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C’è un book club in cui si pagano 1500 euro per leggere in silenzio assieme a degli sconosciuti a cui non bisogna rivolgere la parola Si chiama Rest + Read, si tiene in Galles e si pagano 1.250 sterline (1.495 euro) per quattro giorni di lettura e silenzio.
Una delle nuove differenze tra ricchi e poveri è il green divide, cioè la possibilità e facilità di accedere a zone verdi Lo ha dimostrato una ricerca pubblicata su Nature Communications: meno del 15 per cento dei cittadini europei ha un accesso adeguato al verde. Nella situazione peggiore, ovviamente, ci sono i cittadini più poveri.
Al caso della “famiglia nel bosco” adesso si è aggiunto anche un film prima svelato e poi smentito nel giro di 24 ore I giornali hanno riportato di un accordo quasi fatto con Netflix. Accordo che è stato poi smentito dall'avvocata della famiglia e dalla stessa Netflix.
Un tizio ha registrato più di 10mila concerti di band leggendarie quando ancora non erano famose e ora sta mettendo tutta la sua collezione su Internet, disponibile gratuitamente per tutti Lui si chiama Aadam Jacobs, ha collezionato migliaia di bootleg di (tra gli altri) Nirvana, R.E.M., The Cure, Depeche Mode, Sonic Youth e Björk. E adesso li metterà tutti online.
In realtà, quella tra Usa e Vaticano è una crisi diplomatica che prosegue da settimane e che va molto oltre gli insulti di Trump al Papa L'ultimo, delirante attacco di Trump a Papa Leone XIV è solo il capitolo finale di una crisi che va avanti da tempo, tra minacce velate e inviti ignorati.
La foto di Silvia Salis che gongola per il successo del dj set di Charlotte de Witte a Genova è diventata il meme del momento Il sorrisetto soddisfatto della sindaca di Genova a molti ha ricordato un meme famosissimo: quello della Disaster Girl, di cui Salis è involontariamente diventata la versione "adulta".
Su internet c’è una teoria secondo la quale Orbán ha perso le elezioni perché poco prima aveva incontrato JD Vance e JD Vance porta sfortuna È stato l'ultimo a incontrare Papa Francesco prima che morisse. Era lì mentre naufragava la trattativa tra Usa e Iran. Ed era stato anche in Ungheria a fare un comizio per Orbán. Sono tre indizi, cioè una prova.
Il presidente del Nepal Balen Shah, che è un ex rapper, ha scelto come suo Ministro degli Interni Sudan Gurung, che è un ex dj E il suo primo provvedimento è stato ordinare l'arresto del suo predecessore, liberato solo dopo 12 giorni di prigione e interrogatori.

Indagine sul successo dell’umarell

La storia del termine inizia con un blog dei primi anni Duemila e finisce con l’inserimento nell’edizione 2021 del dizionario Zanichelli.

23 Dicembre 2020

Iniziò con un blog dei primi anni Duemila: dominio Splinder, grafica rustica, contenuti più faceti che seri. È finita con l’inserimento nell’edizione 2021 del dizionario Zanichelli, che a partire dall’anno prossimo includerà anche la definizione umarell: “pensionato che si aggira, per lo più con le mani dietro la schiena, presso i cantieri di lavoro, controllando, facendo domande, dando suggerimenti o criticando le attività che vi si svolgono”. Una parola inventata — o meglio, creativamente rivisitata — dallo scrittore Danilo Masotti, e che si è rapidamente intrufolata nelle nostro vissuto. Originariamente usata in Bolognese col significato generico di “omarello, uomo piccolo”, acquisì la sua accezione più specifica quando Masotti intuì le potenzialità del web — ai tempi ancora oggetto semi-misterioso — lanciando un progetto tanto elementare quanto geniale: invitò i suoi lettori a mandargli fotografie di anziani assorti nell’osservazione dei cantieri, gli umarell appunto, che lui avrebbe prontamente pubblicato. A volte da soli, a volte in gruppo. Ma tutti divorati dalla morbosa, fanciullesca curiosità verso i lavori in corso, che sarebbe poi diventata l’inconfondibile marchio di fabbrica della categoria. «Sono tanti, vivono in mezzo a noi, ci osservano e noi osserviamo loro», recitava il motto del progetto. E a quindici anni di distanza, l’affermazione non potrebbe essere più vera.

Quelle immagini un po’ sgranate scandirono i primi passi di un successo inarrestabile. A partire dal marzo 2005, data di fondazione del blog, agli umarell sono stati dedicati libri, piazze, calendari, oltre che una canzone di Fabio Concato. La popolarità del fenomeno non è sfuggita nemmeno al mondo delle multinazionali, come mostrato dalla campagna pubblicitaria lanciata da Burger King Italia nel 2016. Una videostoria di 2 minuti con protagonisti cinque pensionati che rappresentavano al meglio la categoria: scappavano dalla moglie, manovravano escavatori e si lamentavano a oltranza dei lavori, prima di godersi con serenità l’hamburger che premiava le loro fatiche. A quel punto, come suggerito dall’ambientazione del video e dagli accenti dei protagonisti, la radice bolognese si era ormai persa: da espressione regionale, il termine umarell era ormai elemento del lessico italiano. E mentre anche il mondo anglosassone ha recentemente mostrato un certo interesse nei confronti della parola, l’espressione sta continuando a diffondersi. Affascinandoci, divertendoci, ma pure spingendoci a fare i conti con una domanda non semplice. Perché la categoria degli umarell ha avuto così presa sulla nostra lingua e sul nostro immaginario?

