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17:56 mercoledì 17 giugno 2026
In Corea del Sud sono sempre più diffusi i siti dopaminici, cioè siti in cui fingi di comprare cose solo per far provare al cervello il piacere dell’acquisto Siti in cui si ordina cibo da ristoranti inesistenti o vestiti da negozi inventati. Tutto per avere quella scarica dopaminica senza spendere soldi.
In Antartide non ha mai fatto tanto caldo come nell’ultimo mese e gli scienziati dicono che la situazione ormai è «assolutamente pazzesca» Ci sono due gradi in più del precedente massimo registrato. La neve che copre il terreno si scioglie. In cima ai ghiacciai piove invece di nevicare.
La FIFA vuole coprire tutti i loghi dei brand con cui non ha accordi commerciali negli stadi del Mondiale, ma di questi loghi ce ne sono troppi e non ci sta riuscendo E dove ci è riuscita ha ottenuto un discreto effetto comico, come nel caso del telo bianco messo a coprire il logo Levi's al Levi’s Stadium di Santa Clara.
Nel loro concerto a Bologna i Kneecap hanno fatto salire sul palco Jose Nivoi del Calp per parlare del blocco con cui i portuali vogliono fermare le armi dirette in Israele Il sindacalista e attivista del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali ha anche annunciato un grande sciopero internazionale per ottobre, «a sostegno del popolo palestinese. A sostegno del popolo libanese. A sostegno di Cuba. Contro gli oppressori e contro gli imperialisti».
Le maglie da calcio più desiderate di questi Mondiali costano soltanto 50 dollari, raccontano New York e sono un’idea di Mamdani Sono state disegnate da un'artista di Brooklyn e realizzate da una piccola azienda famigliare di Bed Stuy. Una risposta al costosissimo merchandise ufficiale del Mondiale.
Un regista ha deciso di distribuire il suo primo film esclusivamente in videocassetta per protestare contro l’AI È la prima volta che succede in 22 anni. Il film si intitola This is How the World Ends e lo ha diretto Robert dos Santos.
In Cina hanno cancellato più di 12 mila corsi di laurea perché l’AI li ha resi obsoleti I tagli si sono concentrati soprattutto (come sempre in questi casi) nelle arti e nelle discipline umanistiche, ma ce ne sono stati parecchi anche nelle lingue straniere e nella gestione aziendale.
Una ricerca ha dimostrato che andare in bici fa così bene a corpo e mente che dovrebbe rientrare nelle politiche di salute pubblica La ricerca comprende 87 studi da 19 Paesi e conferma che la bici è uno dei più efficaci strumenti per migliorare la qualità della vita in città.

La terza stagione di The Bear è pesante come una relazione giunta alla fine

Tutto è sottotono, il copione farraginoso, i personaggi lenti: una storia a cui il regista Christopher Storer sembra essersi affezionato troppo.

29 Agosto 2024

«Una relazione di ottimismo crudele si instaura quando qualcosa che desideri è in realtà un ostacolo al tuo benessere»: così inizia la pubblicazione più famosa di Lauren Berlant, Cruel Optimism. L’ottimismo crudele è «una relazione di attaccamento a condizioni di possibilità che sono compromesse», ovvero a sogni che crediamo vicini, possibili, attuabili nella realtà che conosciamo, ma che in verità sono compromessi, fasulli, ontologicamente e per sempre difettati. Secondo Berlant tutti gli “attaccamenti” che abbiamo nella nostra vita – nei confronti di oggetti, fantasie, persone, ideali e, in ultimo, al concetto di “vita buona” – sono ottimistici, ma diventano crudeli quando si rivelano incoerenti con la vita che effettivamente conduciamo. È più facile, spiega Berlant, continuare a soffrire e condurre una vita triste, nell’illusione di essere a un passo dalla vita buona, che resistere e ripensare gli attaccamenti e legami che abbiamo alla nostra vita.

Nella terza stagione di The Bear, Carmy Berzatto (il protagonista della serie interpretato da Jeremy Allen White) fa una lista di non-negotiable, ovvero cose per lui irrinunciabili: una lista di regole che la sua già disfunzionale cucina non può mettere in discussione, una serie di regole che faranno guadagnare al ristorante una Stella Michelin, secondo lo chef che avevamo lasciato rinchiuso e delirante in una cella frigorifera. La scena finale della seconda stagione è metafora, e in qualche modo anticipazione, di quest’ultima: Carmy è chiuso in sé stesso, intrappolato nel suo stesso successo, come scrive Vulture, incapace (ancora di più, se fosse possibile) di dialogare con il suo staff e con i suoi affetti.

