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Il creatore di Fortnite sta usando i miliardi guadagnati con il videogioco per comprare foreste e salvarle dall’abbattimento Tim Sweeney sta usando il suo patrimonio personale per salvare milioni di chilometri quadrati di foresta, sottraendoli alla speculazione immobiliare.
Agli Oscar due film hanno vinto lo stesso premio e così molte persone hanno scoperto che agli Oscar si può pareggiare e che è già successo sette volte in passato È avvenuto nella categoria Miglior cortometraggio live action, dove il premio lo hanno vinto sia The Singers che Two People Exchanging Saliva.
In Voce Triennale arriva Equinozio, tre giorni e tre notti di concerti, performance e talk per festeggiare l’inizio della primavera Da venerdì 20 a domenica 22 marzo «una lunga e leggera progressione di danze», come l'ha definita il curatore Carlo Antonelli.
Macron ha usato una canzone dei Justice come colonna sonora del video in cui presenta il nuovo arsenale nucleare francese Il post è stato successivamente modificato per rimuovere la canzone, lasciando solo le parole nette del Presidente sull’invincibilità delle armi nucleari francesi.
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A Sean Penn importa così poco di aver vinto l’Oscar che non si è presentato alla cerimonia e non ha mandato nessuno a ritirare il premio al posto suo «Non ha potuto essere qui questa sera, o non ha voluto, quindi ritirerò il premio a suo nome», ha detto Kieran Culkin, che ha ritirato il premio per lui.
Il “No to War and Free Palestine” di Javier Bardem è diventato il momento più rivisto e commentato di questi Oscar L'attore è salito sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles per presentare il premio al Miglior film internazionale. Ma prima ha voluto lanciare un messaggio.
Due episodi di Doctor Who degli anni ’60 che si pensava fossero andati perduti sono stati ritrovati in uno scatolone nella casa di un collezionista Si tratta, tra l'altro, di due puntate molto importanti perché raccontano la storia dei Dalek, i villain più famosi dell'universo di Doctor Who.

Triangle of Sadness, anche i ricchi vomitano

Ruben Östlund racconta un'altra storia di ultraricchi che finisce male, tra cessi che esplodono, fluidi corporei e lotta di classe.

03 Novembre 2022

Nel primo poster che girava di Triangle of Sadness quando è stato presentato a Cannes c’era una ricca signora ingioiellata, stretta in uno splendido vestito da sera, che vomitava una scintillante pioggia dorata. Quando dici a qualche amico che sei andato a vedere proprio quel film, molte risposte girano attorno al «quale, quello in cui vomitano tutti?», perché una gran parte del minutaggio del trailer è dedicato a una scena in cui le persone che si trovano in questa cena galante a bordo di un superyacht da crociera, tutte in giacca e cravatta, champagne e pesce crudo servito con dei fiorellini, sono ripiegate su sé stesse a vomitare. In alcuni cinema, insieme al biglietto d’ingresso, gli operatori alla cassa ti passano attraverso il vetro anche un sacchetto per il vomito come quello dell’aereo con l’immagine della splendida signora ingioiellata e l’avvertenza “questo film può farti sentire sottosopra”, un bramatissimo oggetto del desiderio che alcuni poi rivenderanno su eBay.

Mi chiedo quando ci siamo ossessionati con le cose che fanno schifo, mentre ritrovo la recensione di Vulture all’ultimo romanzo di Ottessa Moshfegh, Lapvona, uscito quest’estate, dove l’autrice la definisce “The queen of shit” perché, dice, nei suoi testi e nella sua vita sembra ossessionata dagli escrementi (in un’intervista Moshfegh ha detto che una volta, quando era piccola, aveva risposto all’invito di un ragazzo di uscire a prendere un gelato con una citazione del Marchese de Sade che dice che il sesso anale è migliore «when the ass is full of shit»), e apprendo da The Cut che da ieri Goop, l’azienda di Gwynelth Palthrow che pubblicizza strani prodotti di benessere, vende del lussuosissimo letame che promette sorprendenti proprietà benefiche. La rivista Astra diretta da Nadja Spiegelmann ha dedicato l’ultimo numero al “filth”, e comprende un delizioso saggio di Sheila Heti dedicato a quel mucchietto che si trova nello scarico del lavandino della cucina, in cui ammette di non essere una persona proprio dedita alle pulizie. Questo interesse particolare finisce sorprendentemente per sfociare nella moda. Per esempio la location fangosa di Balenciaga durante la Paris Fashion Week e le sneakers che ricordavano le scarpe da ginnastica che usavi al liceo la mattina dopo che aveva piovuto.

