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Google ha emesso un’obbligazione che gli investitori potranno incassare tra 100 anni, se saranno ancora vivi A quanto pare, era l'unica maniera di trovare tutti i soldi che l'azienda vuole investire nello sviluppo dell'intelligenza artificiale.
Il Partito Liberale Democratico di Sanae Takaichi ha preso così tanti voti che non ha abbastanza deputati per occupare tutti i seggi vinti, quindi ne ha dovuti “regalare” un po’ agli altri partiti La vittoria è stata così larga che a un certo punto si sono accorti che non avevano più deputati da mandare alla Camera.
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Trump ha fatto rimuovere la bandiera Lgbtq+ dal monumento di Stonewall, il luogo in cui è nato il movimento Lgtbtq+ Il governo ha poi spiegato che le uniche bandiere consentite nei pubblici monumenti sono quelle che «esprimono la posizione ufficiale» del governo.
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Per addestrare la sua intelligenza artificiale, l’azienda Anthropic avrebbe comprato, scansionato e poi distrutto due milioni di libri usati L'azienda avrebbe approfittato di un cavillo legale e sostiene di avere tutto il diritto di usare in questa maniera libri che ha regolarmente acquistato.
Maison Margiela ha reso disponibile il suo intero archivio, per tutti, gratuitamente, su Dropbox L'iniziativa fa parte del progetto MaisonMargiela/folders, che porterà il brand in Cina con 4 mostre, e una sfilata programmata ad aprile.

Tolstoj sulla Tiburtina

Lo strano incontro fortuito a Roma con un lontano discendente del grande scrittore russo.

28 Dicembre 2024

C’è del miracoloso in tutto, anche nell’ordinario. C’è del miracoloso che è ancora più sorprendente e arriva quando non te l’aspetti, quando t’imbatti nel parente di un totem della letteratura, mito per me come per migliaia di altre persone. 

È successo poco tempo fa a Roma, davanti alla chiesa di San Giuseppe Artigiano, in zona Tiburtina. Il parroco, don Gianni Di Loreto, mi chiama per presentarmi un ragazzo appena arrivato: «Questo è Jonata» annuncia con allegria, «il pronipote di Lev Tolstoj».

Naturalmente credevo scherzasse, poco dopo però ho capito che la faccenda era seria e che davvero il giovane uomo accanto a me era un discendente di quel russo impareggiabile, quello scrittore immenso senza il quale è certo che io non avrei pubblicato una sola riga. Il mio primo romanzo porta in esergo l’incipit di Anna Karenina, mentre l’ultimo, del 2022, si apre con una frase del Tolstoj non ancora ventenne. Sono arrivata anche alla conclusione che amo così tanto Elsa Morante, a cui ho dedicato praticamente metà della mia esistenza, proprio per il tramite di Tolstoj, cui l’autrice de La Storia era legatissima e che citava con commozione, specie quando parlava della verità nella scrittura e affermava che in fondo un «vero romanzo è sempre realista: anche il più favoloso», in quanto traduce l’elemento più autentico di ogni creatura, e cioè «la più umana realtà del suo dramma: che è una realtà psicologica». «Tolstoj», continua Morante in un luminosissimo saggio, «scrivendo (se ben ricordo) al giovane Gor’kij, lo avverte che è lecito inventare qualsiasi cosa in un romanzo, fuorché la psicologia»: pensiero che tatuerei più o meno ovunque, su cui rifletto insistentemente da anni e che ho ritrovato anche conoscendo meglio Jonata, Jonata Arata Tolstoj, mentre mi parlava della sua famiglia incredibile, della sua vita e del suo rapporto con la scrittura. 

Ci rivediamo qualche giorno dopo, sempre nel quartiere dove entrambi viviamo, in una Tiburtina che mai mi è sembrata così stupefacente e adorabile, così insospettabilmente buona, così amica. Insieme a lui c’è sua madre Liliana, la quale mi spiega subito come ha incontrato il padre di Jonata, figlio di Sophie Tolstoj, a sua volta nipote di Lev Tolstoj. 

