Stando a quello che ha detto Trump, i prossimi a doversi preoccupare sono Cuba, Colombia, Groenlandia e pure il Messico.
Come sempre più spesso capita, la considerazione più intelligente sul colpo di Stato in Venezuela non l’ho trovata sui cosiddetti legacy media ma su TikTok. La considerazione l’ha fatta il creator TeethPrints ed è questa, tradotta liberamente dall’inglese all’italiano: «Frate, te lo giuro, stavolta il regime change non sarà come alle Hawaii nel 1893, in Honduras nel 1912, in Iran nel 1953, in Guatemala nel 1954, in Congo nel 1960, nella Repubblica Dominicana nel 1961, nel Vietnam del Sud nel 1963. Né come in Brasile nel 1964, né come nella Repubblica Dominicana di nuovo nel 1965, né come in Cile nel 1973, né come a Grenada nel 1983, né come a Panama nel 1989, né come a Haiti nel 1984, né come in Afghanistan nel 2001, né come in Iraq nel 2003, né come ad Haiti di nuovo nel 2004, né come in Honduras di nuovo nel 2009, né come in Libia nel 2011. Stavolta non vogliamo soldi, frate. Stavolta vogliamo solo aiutare la povera gente!». Mentre TeethPrints snocciola tutte le volte che quello che sta succedendo in queste ore è già successo in passato, in sovrimpressione sta la scritta: «La gente che difende l’intervento americano in Venezuela». Fa ridere perché è vero, come dicono quelli che di comedy se ne intendono.
Battlestar Galactica è una delle serie che insegnano a capire il mondo, e infatti ogni volta che nel mondo succede qualcosa, qualsiasi cosa (cioè sempre la stessa cosa), il primo pensiero che mi si forma nella testa è una linea di dialogo di Battlestar Galactica: «Tutto questo è già successo, e succederà di nuovo». Il corollario di questa formula è: non c’è niente da aggiungere né da fare. Quello che è successo in Venezuela è già successo in Ucraina e succederà di nuovo a Taiwan (solo per stare ai precedenti prossimi, in entrambi i sensi della parola “prossimi”), è già successo abbastanza tante volte in passato e succederà altrettante volte in futuro: sugli imperi il sole della storia non tramonta mai, le rivoluzioni e le riforme sono solo nuvole passeggere, il petrolio i minerali le colonie sono per sempre. Ma seguendo tutto quello che è venuto dopo l’attacco statunitense al Venezuela, per la prima volta nella mia vita ho pensato che quella linea di dialogo di Battlestar Galactica fosse sbagliata, non servisse più a spiegare il mondo, tantomeno a capirlo. Perché è vero, è già successo, succederà di nuovo, ma da un pezzo si ha la sensazione che ogni volta succeda un po’ peggio della precedente. Che il contributo dell’umanità al divenire storico ormai sia solo deterioramento, pure quando si tratta di colpi di Stato. Che la storia sia cominciata come una cena elegante e che ora siamo al punto in cui i commensali si sputano nel piatto. Entro la prossima portata inizieranno ad accoltellarsi.
Fuck around, find out
Non ci sono più i colpi di Stato di una volta, quindi? Forse no, non ci sono più davvero, certamente non c’è più la grammatica del colpo di Stato che abbiamo imparato alla scuola del Novecento. John McCain diede il bacio della morte a Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa della prima amministrazione Bush, quando lo definì «il peggiore di tutti i tempi» ad aver mai ricoperto quella carica. Per sua fortuna, McCain è morto nel 2018, la natura gli ha risparmiato di assistere al demente spettacolo di Pete Hegseth che diventa Segretario della Guerra (a proposito di deterioramento). Commentando la cattura di Nicolas Maduro, Hegseth è ricorso a uno degli acronimi più stupidi che la lingua inglese abbia mai imposto al dibattito pubblico (e non sono mica pochi, fyi), un acronimo non a caso preso da un ambito dell’esperienza umana sconclusionato quasi quanto la politica, cioè la genitorialità: Fafo, che sta per fuck around, find out, che è una frase impossibile da tradurre letteralmente in italiano ma il cui senso sta tra “a tuo rischio e pericolo” e “uomo avvisato, mezzo salvato”. In realtà c’è un’espressione del mio dialetto, il tarantino, che traduce quasi perfettamente il significato e il senso di Fafo: è andato per fottere ed è rimasto fottuto.
Questo è quanto di meglio il Segretario della Guerra degli Stati Uniti d’America ha avuto da dire sul regime change in Venezuela. Ho cercato dichiarazioni simili di Rumsfeld, il peggiore di tutti i tempi, sull’Afghanistan e sull’Iraq. Non ne ho trovate e mi sono chiesto se esistesse una parola in inglese, in italiano o in un’altra delle lingue degli uomini per definire la cosa che è peggio del pessimo, l’uomo che è peggio del peggiore. Sarebbe bello trovarla o inventarsela, così avremmo finalmente una dicitura giusta per spiegare questa era geologica, perché Antropocene ormai è inadatta, quella era l’epoca dell’homo sapiens sapiens e adesso non c’è dubbio che siamo in quella dell’omm’ ‘e merd’ (‘e merd’).
