Hype ↓
13:04 domenica 18 gennaio 2026
Josh Safdie ha detto che nella prima versione del finale di Marty Supreme Marty diventava un vampiro Persino un produttore dalla mente aperta come A24 ha pensato che fosse un finale troppo strano e l'ha costretto a cambiarlo, ha spiegato il regista.
Il miliardario Larry Ellison, fondatore di Oracle, ha dovuto cambiare nome al suo megayacht dopo essersi accorto che leggendolo al contrario diceva “Im a nazi” Peccato, perché Izanami, divinità madre del pantheon shintoista, era proprio un bel nome. Almeno, lo era se lotto da sinistra a destra.
Dopo la morte del figlio di Chimamanda Ngozi Adichie, in Nigeria è iniziata una protesta contro il disastroso stato della sanità nazionale La scrittrice ha perso un figlio di appena 21 mesi e ha fatto causa all'ospedale in cui era ricoverato, accusando i medici di gravissime negligenze.
15 francesi, 13 tedeschi, 2 finlandesi, 2 norvegesi, un britannico, un olandese, nessun italiano: sembra una barzelletta ma è il contingente militare europeo in Groenlandia Basteranno un centinaio di soldati a fermare le mire espansionistiche degli Stati Uniti d'America? Il rischio di scoprirlo presto, purtroppo, c'è.
Maria Corina Machado ha offerto il suo Premio Nobel a Trump, lui se l’è preso e ha detto che se lo tiene Ma la Fondazione Nobel ha fatto sapere che non vale, non basta avere il Premio Nobel per essere il Premio Nobel.
Kim Gordon ha annunciato che il suo nuovo album si chiamerà Play Me e uscirà a marzo Sarà il terzo album da solista dell'ex-bassista dei Sonic Youth dopo The Collective e No Home Record.
È uscito il trailer di Euphoria 3 e tutti stanno parlando di Sydney Sweeney che fa la onlyfanser Ma ci sono diverse altre novità rispetto alle precedenti due stagioni, tra cui la presenza di Rosalía e Sharon Stone.
L’Ukip vuole usare un nuovo logo elettorale praticamente identico alla croce di ferro della Germania nazista È la seconda volta che il partito di estrema destra guidato dal personal trainer Nick Tenconi cerca di far approvare un simbolo che richiama apertamente l'iconografia del Terzo Reich.

Sui giornali vs Google

Si intensifica, a colpi di appelli e copyright, la battaglia contro il motore di ricerca. Ma siamo sicuri che convenga a qualcuno?

09 Novembre 2012

Se persino uno poco incline ai compromessi come Rupert Murdoch ha fatto retromarcia verso la fine di settembre, qualche domanda sulla guerra continua che i gruppi editoriali stanno conducendo contro Google, c’è da tornare a porsela.
Un articolo uscito sull’Economist di oggi, fa il punto della situazione sulla battaglia contro il gigante di Internet da parte dei giornali di più o meno tutto il mondo, battaglia che si è intensificata negli ultimi mesi.

L’oggetto del contendere è sempre quello, e cioè gli incriminati titoli e gli estratti dai quotidiani che Google News pubblica giornalmente e gratuitamente producendo milioni di click e abbassando, sostengono gli editori, i numeri di vendita cartacea e digitale dei giornali che quei contenuti li hanno fino a prova contraria prodotti.

Dicevamo di Murdoch: era stato l’australiano infatti uno dei primi a fare la voce grossa contro Google, fino a negargli la possibilità di pescare fra le testate di sua proprietà, salvo appunto aver deciso di cambiare idea appena qualche settimana fa, riaprendo le porte a Google e optando per una strada conciliante.

Non la pensano tutti come lui in giro per il mondo: i parlamentari tedeschi, su sollecitazione degli editori, stanno infatti valutando di legiferare per allargare il copyright agli estratti di articoli che compaiono sulle pagine del motore di ricerca senza autorizzazione. Delle stesse tonalità il recente monito di Hollande a Eric Schmidt di Google: se non pagate i giornali – ha tuonato Monsieur le Prèsident – facciamo come la Germania.

E lo scenario è più o meno il medesimo in gran parte dei paesi europei e non.

