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Tom Hardy ha pubblicato un album rap e la cosa sorprendente è che non è per niente male Si intitola Czarface Meets Frankie Pulitzer: quindici tracce con Inspectah Deck dei Wu-Tang Clan e 7L & Esoteric, più Busta Rhymes, Method Man ed El-P.
Putin ha deciso che da ora in poi le aziende che non sanno difendersi dagli attacchi dei droni ucraini verranno nazionalizzate E sarà lui (ovviamente) a decidere chi gestirà l'azienda, e come, dopo l'avvenuta nazionalizzazione.
Per contrastare la denatalità, il governo di Singapore darà ai genitori 50 mila euro a figlio Si comincia con 10 mila dollari di Singapore alla nascita, poi ne arrivano 2 mila ogni anno dal primo compleanno fino ai sedici, poi altri sussidi: in totale quasi 70 mila dollari di Singapore per bambino, distribuiti fino ai diciassette anni.
Nel 2028 arriverà finalmente il sequel di Priscilla, regina del deserto Lo ha detto Guy Pearce, uno dei protagonisti. E le scene con il compianto Terence Stamp sono già state girate tutte.
Il nuovo report dell’Onu sulla crisi climatica dice sostanzialmente due cose: sta andando tutto molto male e andrà tutto sempre peggio Non solo non riusciremo a tenere l'aumento della temperatura sotto gli 1,5 gradi di media, ma entro la fine del secolo rischiamo che l'aumento tocchi i 3 gradi.
La nuova campagna di Valentino si chiama Interferenze ed è scattata in un ex centrale elettrica romana convertita in museo La campagna è stata scattata da Glen Luchford nella Centrale Montemartini di Roma, ex centrale elettrica convertita in museo nel 1997.
L’uomo condannato per l’omicidio di Tupac aveva scritto in un libro di essere il mandante dell’omicidio di Tupac, poi è stato accusato di essere il mandante dell’omicidio di Tupac e ha detto che in realtà si era inventato tutto per vendere più copie Il libro si intitola Compton Street Legend, autopubblicato, 215 pagine con filigrane a forma di foro di proiettile, e descrive Duane Keith Davis, detto Keffe D, come l'uomo che procurò la pistola che fu usata per uccidere Tupac.
Four Tet ha pubblicato su YouTube un set di 4 ore e mezza 58 tracce condensate in 4 ore e 24 minuti. Nel video ci sono inediti, remix, canzoni dal suo repertorio fantasma e numerose collaborazioni.

Tutti chiedono scusa

Da Di Maio per il suo giustizialismo ai francesi per il ruolo avuto in Ruanda, passando per Angelini per il lavoro in nero, non passa giorno che qualcuno si scusi per qualcosa.

04 Giugno 2021

Di sicuro è colpa dell’abbondanza: prendi le scuse di Di Maio, metti le scuse della Francia per il suo ruolo nella guerra in Ruanda e della Germania per il genocidio del popolo Herero nella Seconda guerra mondiale, consideriamo che siamo venuti a conoscenza anche delle scuse di Brusca, e via social il chitarrista Angelini si è scusato per dei modi bruschi avuti sempre via social con una sua, diciamo così, dipendente. Mettiamo che pure io, chissà forse suggestionato o influenzato dal suddetto elenco, a un certo punto mi sono accorto di aver chiesto scusa una decina di volte nell’arco di una giornata.

Insomma, di sicuro colpa dell’abbondanza, ma è difficile in prima battuta capire se stiamo assistendo a una esibizione plateale di scuse, così, a scopo puramente narcisistico impositivo, nonché liberatorio (cazzo devi accettare le mie scuse: un po’ come quando in Pesce di nome Wanda, Otto appende Archie alla finestra, affinché possa fermarsi e ascoltare le sue scuse), oppure è iniziato un serio processo che cambierà alcune narrazioni di potere, dunque il clima di violenza scemerà sempre di più e vivremo in pace.

