Cultura | Musica

I 40 anni di The Wall

Il leggendario album dei Pink Floyd ha raccolto le paranoie di un uomo per farne un immaginario universale.

di Germano D'Acquisto

Una donna gioca con suo figlio prima del concerto dei Pink Floyd all'Hyde Park, Londra, UK, 18th luglio 1970. (Photo by Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images)

Mettiamo in chiaro una cosa: il muro di Berlino non c’entra niente. Come non c’entrano nulla le barriere politiche, sociali ed economiche che dividevano il mondo in buoni e cattivi alla fine degli anni Settanta. A ispirare il leggendario album The Wall dei Pink Floyd, che il 30 novembre festeggia i suoi primi quarant’anni, sono altro tipo di recinzioni, altri steccati. Quelli che Roger Waters, leader della band inglese, ha costruito dentro se stesso attraverso le sue ossessioni personali. Il problema, come spesso accade, è l’incomunicabilità. Il bassista non riesce più a dialogare col suo pubblico. Non lo capisce più. L’apice di questa incomprensione porta la data del 6 luglio del 1977. I Pink Floyd in Canada per il tour di Animals. Durante un concerto, Waters, esasperato per gli schiamazzi dei suoi fans, sputa in faccia a un ragazzo che si trova in prima fila. Da quel momento nulla fu è come prima. Waters chiede scusa, defisce il suo gesto “fascista” e scompare.

Per mesi si chiude dietro un muro (appunto), lontano da tutti. Una parete ideale che lo isola dal resto del mondo. La leggenda narra che Re Roger, per raccontare la sua alienazione verso la società e il sistema, inizia a disegnare su un foglio di carta strappato decine di mattoni bianchi. Uno sull’altro, fino a comporre una gigantesca muraglia. «Da lì è arrivata l’ispirazione – ha raccontato il musicista – ne parlai con gli altri membri della band e chiesi: perché non fare uno show rock con un muro tra noi e il pubblico in modo che non ci possano guardare? Anzi all’inizio pensavo addirittura che non ci dovessero nemmeno sentire». Waters stende le prime parole, si inventa un alter ego che decide di chamare Pink, e inizia a lavorare alla stesura del brano Mister Waters. Èd è così che il concept album più famoso della storia della musica è nato.

Ma perché questa necessità di muri, pareti, separazioni? Non bisogna essere Sigmund Freud per intuire che il cuore della questione è da ricercarsi nel passato del nostro eroe, costellato un’infinità di punti irrisolti. Il primo è quello di non aver mai conosciuto il padre, morto ad Anzio, durante la Seconda guerra mondiale. Il secondo è l’aver sofferto la severa rigidità di certi suoi insegnanti durante gli anni scolastici. Terzo, l’aver vissuto come un trauma i tradimenti e la conseguente separazione da Judy Trim, la sua prima moglie (ne avrà altre due).

The Wall nasce da un vuoto esistenziale. La politica, la guerra, vengono solo in un secondo momento. Waters lavora su testo e musiche notte e giorno. Presenta il materiale agli altri componenti del gruppo che non ne rimangono particolarmente colpiti. Eppure, sia David Gilmour che Nick Mason, decidono di seguirlo al Britannia Row Studio, storica sala di incisione della band, e iniziano a registrare. Quello che segue è il racconto di un vero inferno. Roger è intrattabile. Fa il dittatore, ha sbalzi d’umore continui scatti d’ira. Un giorno arriva a licenziare in tronco il tastierista Richard Wright, colpevole d’essere sempre in ritardo. David Gilmour se ne sta nelle retrovie. Sopporta in silenzio, forse perché intuisce la grandezza del progetto. A stemperare le tensioni è chiamato Bob Ezrin, nel ruolo di co-produttore. Ma il suo nome non apparirà quasi mai. Realizzare il disco è un po’ come scalare il Golgota. Ma forse è proprio per questo, per queste fratture e per le successive ricomposizioni, che il prodotto finale è un capolavoro totale. Il disco esce il 30 novembre 1979 e vende oltre venti milioni di copie. Mai come stavolta le paranoie di un singolo riescono a dar vita a un immaginario così universale.

