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Grazie al suo amore per i blockbuster, Zoe Saldaña è diventata l’attrice che ha “incassato” di più nella storia del cinema Dopo il successo del terzo Avatar, che si aggiunge a quello dei film Marvel e di Star Trek, l'attrice ha stabilito un record.
Uno dei segnali di distensione tra Usa e Venezuela è il ritorno dei politici venezuelani su X Compresa la Presidente ad interim Delcy Rodriguez, che ha ricominciato a postare a un anno dall'ultima volta.
Durante la visita a una fabbrica della Ford, Trump ha fatto il dito medio a un operaio che gli aveva urlato “protettore dei pedofili” L'operaio è stato poi sospeso dall'azienda e definito «un fuori di testa» dal responsabile della comunicazione della Casa Bianca.
Jafar Panahi ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire in Iran per «fermare il massacro» Nel suo appello, il regista ha spiegato di temere che la repressione sia soltanto all'inizio e che il peggio debba ancora arrivare.
Il Presidente della Groenlandia ha detto che se proprio i suoi concittadini dovessero scegliere tra Usa e Danimarca, sceglierebbero la Danimarca «Scegliamo la Nato. Scegliamo il Regno di Danimarca. Scegliamo l'Unione europea», ha detto Jens-Frederik Nielsen.
Bill e Hillary Clinton si sono rifiutati di testimoniare davanti alla commissione parlamentare che indaga sul caso Epstein In una lettera pubblicata dal New York Times, i Clinton hanno accusato il presidente della commissione di persecuzione ai loro danni.
La polizia spagnola ha messo a segno il più grande sequestro di cocaina in mare aperto della storia d’Europa Quasi mille chilogrammi di cocaina sono stati scoperti su una nave, nascosti sotto montagne di sale per eludere i controlli.
L’uomo che ha passato 52 anni a cercare il mostro di Loch Ness ha ammesso che il mostro di Loch Ness non esiste Adrian Shine si è dovuto arrendere alla realtà: le leggende sono solo leggende, nonostante ciò, ha dichiarato di essersi divertito moltissimo

Tolstoj sulla Tiburtina

Lo strano incontro fortuito a Roma con un lontano discendente del grande scrittore russo.

28 Dicembre 2024

C’è del miracoloso in tutto, anche nell’ordinario. C’è del miracoloso che è ancora più sorprendente e arriva quando non te l’aspetti, quando t’imbatti nel parente di un totem della letteratura, mito per me come per migliaia di altre persone. 

È successo poco tempo fa a Roma, davanti alla chiesa di San Giuseppe Artigiano, in zona Tiburtina. Il parroco, don Gianni Di Loreto, mi chiama per presentarmi un ragazzo appena arrivato: «Questo è Jonata» annuncia con allegria, «il pronipote di Lev Tolstoj».

Naturalmente credevo scherzasse, poco dopo però ho capito che la faccenda era seria e che davvero il giovane uomo accanto a me era un discendente di quel russo impareggiabile, quello scrittore immenso senza il quale è certo che io non avrei pubblicato una sola riga. Il mio primo romanzo porta in esergo l’incipit di Anna Karenina, mentre l’ultimo, del 2022, si apre con una frase del Tolstoj non ancora ventenne. Sono arrivata anche alla conclusione che amo così tanto Elsa Morante, a cui ho dedicato praticamente metà della mia esistenza, proprio per il tramite di Tolstoj, cui l’autrice de La Storia era legatissima e che citava con commozione, specie quando parlava della verità nella scrittura e affermava che in fondo un «vero romanzo è sempre realista: anche il più favoloso», in quanto traduce l’elemento più autentico di ogni creatura, e cioè «la più umana realtà del suo dramma: che è una realtà psicologica». «Tolstoj», continua Morante in un luminosissimo saggio, «scrivendo (se ben ricordo) al giovane Gor’kij, lo avverte che è lecito inventare qualsiasi cosa in un romanzo, fuorché la psicologia»: pensiero che tatuerei più o meno ovunque, su cui rifletto insistentemente da anni e che ho ritrovato anche conoscendo meglio Jonata, Jonata Arata Tolstoj, mentre mi parlava della sua famiglia incredibile, della sua vita e del suo rapporto con la scrittura. 

Ci rivediamo qualche giorno dopo, sempre nel quartiere dove entrambi viviamo, in una Tiburtina che mai mi è sembrata così stupefacente e adorabile, così insospettabilmente buona, così amica. Insieme a lui c’è sua madre Liliana, la quale mi spiega subito come ha incontrato il padre di Jonata, figlio di Sophie Tolstoj, a sua volta nipote di Lev Tolstoj. 