Il film di Ruben Östlund inizia tra l’altro citando proprio Balenciaga: il protagonista, un modello non più tanto giovane (ha 24 anni), viene filmato prima di un provino insieme ad altri ragazzi a cui viene chiesto di mostrare alla camera l’espressione da Balenciaga, triste e corrucciata, che, dicono, rende il brand esclusivo e aspirazionale, un club di cui vorresti fare parte, e poi di far vedere lo sguardo da pubblicità di un brand accessibile e poco costoso come H&M, cioè felice e sorridente. Nel corso del provino gli fanno notare che il suo “triangolo della tristezza” è troppo accentuato. Si tratta della rughetta espressiva che si trova tra l’attaccatura del naso e le sopracciglia e che spesso viene cancellata col botox, forse perché risalta quando siamo particolarmente tristi e chi è che si vuole mostrare particolarmente triste?

Scena del vomito e dei cessi del bagno che esplodono a parte, Triangle of Sadness racconta di un gruppo di ultraricchi (tra cui la coppia di modelli bellissimi e perfetti) che vanno in crociera su uno yacht di lusso in cui vengono serviti da uno staff che sembra rispondere unicamente ai loro desideri, finché una serie di disastri non ribalta alcune tensioni sociali. Tra i disastri c’è il fatto che il capitano della nave, interpretato da Woody Harrelson, si ubriaca nella sua cabina ogni giorno e decide di tenere la Cena del Capitano proprio nella sera in cui è prevista una tempesta. Al posto di prendere il controllo della nave, preferisce giocare a carte con uno dei passeggeri, un turbocapitalista russo che ripete varie volte nel corso del film che «vende la merda», cioè il fertilizzante. In questa partita a carte, il capitano rivela al capitalista russo di essere un socialista americano, esplicitando che ebbene sì, anche questo film ci delizierà con una storia di lotta di classe. Dall’altoparlante della cabina di comando i due si sfideranno a una gara di citazioni, uno di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, mentre l’altro di Marx e Lenin: «Mentre nuoti nell’abbondanza, il resto del mondo sta affondando nella miseria», pronuncia il capitano mentre i passeggeri a bordo vengono strattonati qua e là dalla tempesta e sommersi da liquidi provenienti da tutte le parti.

Insieme a questa ossessione per tutto ciò che fa particolarmente schifo, ultimamente sembrano affascinarci anche le storie degli ultraricchi che poi finiscono male. Nella stessa settimana in cui da noi è uscito Triangle of Sadness, in America è andata in onda la seconda stagione di White Lotus, la serie tv che lo scorso anno ci aveva galvanizzato con la sua trama di ricchi americani che vanno in vacanza in un resort alle Hawaii e dello staff dell’hotel che si intromette nelle loro vite. Come il film, la serie è una commedia dark, serissima fino a quando non ci fa scoppiare in risate stupidissime quando qualche ricco fa qualcosa di buffo, tipo produce rumori intestinali in momenti di tensione. Lo scorso anno c’era stato anche Nine Perfect Strangers, una serie non riuscitissima che di nuovo raccontava di un ritiro detox di un gruppo di miliardari che alla fine sbroccavano. Per non parlare della nostra ossessione con Succession e con gli spocchiosi fratelli Roy che fanno cose disdicevoli come masturbarsi guardando dall’alto del loro grattacielo di Manhattan le persone comuni che passano per strada. Ci dev’essere qualcosa che accomuna questi nostri feticismi. La scrittrice Ottessa Moshfegh sosteneva in un’intervista: «this is why we all shit: to be renewed», che tutto il resto, i soldi, le ideologie politiche e le istituzioni sono una distrazione da quell’unità che è «shit and spirit». Forse, allora, nella schifezza più assoluta otteniamo quel riscatto di classe che non troviamo nella vita reale e nemmeno in quella immaginata su Instagram.

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