A fare da colonna portante all’album è il brano “Another Brick In The Wall part 2”, figlio di un alchemico mix in cui il coro degli studenti di musica del professor Alun Renshaw dell’Islington Green School si accosta in modo perfetto alla chitarra di Gilmour. Anche la trama di questa traccia è strettamente connessa all’adolescenza di Waters. E scava nel suo passato di studente. Il testo racconta di Pink che, dopo essere stato ingiustamente sgridato dal maestro, sogna la ribellione degli alunni contro gli insegnanti. I 3 minuti e 18 del pezzo terminano con lo squillo di un telefono e un profondo sospiro.

I componenti della band Richard Wright (1943 – 2008), Roger Waters, e Nick Mason of rock group Pink Floyd all’aeroporto di Heathrow. Londra, UK, luglio 1968. (Photo by George Stroud/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images)

Tre anni dopo l’uscita del disco, The Wall diventa anche un film. L’opera viene presentata fuori concorso al 35º Festival di Cannes. A dirigerla è Alan Parker, lo stesso regista di Fuga di mezzanotte e Mississippi Burning. Il ruolo di Pink viene affidato al cantante Bob Geldof, che di lì a qualche anno darà vita al Live Aid. Fra gli attori anche Bob Hoskins. «Il giorno della prima fu incredibile», ha ricordato lo stesso Parker. «Vidi Terry Semel, all’epoca a capo della Warner Bros, seduto vicino a Steven Spielberg. Ci separavano solo cinque file. Quando si accesero le luci vidi Spielberg fare delle smorfie a Semel, dicendo “che cazzo è questo?”, mentre Semel si girò verso di me chiedendo scusa. In realtà “Che cazzo è questo?” era l’espressione giusta. Perché era qualcosa che nessuno aveva mai visto prima, una fusione di live-action, film e mondo surreale». Mondo surreale creato soprattutto grazie alle animazioni di Gerald Sarfe, che costellano l’intera pellicola.È grazie a loro che lo spirito iniziale di The Wall cambia pelle e viene traghettato da temi come la solitudine e l’alienazione personale a temi più politici, sociali e pacifisti.

Negli anni Ottanta in Sudafrica, “Another Brick In The Wall”, da canzone di protesta contro i metodi oppressivi di insegnamento che era, diventa un inno anti-apartheid. Nella Germania divisa tra Est e Ovest, The Wall si trasforma nel vessillo da sventolare contro il Muro di Berlino, tanto che nel 1990, il musicista inglese verrà chiamato a suonarlo dal vivo a Potsdamer Platz davanti a 350.000 persone.

Oggi la metafora del muro è sempre più trasversale e può essere applicata ovunque. Compresa la tecnologia. Compresi Facebook e affini. «Anche i social network creano barriere», ha raccontato il cofondatore dei Pink Floyd. «Anche loro ci spingono a occuparci di cose inutili, impedendoci di puntare l’attenzione su ciò che conta davvero, come la vita di tanti esseri umani. Ci emozioniamo davanti alle foto delle vacanze, mettiamo un like a Kim Kardashian ma perdiamo di vista le cose importanti». Dal 1979 a oggi il concerto di The Wall è stato replicato 220 volte. Oggi, per la prima volta dopo quarant’anni esatti, Waters sta pensando di dire basta, di chiudere questo capitolo una volta per tutte. A meno che… «A meno che Israele decida di lavorare per l’uguaglianza e la democrazia, senza apartheid», ha spiegato lo stesso Waters. «Se quel muro che circonda la Palestina dovesse davvero cadere, andrò lì a presentare per l’ultima volta The Wall. È una promessa che ho fatto tanti anni fa e che vale ancora oggi».

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