«Io sono siciliana» comincia Liliana, «di Augusta, città dov’è cresciuto anche mio figlio. Col mio ex marito ci siamo conosciuti qui in Italia».
«Mi parli di lui».
«Un uomo umilissimo, che non si vantava affatto dei suoi natali. Francese per parte di madre e italiano per parte di padre».
«Vuol dire che Sophie Tolstoj, la nonna di suo figlio, viveva in Francia?»
«Sì, tra Parigi e Marsiglia. E pure lei scriveva. La scrittura è sempre stata un affare di famiglia. Penso anche alla mia ex cognata, la ballerina e poetessa Catherina Tolstoj, che sposò Armand Lanoux, noto autore francese del ‘900».
«Quando ha informato Jonata della sua parentela?»
«Non subito. Aveva una quindicina d’anni quando l’ha saputo».
«Perché ha preferito attendere?»
«Non volevo caricarlo di una responsabilità così grande, o peggio causargli delle frustrazioni. Poi a un certo punto mi sono arresa».
«In che senso?»
«Ho capito che lui era dipendente dalla scrittura, che c’era di mezzo una forte predisposizione: Jonata non faceva che scrivere e lo faceva con naturalezza».
«Una sorta di marchio genetico?»
«È la sua eredità, sì. Qualcosa che gli appartiene e che uno non s’inventa, qualcosa da cui non si sfugge».

Jonata conferma quanto mi riferisce sua madre. Annuisce e poco dopo prende a raccontarmi della sua adolescenza in Sicilia, trascorsa in un ambiente arretrato e delinquenziale, ma allo stesso tempo ammaliante, intriso di sole e misticismo, come ogni altro angolo del Meridione memorabile.

«Come si è sentito quando ha scoperto di avere un prozio tanto illustre?» gli chiedo.
«All’inizio non mi fece molto effetto. Ero un ragazzo di strada, svogliatissimo e che studiava poco. Sembra impossibile, scrivevo ma non leggevo per niente».
«Come ha iniziato a scrivere?».
«Colpa di Giovanna d’Arco» ammette sorridendo. «Da piccolo vidi una miniserie in tv sulla sua storia. Mi commosse. Ed ero risoluto a seguire quell’esempio. Ricordo che andavo sempre in chiesa e che volevo farmi prete. Poi un giorno presi un foglio bianco e appuntai qualche verso su di lei».
«Quindi scriveva ma non studiava».
«Proprio così. Anche se alla fine riuscii a salvarmi, grazie a mia madre. Compresi che senza studiare avrei fatto una brutta fine. Questa consapevolezza mi ha fatto accostare alla cultura, di conseguenza anche a Tolstoj, con un altro sguardo. Ricordo ancora la prima volta che vidi il suo, anzi il nostro cognome in libreria».
«Mi racconti».
«Ero sempre a Roma, città dove mi sono trasferito dopo il liceo. Entrai nella Feltrinelli di Largo Argentina e trovai una copia di Guerra e pace. È stato il primo libro di Tolstoj che ho letto».
«E le è piaciuto?»
«Moltissimo. Come tutte le altre sue pubblicazioni».
«Cosa apprezza di più del suo antenato?»
«La vicinanza al mondo dei vinti, ai personaggi sconfitti dalla vita; poi l’attenzione per l’universo contadino, per la terra; come pure la capacità particolarissima di narrare i legami umani: sono elementi che mi affascinano estremamente e che popolano anche la mia scrittura».

Jonata, classe 1983, ha pubblicato due raccolte di poesie (Gli anni del cuore, a soli 14 anni, e L’uomo di mare e nebbia, a 28); e dice di essersi dedicato al cinema e al teatro, lavorando come attore e drammaturgo.

Continuiamo a parlare, mentre penso che la sua relazione con Lev Tolstoj è sofferente, perché connessa a un padre assente. Un’epopea privata che avrebbe potuto attrarre lo stesso Tolstoj, che di infelicità familiari ne sapeva parecchio, e che trattò la famiglia come marchingegno epico.

«Se conoscessi mio padre», confessa Jonata, «se vivessi la sua dimensione in un altro modo sentirei anche il resto diversamente».«È mai stato in Russia?»
«No, e neanche mia madre».
«Pensa mai di andarci? Un po’ come un eroe che va in cerca della sua origine…»
«Sì e no. Da un lato sono affascinato da quel mondo, dall’altro quel mondo appartiene a mio padre. C’è perciò un senso di rifiuto misto ad amore».
«Ma in mezzo c’è Tolstoj».
«Sì».
«E la scrittura».
«La scrittura è quella parte che non mi dà rabbia. La scrittura è il mio modo per essere lì, con quel pezzo della mia famiglia, senza essere lì».
«Cosa non da poco» concludo, mentre in un flash mi appare il volto del grande scrittore. La fronte tesa. La barba lunga. Gli occhi penetranti e quasi ghiacciati, che sembrano infilzare chi li guarda. Chi l’avrebbe mai detto che avrei ritrovato un lembo di tanta maestosità a due passi da casa mia?

Nella foto: Jonata Arata Tolstoj.

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