[Avviso ai lettori e alle lettrici: ci saranno spoiler nel resto dell’articolo, ndr]

The Bear è allora una storia di ottimismo crudele, di attaccamento disperato e ossessivo a un sogno, a un ideale di perfezione e di successo. Quest’ultima stagione, uscita in Italia il 14 agosto su Disney+, inizia con una serie di flashback sulla vita di Carmy, che ci fa capire il suo percorso professionale, la passione per il suo lavoro, gli anni di esperienze e di sacrifici. È una premonizione e un preludio agli altri episodi: lunghi, dai ritmi soffocati e sofferti, distanti da quelli incalzanti della prima. La narrazione sembra girare attorno a sé stessa, Carmy diventa impenetrabile, ma soprattutto diventa una copia di David Fields (Joel McHale), lo chef che lo ha distrutto o colui che che, come afferma lo stesso Fields, ha fatto in modo che Carmy arrivasse dov’è ora. Se la storia affonda nel protagonista preso dalle sue fantasie disperate, trova invece spazio nel racconto delle vite fuori dalla cucina: nel terzo episodio, “Doors”, assistiamo al funerale della mamma di Marcu; in Violet vediamo il cugino Richie (Ebon Moss-Bachrach) che indaga la relazione con la figlia, slegato da Carmy e dai loro soffocanti litigi.

Due sono gli episodi in cui si scorge qualcosa di ciò che ha reso The Bear il successo degli ultimi anni: “Napkins”, il sesto episodio diretto da Ayo Edebiri, e l’ottavo, “Ice Chips”, in cui Natalie (Abby Elliott) sta per partorire e affronta le doglie con l’unica persona che le risponde al telefono, la madre disfunzionale e alcolizzata, interpretata da Jamie Lee Curtis. “Napkins” è un flashback sulla storia di Tina (Liza Colón-Zayas) e la sua relazione con il ristorante e il defunto Mickey, di cui nessuna delle persone in cucina è ancora capace di parlare. È un episodio in cui tiriamo un sospiro di sollievo per poi riaffondare nel fissismo che caratterizza tutta la serie, in cui Carmy ripete sempre gli stessi errori. «È imbarazzante e minaccioso staccarsi da ciò che già non funziona», scrive Berlant e The Bear ne è la prova, sia per il copione farraginoso, a cui il regista Christopher Storer sembra essersi affezionato troppo, sia per le vite dei personaggi che raccontano una storia normale: un progetto adrenalinico e storto nella prima stagione, in cui abbiamo intravisto un bagliore di speranza laccata e possibilità di perfezione nella seconda, per poi ricadere nella realtà dei progetti complessi, in cui si finisce in un impasse, niente funziona ma, allo stesso tempo, niente va a rotoli in modo plateale. La serie è punteggiata di camei di chef, come Thomas Keller, Daniel Boulud e René Redzepi, che fungono da contraltari luminosi, forse troppo, in una serie che rimane fumosa e singhiozzante, che avanza con i ritmi conosciuti solo quando i personaggi si agitano per la review che cambierà le sorti del ristorante e che Carmy riceve nei secondi conclusivi dell’ultimo episodio, lasciandoci col fiato sospeso.

I social si sono imbizzarriti contro questa narrazione soffocante, e molti sono rimasti delusi dalla relegazione in un angolo di Sydney Adamu (Ayo Edebiri) e della distanza tra lei e Carmy. Syd era l’unica in grado di calmare e capire lo chef, ma anche questo legame si è spezzato, tanto che per tutta la stagione le viene ricordato di firmare il contratto che la renderebbe socia del ristorante, ma lei temporeggia. Le viene offerto un posto nel nuovo ristorante di Adam, braccio destro di Andrea Terry all’Ever, che le promette uno stipendio alto, ma soprattutto dinamiche lavorative sane e di collaborazione, in cui il talento di Syd viene riconosciuto. Carmy infatti fallisce nel darle il riconoscimento e la fiducia che le spetta, non la consulta quando decide che l’anatra va con le albicocche e poi con le ciliegie, e non riesce a comunicarle le sue paure. Nei piatti sempre più asettici, scagliati nel lavello senza che nessuno li abbia toccati, Carmy cerca di mettere sé stesso e il suo sogno, ma del suo progetto non è rimasto niente, solo il desiderio di un riconoscimento, distante e glaciale come le sue ricette: la Stella Michelin. Questa stagione ci fa rimpiangere le urla e la tensione esplosiva della prima stagione, ma anche il lieve ottimismo dell’American Dream che si respirava nella seconda, con il cugino Richie che canta Taylor Swift a squarciagola in macchina. La tensione non si spezza mai, è sottotono: è più vicina alla nostra quotidianità di quanto vorremmo.

Nonostante tutto, però, la grandezza di The Bear sta nel farsi meta-messaggio del successo: ci mostra il fallimento dei suoi stessi personaggi, dopo averci illuso, nella stagione precedente, che questa fosse una storia edificante, in cui le persone trovano la propria strada dopo un inizio travagliato. The Bear parla proprio di questo, del non essere all’altezza delle aspettative che ci siamo creati e abbiamo trasmesso agli altri, siano le persone che ci circondano oppure il pubblico, immaginario o reale, di chi guarda la serie sul divano o mangiano al ristorante. Questa stagione è lenta e delude le aspettative: non è facile guardare i personaggi soffocare, non è facile vederli rimanere immobili per cinque, lunghe ore. Ma è esattamente come va la vita quando si rimane attaccati a desideri di successo mai messi in discussione e si è così terrorizzati dal lasciare andare le cose che possediamo (e che crediamo parte integrante di quello che siamo) che finiamo invece per perderle, quelle cose, senza neanche accorgercene.

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