«Io sono siciliana» comincia Liliana, «di Augusta, città dov’è cresciuto anche mio figlio. Col mio ex marito ci siamo conosciuti qui in Italia».
«Mi parli di lui».
«Un uomo umilissimo, che non si vantava affatto dei suoi natali. Francese per parte di madre e italiano per parte di padre».
«Vuol dire che Sophie Tolstoj, la nonna di suo figlio, viveva in Francia?»
«Sì, tra Parigi e Marsiglia. E pure lei scriveva. La scrittura è sempre stata un affare di famiglia. Penso anche alla mia ex cognata, la ballerina e poetessa Catherina Tolstoj, che sposò Armand Lanoux, noto autore francese del ‘900».
«Quando ha informato Jonata della sua parentela?»
«Non subito. Aveva una quindicina d’anni quando l’ha saputo».
«Perché ha preferito attendere?»
«Non volevo caricarlo di una responsabilità così grande, o peggio causargli delle frustrazioni. Poi a un certo punto mi sono arresa».
«In che senso?»
«Ho capito che lui era dipendente dalla scrittura, che c’era di mezzo una forte predisposizione: Jonata non faceva che scrivere e lo faceva con naturalezza».
«Una sorta di marchio genetico?»
«È la sua eredità, sì. Qualcosa che gli appartiene e che uno non s’inventa, qualcosa da cui non si sfugge».

Jonata conferma quanto mi riferisce sua madre. Annuisce e poco dopo prende a raccontarmi della sua adolescenza in Sicilia, trascorsa in un ambiente arretrato e delinquenziale, ma allo stesso tempo ammaliante, intriso di sole e misticismo, come ogni altro angolo del Meridione memorabile.

«Come si è sentito quando ha scoperto di avere un prozio tanto illustre?» gli chiedo.
«All’inizio non mi fece molto effetto. Ero un ragazzo di strada, svogliatissimo e che studiava poco. Sembra impossibile, scrivevo ma non leggevo per niente».
«Come ha iniziato a scrivere?».
«Colpa di Giovanna d’Arco» ammette sorridendo. «Da piccolo vidi una miniserie in tv sulla sua storia. Mi commosse. Ed ero risoluto a seguire quell’esempio. Ricordo che andavo sempre in chiesa e che volevo farmi prete. Poi un giorno presi un foglio bianco e appuntai qualche verso su di lei».
«Quindi scriveva ma non studiava».
«Proprio così. Anche se alla fine riuscii a salvarmi, grazie a mia madre. Compresi che senza studiare avrei fatto una brutta fine. Questa consapevolezza mi ha fatto accostare alla cultura, di conseguenza anche a Tolstoj, con un altro sguardo. Ricordo ancora la prima volta che vidi il suo, anzi il nostro cognome in libreria».
«Mi racconti».
«Ero sempre a Roma, città dove mi sono trasferito dopo il liceo. Entrai nella Feltrinelli di Largo Argentina e trovai una copia di Guerra e pace. È stato il primo libro di Tolstoj che ho letto».
«E le è piaciuto?»
«Moltissimo. Come tutte le altre sue pubblicazioni».
«Cosa apprezza di più del suo antenato?»
«La vicinanza al mondo dei vinti, ai personaggi sconfitti dalla vita; poi l’attenzione per l’universo contadino, per la terra; come pure la capacità particolarissima di narrare i legami umani: sono elementi che mi affascinano estremamente e che popolano anche la mia scrittura».

Jonata, classe 1983, ha pubblicato due raccolte di poesie (Gli anni del cuore, a soli 14 anni, e L’uomo di mare e nebbia, a 28); e dice di essersi dedicato al cinema e al teatro, lavorando come attore e drammaturgo.

Continuiamo a parlare, mentre penso che la sua relazione con Lev Tolstoj è sofferente, perché connessa a un padre assente. Un’epopea privata che avrebbe potuto attrarre lo stesso Tolstoj, che di infelicità familiari ne sapeva parecchio, e che trattò la famiglia come marchingegno epico.

«Se conoscessi mio padre», confessa Jonata, «se vivessi la sua dimensione in un altro modo sentirei anche il resto diversamente».«È mai stato in Russia?»
«No, e neanche mia madre».
«Pensa mai di andarci? Un po’ come un eroe che va in cerca della sua origine…»
«Sì e no. Da un lato sono affascinato da quel mondo, dall’altro quel mondo appartiene a mio padre. C’è perciò un senso di rifiuto misto ad amore».
«Ma in mezzo c’è Tolstoj».
«Sì».
«E la scrittura».
«La scrittura è quella parte che non mi dà rabbia. La scrittura è il mio modo per essere lì, con quel pezzo della mia famiglia, senza essere lì».
«Cosa non da poco» concludo, mentre in un flash mi appare il volto del grande scrittore. La fronte tesa. La barba lunga. Gli occhi penetranti e quasi ghiacciati, che sembrano infilzare chi li guarda. Chi l’avrebbe mai detto che avrei ritrovato un lembo di tanta maestosità a due passi da casa mia?

Nella foto: Jonata Arata Tolstoj.

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