È difficile per due motivi, il mantello cattolico ci protegge da sempre. Prevede la confessione (che poi sono le scuse a Dio), la successiva richiesta di perdono, nonché atti di riparazioni (in genere preghiere). Un protocollo a cui siamo abituati da millenni e che agisce in default, dunque perdiamo la capacità di analisi dei singoli casi. Il secondo motivo è che il fenomeno in effetti sta nascendo ora e vista la proliferazione e il susseguirsi rapido delle scuse, spesso via social, ci rendiamo conto che nella fretta mancano dei punti di orientamento, utili a capire quando le stesse scuse portano a risultati apprezzabili e seri tra i contendenti, quando invece sono esibizioni momentanee che non tolgono o aggiungono niente alla situazione da sanare. O infine quando le scuse, volente o nolente, diventano uno strumento per cedere potere senza cederlo affatto, insomma mantenere lo status quo, sia di quello che offende sia dell’offeso (con più problemi per l’offeso).

Quelli di noi che sono propositivi ci spingono a sfruttare il fenomeno in atto e volgerlo al meglio. Dunque – ci dicono- è necessario fondare una “episteme” delle scuse, così da separare il grano dal loglio (che poi, tra l’altro, è un’infestante non più pericolosa come un tempo). Soprattutto giungere a un risultato soddisfacente. Grazie alle scuse, sostenute in primo luogo da una presa di responsabilità (e non da chiacchiere e belle parole) nonché da una richiesta di perdono (per responsabilizzare e fa partecipare anche l’offeso: magari non se la sente di perdonare), arrivare sia a prevenire il ripetersi della situazione che ha causato la contesa sia a facilitare una riconciliazione sostenibile. Quindi, in ultima analisi le scuse devono riuscire a trasformare lo status quo o comunque annullare, abbassare di intensità quelle condizioni negative, tossiche e ostili che l’hanno fondato e giustificato (lo status quo).

Non è facile: le scuse e il perdono sono suscettibili di abusi. Le scuse possono essere egoistiche, insincere, controproducenti e inadeguate, pure violente. Si dice: chiedi scusa e sarai perdonato. Tuttavia, questa è una prospettiva di riconciliazione debole e semplicistica, dove si tende a manipolare la vittima. Nel senso che esibire platealmente le scuse e chiedere alla vittima di perdonare l’offesa, può produrre un’accelerazione del processo non voluta: ritieni che la  vittima debba risponderti con la stessa moneta, un perdono esibito. Ciò porta a trascurare i cambiamenti profondi e fondamentali che avvengono dopo un’offesa e che spesso, essendo traumatici, non sono facili da sostenere e definire.

E poi le richieste di perdono possono sorvolare sulla necessità della giustizia. Le scuse devono insomma essere elaborate con cura e con la stessa cura portate avanti: perché non riguardano interamente il passato, ma anche il futuro. Messa in questo modo si capisce che le scuse non sono un evento, mediatico o meno, ma un processo durante il quale ci si chiede, a mo’ di problem solving, cosa è andato storto e quali sono state le condizioni che hanno prodotto il danno a terzi. Prima il processo, poi le scuse, infine l’impegno per la riforma dello status quo.

Poi lo sappiamo, la vita è quasi tutta basata sul senso di colpa. Come lo gestiamo qualifica chi siamo e la qualità della nostra vita. Possiamo condannarci in eterno, organizzare delle sedute di mea culpa ben recitate o fingere che il problema non ci interessi. Ma non c’è dubbio: il senso di colpa va gestito e reso produttivo. Nel libro La separazione del maschio di Francesco Piccolo, il protagonista, quando accompagna la figlia a scuola, si dimentica spesso di darle la merenda. La piccola si lamenta ma lui lotta per non farsi sopraffare dal senso di colpa, ha sbagliato ma non vuole rispondere allo sbaglio esibendo la colpa e offrendole più bene di quanto sia necessario: insomma, non le compra due merendine per riparare. Le scuse sono anche una questione di misura.

Questa scena potrebbe rappresentare il senso di colpa alla greca, per così dire. I Greci furono ossessionati – raccontano gli studiosi – dalla distruzione di Troia. Non per questo smisero di far guerre, anzi, svilupparono o comunque raccontarono benissimo il senso della pietas, un’attenzione ai desideri e alle sofferenze altrui. Se riusciremo a sviluppare questo senso di colpa alla greca, forse, strada facendo impareremo anche a essere gentili, con noi stessi e con gli altri: mica è poco.

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