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Una ricerca internazionale ha dimostrato che c’è un sensibile aumento dei tumori in età giovanile In questo aumento c'entrano obesità, alimentazione scorretta, poca attività fisica, alcol, fumo e inquinamento, ma anche l'aumento di prevenzione ed esami specialistici.
C’è una base della RAF in Inghilterra che potrebbe come non potrebbe essere sotto attacco dell’Iran Dalla scorsa settimana stanno succedendo strani fatti attorno alla base di Fairford. Adesso, ad aggiungere stranezza a stranezza, c'è anche un'insolita decisione degli Usa.
A vent’anni dall’uscita ci sarà una nuova edizione di King Kong Theory, il manifesto del femminismo brutto, sporco e cattivo di Virginie Despentes Lo riporta in Italia Fandango, esattamente venti anni dopo la scandalosissima uscita in Francia.
Persino i petrolieri ammettono apertamente che con le scorte di petrolio siamo messi malissimo Lo ha detto Amin Nasser, Ceo di Aramco. Che ha definito le attuali scorte «spaventosamente scarse».
Una ricerca ha dimostrato che più alberi vengono abbattuti e meno colorate diventano le ali delle farfalle Lo studio ha analizzato un pezzo della foresta Amazzonica, provando che quando gli alberi vengono tagliati spariscono per prime le farfalle più colorate e restano quelle marroni.
A Utrecht stanno costruendo un nuovo quartiere in cui non ci sarà spazio per le macchine ma solo per persone, alberi e bici Si chiama Merwede, sarà uno dei più grandi quartieri senza macchine d'Europa e la promessa è quella di offrire case a prezzi accessibili per tutti.
In una maniera molto da Zerocalcare, Zerocalcare ha più o meno annunciato che il suo prossimo libro sta per uscire e parlerà di cultura punk Potrebbe chiamarsi Se ne valeva la pena e potrebbe uscire nei primi mesi del 2027 ma solo «se io sto chiuso a casa come sto a fa' adesso».
Un festival del ginseng in Corea del Sud ha fatto uno spot strepitoso riprendendo il video di Storm di Gener8ion e Yung Lean Al posto della sigaretta fumata da Yung Lean, il vicesindaco di Yeongju tiene in bocca un pezzo di radice di ginseng.

L’importanza di Teodosio Losito

Lo sceneggiatore morto a 53 anni è stato l'inventore di un genere.

09 Gennaio 2019

Nella prima puntata (o era la seconda?) del Peccato e la vergogna, Gabriel Garko fa fuori quasi tutta la famiglia protagonista, vale a dire i Fontamara, ricconi romani mezzi ebrei anni Trenta vittime dalla sera alla mattina dei gerarchelli locali. Allo stile di Teodosio Losito, sceneggiatore ma sarebbe meglio dire showrunner delle gloriose fiction Mediaset come questa, eravamo già abituati: i personaggi che credevi fondamentali spesso uscivano di scena così, presto e tragicamente. Una scelta spericolata, nel panorama della televisione generalista in cui la morte è sempre stata un tabù: l’altro giorno ho visto, dopo vent’anni, due scene di Un posto al sole, i volti storici c’erano ancora tutti. Negli sceneggiati di Losito la gente invece moriva subito, e tu sapevi che la storia in qualche modo sarebbe andata avanti, anzi l’avrebbe fatto in un modo diverso, non convenzionale, pieno d’audacia e d’invenzione. In fondo, c’era comunque da guadagnarci: morta una Marisa Berenson, entrava in scena un’Eva Grimaldi. Vuoi mettere?

Teodosio Losito è uscito di scena così pure lui, presto e tragicamente, si è ammazzato a cinquantatré anni (tanti ne dichiarava, ma come per le dive non è dato sapere l’età precisa) e però stavolta la storia è finita davvero. Basta fiction, basta Peccato e la vergogna, e L’onore e il rispetto, e tutti gli altri immortali titoli. La storia è finita davvero perché nessun altro potrà governare quell’universo di trame, citazioni, attori cani ma bravissimi, è finita davvero forse pure perché gli spettatori l’avevano già abbandonata, gli ascolti ultimamente erano più bassi, il pubblico di massa s’era ormai smaliziato, o magari la fiction created by Losito aveva fatto così tanti giri da diventare una roba solo di nicchia per davvero.