Ora, il quesito è: davvero la pubblicazione di titoli ed estratti sta danneggiando l’industria editoriale? E siamo proprio sicuri che la strategia migliore sia quella di contrapporsi lividi e indignati alle politiche libertine e flessibili del motore di ricerca che tutto muove?

In linea di principio, gli editori avrebbero anche le loro ragioni: i contenuti che io produco, con dei costi, e che vendo, tu non puoi regalarli. Non si fa. Ma le questioni di principio si addicono poco all’epoca di grandi cambiamenti che stiamo vivendo, soprattutto se escono dalla bocca di chi di problemi ne ha francamente ben altri. Mi spiego meglio: sono fra quelli che pensano che i problemi di chi da notizie, fornisce opinioni e punti di vista, oggi siano ben altri rispetto a Google.

E che Google abbia anche delle ragioni quando diffonde dati in cui afferma che dalle sue piattaforme partono circa 4 miliardi (sempre secondo l’Economist di oggi) di click al mese verso i siti di news.

Il ripensamento, come ben sappiamo, dev’essere più di ampio respiro, sui modelli, sulla qualità di quello che si produce, sui costi, sulle piattaforme. È anacronistico pensare di lavarsi un lembo di coscienza accusando della debacle generale il progresso e la trasformazione tecnologica che stanno rivoluzionando il nostro modo di comunicare.

Parafrasando uno slogan ripreso da Renzi in campagna elettorale (l’ormai celebre vento non bloccabile con le mani): non si ferma Google con la burocrazia del secolo scorso.

Dall’altro lato, però, forse anche per Google sarebbe conveniente cambiare una strategia che ad oggi passa obbligatoriamente dallo strettissimo “noi non paghiamo nulla, non esiste, o così o arrivederci”. Nell’immediato potrebbe anche funzionare certo (e funziona), del resto quelli in crisi sono i giornali e non di certo Google.

Ma c’è un però grande come una caseggiato: vincere facile oggi, infierendo fra l’altro sul presunto nemico, rischia di trasformarsi in un boomerang. Soprattutto perché quando i produttori di news sostengono che senza il loro lavoro resterebbe ben poco da aggregare, riprendere e rendere virale e condivisibile, non fanno poesia: espongono una realtà oggettiva e inconfutabile (vedi l’attenzione particolare che Twitter, ad esempio, sta rivolgendo a giornalisti, testate e produttori di contenuti).

Ma anche perché, pensandoci bene, una mossa intelligente di Google potrebbe configurarsi più o meno così: carissimi giornali, i titoli e gli estratti degli articoli non ve li paghiamo così come sono, mollatela con le lagne e gli appelli ai politici per ristabilire l’ordine attraverso un copyright senza se e senza ma. Ma non vogliamo la vostra fine, tutt’altro; abbiamo bisogno di giornali performanti, in forma, proiettati nel futuro, non di vecchi arnesi rancorosi. Voi avete autorevolezza e professionalità, noi abbiamo la tecnologia. Sediamoci a un tavolo, ritroviamo entusiasmo e progettiamo il domani.

Anche perché, pensateci bene, anche a livello di marketing c’è una bella differenza fra essere ricordati come quelli che han fatto la rivoluzione sul cadavere dei giornali e quelli che l’han fatta salvando l’industria dei media dalla crisi.

Tutto molto complicato ovvio, ma sedersi a un tavolo, legittimarsi a vicenda e lavorare su accordi condivisi pare ad oggi l’unica parvenza di principio di soluzione.

Articoli Suggeriti
Social Media Manager

Leggi anche ↓
Social Media Manager

Ripensare tutto

Le storie, le interviste, i personaggi del nuovo numero di Rivista Studio.

Il surreale identikit di uno degli autori dell’attentato a Darya Dugina diffuso dai servizi segreti russi

La Nasa è riuscita a registrare il rumore emesso da un buco nero

Un algoritmo per salvare il mondo

Come funziona Jigsaw, la divisione (poco conosciuta) di Google che sta cercando di mettere la potenza di calcolo digitale del motore di ricerca al servizio della democrazia, contro disinformazione, manipolazioni elettorali, radicalizzazioni e abusi.