ne sono innamorato mentre, dentro a quel camper, ripassavo le quattro battute che Virzì mi aveva affidato e che custodivo gelosamente nella memoria da molti mesi. Me ne sono innamorato quando d’un tratto ho visto arrivare Valeria Bruni Tedeschi, che parlava in francese al cellulare, con un vestitino meravigliosamente semplice e delle ciabatte ai piedi, che, se le portava lei, diventavano elegantissime anche quelle. Me ne sono innamorato mentre Micaela Ramazzotti usciva dal trucco, con quei due stracci nosocomiali addosso, e già faceva una tenerezza infinita solo a guardarla. Me ne ero innamorato già prima che fosse un film, a dire la verità. Quando cioè La pazza gioia era ancora un sceneggiatura che mi portavo in treno, non ricordo più verso dove, per godermi il piccolo grande privilegio di leggermela in privato.

Poi, qualche giorno fa, ho sentito Virzì al telefono. Sarebbe partito per Cannes l’indomani. Volevo sapere come stava.

«Sai»,  gli ho detto, «finalmente l’ho conosciuta l’Archibugi… ci siamo fatti un sacco di risate, ma ti saranno fischiate le orecchie…».

«Ah Francesca…», ha risposto lui, «una così non ce l’hanno nemmeno a New York… te lo ricordi?».

Schermata 2016-05-17 alle 14.57.11Era una citazione da Ovosodo. E siccome, sia chiaro, non è che Virzì di solito parla al telefono citando frasi dai suoi film, c’era magari anche un sottotesto, la spiegazione del quale rende forse lecita questa pubblicazione di una conversazione privata. In altre parole, credo che nel dirmi quella cosa volesse anche mandarmi un messaggio in codice alla vigilia di molte cose importanti. Credo volesse dirmi che quel mondo più largo, quella vita più piena che aveva immaginato in quello stesso liceo di provincia che ho frequentato anch’io, e dove né io né lui avremmo potuto farci scudo di alcuna genealogia di illustri maggiorenti cittadini per immaginarci un futuro, era finalmente lì, in tutta la sua emozionante complessità, a poche ore da Cannes, e con un film americano già in cantiere.

Forse voleva dirmi che scrivere un film con la sua amica Francesca era stato per lui un altro modo di allargare ancora un po’ i confini del mondo, e che in quello spazio più aperto, lui e Francesca, avevano trovato un posto anche per quelle due matte lì, Beatrice e Donatella. O forse non voleva dirmi niente di tutto questo, ed ero solo io che volevo sentirmelo dire.

Comunque sia La pazza gioia, dalle immagini immaginarie, dalle parole di carta nei dialoghi della sceneggiatura, alla fine era diventato un congegno emozionale capace di farmi passare dal riso al pianto in un attimo, come un ottovolante dal quale non si può scendere fino ai titoli di coda. Come se insomma, mentre finalmente mi godevo il film nella sala di proiezione, mi accorgessi che il litio lo avevano tolto pure a me, e che quindi d’ora in poi sarei rimasto in balia di me stesso.

La cosa certa, è che per raccontare la follia al cinema ci vuole un coraggio enorme. La pazza gioia è, da questo punto di vista, un film miracoloso, prima di tutto per i pericoli mortali che scampa uno a uno, di scena in scena. Perché la cosa più facile del mondo, nel raccontare la follia, è indulgere a quella menzogna romantica che fa volentieri dei matti i depositari di una verità che sarebbe preclusa a chi, ogni giorno, resta, con fatica magari crescente, lungo i binari della decenza quotidiana.

Ma la verità (filmica finalmente) è invece che nell’abisso di solitudine e disperazione della follia non c’è alcuna verità sublime, se non quella che ci accomuna tutti come esseri umani. Ovvero che vogliamo essere accettati ed amati, e che questa è la gioia di cui abbiamo una fame inesauribile.

Per il resto, se ci siamo innamorati di questo film, è infine perché, per quanto continuiamo a sforzarci di restare lungo i binari della decenza quotidiana, sappiamo bene, sappiamo anzi ogni giorno un po’ meglio, che basterebbe nulla per deragliare. Basterebbe un incontro sbagliato, una sfortuna di troppo. Basterebbe perdere un punto d’appoggio che credevamo sicuro, per scivolare lungo uno di quei crinali di esistenza che abbiamo già percorso pericolosamente migliaia di volte. E così finiremmo ai matti anche noi, con Beatrice e Donatella.

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