Di Losito leggerete, in queste ore, le solite (pochissime) note biografiche. Emigrato con la famiglia dal Meridione a Milano come un qualsiasi Rocco e i suoi fratelli, anche lui bello di quel genere biondo Delon, mille lavori e poi il modello, una partecipazione al Festival di Sanremo (stage name Teo, nel brano Ma che bella storia… cantava il ritornello stracult «Ma chi gatto me l’ha fatto fare»), quindi l’incontro con il produttore Alberto Tarallo, il riscatto economico e culturale, fino alla fondazione della Ares Film, casa di produzione con un nome che profuma di Ventennio, il cinema dei telefoni bianchi e i feuilleton di Raffaello Matarazzo. Infatti va così, si comincia con la leggerezza (ma il dramma è dietro l’angolo) del Bello delle donne, e poi Caterina e le sue figlie, e appunto L’onore e il rispetto, Il peccato e la vergogna, e Viso d’angelo, Baciamo le mani: Palermo-New York 1958, Furore: il vento della speranza, e tantissimi film tv, Il morso del serpente, Io non dimentico, Io ti assolvo, Caldo criminale, favolosi titoli da melodramma anni Cinquanta, e infatti lo sfondo era quello, ma con tutte le cose che si potevano dire oggi. Come Todd Haynes quindici anni fa con Lontano dal paradiso aveva rifatto il mélo di Douglas Sirk ma raccontando finalmente che il marito (Dennis Quaid) della solita casalinga insoddisfatta (Julianne Moore) se la faceva con gli uomini, e che in più la solita casalinga insoddisfatta era segretamente innamorata del giardiniere nero (Dennis Haysbert); ecco, allo stesso modo Losito prendeva le storie strappacuore di Matarazzo e faceva affiorare tutto ciò che allora era vietato, il sesso ma stavolta smodato (erano tutti sempre biotti), il camp finalmente dichiarato, la mafia sempre seducente: persino l’integerrima giudice Alessandra Martines non poteva resistere al fascino del picciotto Gabriel Garko!

Le protagoniste della prima stagione de Il bello delle donne, andato in onda su Canale 5 a partire dal 7 marzo 2001

Si diceva showrunner perché Losito è stato il nostro Ryan Murphy prima (o quasi) che Ryan Murphy espugnasse definitivamente Hollywood, entrambi coi loro universi chiusi e autosufficienti, con le stesse trame ripetute all’infinito, le stesse impennate scopertamente queer-kitsch, e pure gli stessi attori. Nelle serie di Murphy c’è sempre Jessica Lange, a noi toccava Giuliana De Sio: qual è la differenza? E poi – a parità di posizionamento nello stardom, perché alla Ares Film ha sempre funzionato così – Virna Lisi e Laura Torrisi, Giancarlo Giannini e Massimiliano Morra, Stefania Sandrelli e Cosima Coppola, Ben Gazzara e Francesco Testi, Ángela Molina e Adua Del Vesco, e poi Valeria Milillo che abbiamo imparato a valutare come migliore supporting actress di sempre (tallonata da Elena Russo), e Sabrina Ferilli, Vincent Spano, Iva Zanicchi, fino alle guest star che solo lui poteva ingaggiare, Anita Ekberg, Eric Roberts, Bo Derek, Burt Young.

E poi loro, loro soltanto, Gabriel e Manuela, praticamente due personaggi di Cartoonia, lui un Amedeo Nazzari ma versione campagna Dolce&Gabbana, lei Yvonne Sanson con momenti da Anna Magnani (rivedetela in Pupetta: il coraggio e la passione: che enorme prova d’attrice!), iconici per davvero e non come si decreta oggi abusando dell’aggettivo, segretissimi nel privato come si conviene alle stelle del cinema, Garko e Arcuri inarrivabili, Garko e Arcuri così seriosamente calati nella parte che se li vedi in borghese paiono Greta Garbo che ride, Garko e Arcuri sogno di tutte le casalinghe, massimamente rispettate da Losito, ma anche delle bolle colte, tutti insieme uniti nel culto. Solo per un attimo, il nostro Paese privo di star-system ha avuto dei divi veri.

Se volete piangere Losito come si deve, ricuperate il magnifico Sangue caldo, sceneggiato in sei parti tra il poliziottesco e l’erotico anni Settanta con una scatenatissima Asia Argento (e Garko, Arcuri, Testi, Spano, Rossi, Milillo, Molina). E So che ritornerai, il più pazzo dei tv movie, storia di fantasmi con una donna (Arcuri) alle prese con un revenant che pare scritta da Shirley Jackson. Una delle scrittrici sul comodino di Teodosio, ne sono certo.

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