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La pergamena lunga 36 metri sulla quale Jack Kerouac scrisse la prima stesura di Sulla strada andrà all’asta La basa d'asta è fissata a due milioni e mezzo di dollari, per un oggetto diventato quasi leggendario tra gli appassionati di letteratura americana.
Per addestrare la sua intelligenza artificiale, l’azienda Anthropic avrebbe comprato, scansionato e poi distrutto due milioni di libri usati L'azienda avrebbe approfittato di un cavillo legale e sostiene di avere tutto il diritto di usare in questa maniera libri che ha regolarmente acquistato.
Maison Margiela ha reso disponibile il suo intero archivio, per tutti, gratuitamente, su Dropbox L'iniziativa fa parte del progetto MaisonMargiela/folders, che porterà il brand in Cina con 4 mostre, e una sfilata programmata ad aprile.
Su Vanity Fair è uscita la prima intervista mai fatta a Bianca Censori Per la prima volta ha parlato di sé, in occasione della mostra che sta presentando a Seoul (anche se, ovviamente, Ye si è messo in mezzo).
Il governo francese invierà una lettera a tutti i 29enni del Paese per invitarli a fare figli prima che sia troppo tardi È parte di una campagna per contrastare la denatalità e informare su salute riproduttiva e sessuale. Ma in molti l'hanno accolta abbastanza male.
Le compagnie aeree stanno cancellando i voli verso Cuba perché sull’isola non c’è abbastanza carburante per fare rifornimento e ripartire C'entra l'embargo degli Stati Uniti e la crisi in Venezuela, la situazione è talmente grave che già a marzo Cuba potrebbe non avere più benzina.
All’Halftime Show alternativo dei trumpiani c’erano a malapena 200 spettatori Nel frattempo, lo spettacolo di Bad Bunny è diventato il più visto nella storia del Super Bowl, con 135 milioni di spettatori.
A gennaio 2026 in tutta la Norvegia sono state acquistate soltanto sette auto a benzina E 29 auto ibride, 98 diesel, mentre le elettriche sono più di 2000: queste ultime costituiscono il 96 per cento delle auto acquistate in tutto il 2025.

Star d’Oriente

Storia del perché per finire in tv, in Cina, spesso basta non essere cinesi (e di come il Regno di Mezzo vede gli occidentali nei suoi film).

05 Luglio 2013

«You’re all very beautiful», ci lusinga in un inglese piuttosto zoppicante Zhang, una ragazza di età indefinibile, all’uscita di un locale di Wudaokou, il quartiere colonizzato dagli studenti stranieri a Pechino. La capitale cinese a novembre è già preda del gelo invernale, e quando io e il mio gruppo vediamo le due figure – lei e un uomo dall’espressione vagamente interrogativa – ad attenderci e seguirci con gli occhi vorremmo solo salire su un taxi e tornare a casa prima possibile.

Ma Zhang e collega non sono affatto due scocciatori: vogliono proporci un lavoro nel mondo del cinema. «You want make movies?». I dettagli dell’offerta, più a causa delle barriere linguistiche che per ritrosia, non sono svelati, ma il duo parla di 700 renminbi (90 euro) al giorno – che nel Regno di Mezzo non sono pochi – per interpretare una giovane coppia di waiguoren, stranieri. Lasciamo i nostri numeri di telefono. Siamo a Pechino da due mesi, ed è la sesta volta che ci capita di venire avvicinati da gioviali talent scout locali.

In Cina la richiesta di attori stranieri per film, fiction, spot e soap opera è aumentata esponenzialmente nell’ultimo decennio.

In Cina la richiesta di attori stranieri per film, fiction, spot e soap opera è aumentata esponenzialmente nell’ultimo decennio, di pari passo con l’apertura all’Occidente e la sempre crescente integrazione culturale. «Al nostro pubblico non basta più guardare personaggi stranieri impersonate da cinesi con una parrucca», ha detto in merito Yan Hao, produttore cinematografico. Tuttavia, nonostante i diversi professionisti stranieri presenti in loco, spesso i criteri di selezione di cast e comparse non solo quelli tradizionali: «A volte vado alle feste o nei bar a caccia di qualcuno di adatto per il ruolo», ha dichiarato a China Radio International Lisa Li, che lavora in un’agenzia che cura gli interessi di diversi attori stranieri. E succede davvero così.