Cosa resterà di questi anni orrendi
Non che si possa ridurre il colpo di Stato a una questione di etichetta, figuriamoci. Né avrebbe senso farne un discorso di estetica, ci mancherebbe. Ma il golpe è parte della mitologia dell’Occidente e le mitologie sono fatte anche di bellezza, e un mondo più bello, migliore di questo era persino quello in cui la Cia rovesciava il governo Allende in Cile ma almeno di quella tragedia restava l’eroica figura del Presidente tra le macerie del suo Paese, con l’elmetto in testa e il terrore che gli si vedeva negli occhi anche dietro le lenti degli occhiali. Cosa ci resterà di questo colpo di Stato, invece? Maduro, uno che nemmeno Omero riuscirebbe a far passare come un eroe, uno che per difenderlo o rimpiangerlo serve avere sullo stomaco un pelo più folto di quello del bue muschiato della Groenlandia (il caso ha voluto che proprio dalla Groenlandia venisse l’animale col pelo più folto del mondo). Machado, Maga ad honorem, cornuta e anche mazziata, e per come vanno le cose non è da escludere che Trump le dica di consegnargli il premio Nobel per la Pace. Trump, un Tenente Colonnello William Kilgore che i suoi elicotteri li fa volare al suono di rutti e scoregge invece che sulle note della Cavalcata delle Valchirie di Wagner. Niente eroi né epici né tragici, solo gerarchi peggiori (grazie per sempre a Massimo Bordin per aver inventato la dicitura).
Si può scegliere la posizione “né né”, né con Maduro né con Trump, ovviamente. La posizione di chi rivendica il primato del diritto, della sovranità, dell’indipendenza, dell’autodeterminazione. Ma a che serve, in un mondo in cui tutto questo è trattato come ostacolo, come affettazione, come anacronismo? È tutto una convenzione, in fondo, una recita che funziona finché tutti accettano di fare la parte: oggi facciamo che il diritto serve a spingerci verso la pace perpetua, domani invece usiamolo per “arrestare” un capo di Stato straniero e “processarlo” in un Paese straniero, senza alcun mandato di cattura internazionale e per crimini che non è chiaro se esistano davvero (narcoterrorismo?). Trump tratta il Sud America come il giardino di casa, per Putin l’Ucraina è come la casa in campagna, Xi vede Taiwan come la villa al mare. Possono perché vogliono, perché in questa meschina commedia «vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole», cioè a Washington, a Mosca e a Pechino, che, parafrasando Homer Simpson, evidentemente in questo periodo devono sentirsi come Dio se Dio avesse le testate nucleari.
Come si fa a difendere il mondo degli uomini per bene dagli uomini che vogliono solo veder bruciare il mondo? A questa domanda è sempre più difficile trovare una risposta, perché è sempre più difficile trovare gli uomini per bene in questo mondo. Certo, ci sono quelli che la loro risposta ce l’hanno sempre, quelli per i quali Maduro è un Bolivar che ha scambiato le basette con i baffi e quelli per i quali è sempre l’anno buono per dare a Trump in Nobel per la Pace. Ma ci sono anche quelli che la loro risposta non ce l’hanno più. Io, per esempio, non so che rispondere a un mondo in cui Christian Rocca, filoamericano se ne esiste uno, intitola il suo editoriale su Linkiesta dedicato alla questione venezuelana “L’America non è più il poliziotto del mondo, ma il gangster del mondo“. Se non che gangster è veramente la parola perfetta per descrivere un uomo che alla Presidente a interim Delcy Rodriguez fa sapere che «if she doesn’t do what’s right, she is going to pay a very big price, probably bigger than Maduro». Se potete, leggete questa frase con un forte accento da italo americano newyorchese. Uno alla John Gotti.
La perversione della democrazia
Sono tali e tante le indecenze pronunciate da Trump nei tre giorni, soltanto tre giorni, passati dall’attacco a Caracas, che una buona metà già sono state dimenticate. Ma va riconosciuto un merito storico, a Trump: quello di aver compiuto, pur pervertendola, la missione che Norberto Bobbio assegnava alla vera democrazia, quella di non avere più segreti «per l’uomo uscito di minorità», quella di aprire a tutti, per sempre, la stanza in cui per secoli erano stati celati gli arcana imperii, di scostare finalmente il lussureggiante velo dietro il quale il potere aveva celato il suo ripugnante volto. Per l’uomo uscito di minorità, diceva Bobbio, «il potere non ha, non deve più avere, segreti. Perché l’uomo diventato maggiorenne possa fare pubblico uso della propria ragione è necessario che egli abbia una conoscenza piena degli affari di Stato. Perché egli possa avere una piena conoscenza degli affari di Stato, è necessario che il potere agisca in pubblico». E questo Trump per noi l’ha fatto, al novello Cesare quello che è del novello Cesare: tutto è pubblicato (non degli Epstein Files, ma quello è un altro discorso) di questa storia del Venezuela, il potere non solo non copre più le sue tracce ma ovunque alle sue spalle lascia scritto «sono stato qui, sono stato io». «Lo gestiremo noi», ha detto, col dizionario che è sempre quello sin dai tempi di The Apprentice, parlando del Venezuela, sia dello Stato che del petrostato, candido, Trump, anche nell’identificare il governo americano con Big Oil, perché tanto il mistero è rivelato da un pezzo, a che serve serbare questo segreto.
Chi lo avrebbe mai detto, che un giorno avremmo trattato come ingenuità, come buona creanza, le perifrasi di Kissinger che del colpo di Stato in Cile diceva «la questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli». Chi lo avrebbe mai detto, che un giorno avremmo considerato un eccesso di zelo, una spiegazione non richiesta, quella di Colin Powell, che si premurò addirittura di mandare qualcuno a comprare una vera fiala in cui mettere la finta antrace da far vedere al Consiglio di sicurezza dell’Onu per convincerlo dell’esistenza delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Tutto innecessario, tutto eccessivo, tutto una perdita di tempo. Se solo Kissinger e Powell e tutti i Segretari di Stato e i Segretari della Difesa degli Stati Uniti e delle superpotenze di ogni luogo e tempo avessero saputo che bastavano quattro parole per conquistare il mondo senza che nessuno si mettesse in mezzo: fuck around, find out.