Come spesso accade con l’evoluzione delle parole, ci si muove in un mondo dominato in buona parte dal caso. Proprio come continuiamo a non avere una spiegazione convincente di come un’espressione come resilienza sia arrivata ad avere una popolarità così sconvolgente, anche l’ascesa degli umarells nasconde una componente di mistero. Come ha fatto un regionalismo uscito dal nulla — senza alle spalle alcuna tradizione letteraria, cinematografica o sportiva — a diventare così virale? Perchè proprio gli umarell, e non una qualsiasi delle idee che ci passano per la mente? Se una piena comprensione razionale degli eventi rischia di essere uno sforzo velleitario, ci sono però alcuni indizi importanti. A partire dall’aspetto sonoro, che, senza che noi ce ne accorgiamo, spesso influisce sul potenziale comunicativo di un’espressione. Interessante notare, ad esempio, che sia la u iniziale che la doppia l finale rientrano nella classe di suoni che, secondo gli psicologi e i linguisti che studiano il fonosimbolismo, vengono sistematicamente accostati a forme tondeggianti — e per estensione a qualcosa che percepiamo come innocuo, rassicurante, e in ultima analisi desiderabile. Tutte caratteristiche che rappresentano le qualità essenziali degli umarell, e che sono invece meno istintive da associare fonicamente a possibili sinonimi come pensionato, anziano o vecchietto. Senza dimenticare la consonante finale, rara da trovare in italiano, che crea le condizioni perfette per formare in maniera naturale il plurale anglofono umarells — un altro marchio di fabbrica dello spirito goliardico dell’espressione. Eppure, per quanto affascinante, il suono della parola non può essere la chiave di tutto; se così fosse, basterebbe mettere insieme consonanti e vocali altamente evocative per creare a tavolino parole virali a piacimento. Obiettivo agognato da molti, ma che al momento resta materiale per una puntata di Black Mirror.

A un esame più attento, ci sono infatti almeno altri due ingredienti che possono aiutarci a capire meglio il successo del termine. Il primo è che, come suggerito dalla definizione dello Zanichelli, la categoria di umarell è inscindibilmente ancorata ad azioni concrete, più che a caratteristiche astratte: pattugliare il cantiere; ficcare il naso negli affari altrui; borbottare; aggirarsi con le mani dietro la schiena. Elementi che rendono questi personaggi così vividi che ci sembra quasi di poterli toccare con mano, anche quando non siamo in loro presenza. E che fanno degli umarell una categoria di tipo visuale, ancora prima che concettuale: i cui membri esistono, e possono essere raccontati, solo nella misura in cui vengono colti sul fatto, assorti nelle loro occupazioni tipiche. E’ stata proprio questa simbiosi con il fare — o perlomeno con il guardare — che ha reso possibile la proliferazione dal basso del termine, con una modalità del tutto singolare: quella di una sorta di bird watching umano, in cui persone da tutte le parti d’Italia si sono messe a scattare fotografie di umarell nel loro ambiente naturale, commentarle, e condividerle. Prima, usando i blog come se fossero pagine di Instagram ante litteram, e poi sfruttando a pieno la forza dei social media — oltre a telefoni con fotocamere migliori. E così, la corsa a documentare l’umarell ci ha portato a trovare un senso di esperienza condivisa attorno a un fenomeno che accomuna indistintamente ogni angolo d’Italia, ma si declina con sfumature diverse da località a località: dall’umarell di pianura, che si sposta tipicamente in bicicletta e frequenta assiduamente le feste dell’Unità, all’umarell marittimo che perlustra rocce e fondali, fino ad arrivare a quello metropolitano e altamente tecnologico, che usa le app per localizzare i cantieri in città. L’effetto finale è stato quello di a dare un significato tutto nuovo a immagini che da sempre fanno parte del nostro quotidiano. Concedendoci anche il raro piacere di riscoprire le sfaccettature del nostro paese senza lo spettro di divisioni e campanilismi.

Se la carica visiva ha certamente facilitato il successo popolare del termine, l’affermazione dell’umarell deve però molto anche a quello che i linguisti chiamano il significato sociale del termine: il flusso di idee, associazioni, emozioni che vengono normalmente trasmesse da una parola, e che vanno al di là della sua definizione da vocabolario nuda e cruda. Ogni volta che usiamo la parola umarell, infatti, non evochiamo solo la figura di un pensionato che guarda i cantieri, ma anche tutto quello che questa figura rappresenta: tra le altre cose, una vecchiaia attiva, sociale, forse un po’ annoiata, ma fondamentalmente salubre. Che prendiamo in giro con simpatia, ma rispettiamo profondamente. E’ proprio questa connotazione universalmente positiva, su cui ci troviamo tutti più o meno d’accordo, ad aver reso l’umarell qualcosa con cui ci immedesimiamo non solo facilmente, ma anche volentieri. Non solo perchè ci ispira a ridere e scherzare, ma anche perchè ci distoglie da rappresentazioni della vecchiaia meno idealizzate, ugualmente vivide, e decisamente più inquietanti. Come quella del pensionato magistralmente raccontato di Guccini nell’omonima canzone, ironicamente ambientata proprio a Bologna: un anziano sedentario, trincerato nel suo appartamento, le cui maniere cortesi e discrete non riescono a mascherare una profonda solitudine. Magari più letteraria, ma certamente meno attraente della grintosa irriverenza di chi passa la giornata a osservare gli operai, e si permette pure di spiegare loro come fare il proprio lavoro.

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