I laowai – il termine più usato per identificare i non-cinesi – non sono più gli alieni di vent’anni fa, ma continuano a costituire un oggetto misterioso, spesso tale da essere squadrato o indicato. Nel 2007 Liu Yongli, allora regista per la tv di Stato Cctv, dichiarò: «Quando I cinesi guardano uno straniero che parla bene la loro lingua e ha imparato a conoscere bene la loro cultura, beh, è una bella sensazione vedere che qualcuno rispetta la Cina così tanto». Qualche anno dopo gli ha fatto eco Zhu Dake, un critico e accademico di Shanghai, secondo cui «gli stranieri che in Cina interpretano ruoli secondari si rimettono ai valori cinesi, mentre gli attori principali rimangono orientali. Essenzialmente è un’attitudine alla venerazione».

Come che sia, parliamo di un Paese, quello di Mao, che fino all’apertura denghista degli anni Settanta era sostanzialmente chiuso in sé stesso e giocoforza xenofobo. E se le cose sono cambiate e oggi gli attori vengono scritturati anche nei locali frequentati da universitari americani, europei e africani è anche merito di Mark Rowswell, meglio conosciuto come Da Shan, star della tv cinese e perfetto sconosciuto in Canada, dove nacque quarantotto anni fa.

Rowswell, dopo aver studiato cinese all’università di Toronto ed essersi laureato nel 1988, nello stesso anno partì alla volta del Dragone con una borsa di studio alla Peking University. Dopo aver presentato quasi per caso una competizione canora a novembre, venne invitato all’annuale Gala di Capodanno di Cctv, la tv di Stato. Si presentò davanti a più di 600 milioni di stupiti ascoltatori e interpretò uno sketch comico xiangsheng (uno scambio di battute in forma dialogica popolarissimo nel Paese) in un cinese perfetto, diventando immediatamente una celebrità col nome del personaggio interpretato nella gag, Da Shan (letteralmente “Grande montagna”). Fu l’inizio formale dello sdoganamento dello straniero in tv.

Rachel DeWoskin negli anni Novanta impersonava una donna sexy e disinibita, simulacro della corruzione del modus vivendi occidentale.

Nel 1994 toccò a Rachel DeWoskin, americana ventunenne finita in Cina per spirito d’avventura e trovatasi – dopo l’invito ricevuto a una festa – «Sei occidentale. Vuoi far parte della serie tv del mio amico?» – a impersonare una donna sexy e disinibita, simulacro della corruzione del modus vivendi occidentale – nella soap Foreign babes in Beijing. DeWoskin – che scrisse poi un libro sulla vicenda– dichiarò in un’intervista alla National Public Radio statunitense: «Beh, la serie è stato un esempio appropriato, per quanto un po’ kitsch, dei sentimenti contrastanti della Cina nei confronti dell’ovest». La sua realtà quotidiana di espatriata era, ovviamente, molto diversa dal suo personaggio tentatore, e sia questo conflitto culturale che il ritmo serrato con cui lo skyline di Pechino in quegli anni si riempiva di grattacieli segnavano gli albori della fine di un’epoca.

La situazione è diversa, ormai – nonostante il reclutamento poco ortodosso, gli attori stranieri in Cina sono sempre più professionisti della recitazione  – e lo spazio per le aspiranti star si è ristretto, in ossequio sia al diktat governativo che restringe il numero massimo di laowai a un terzo del cast di un programma che alla sempre maggiore conoscenza del cinese richiesta alle selezioni.

Ciononostante, talvolta anche gli attori professionisti in Cina hanno storie quantomeno curiose da raccontare. Prendete l’americano Jonathan Kos-Read, da anni sui set cinesi col nome Cao Cao, che nel 2007 disse: «Le persone in generale hanno una strana idea dell’America. Per esempio, qui gli americani non vogliono bene ai loro genitori (e viceversa) oppure se esci fuori di casa, negli Stati Uniti, 9 volte su 10 assisterai a uno scontro a fuoco. Cose di questo genere».
 

Nell’immagine: Mark Rowswell, al secolo Da Shan, star della tv cinese

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