Dal leggendario "plagio" di Murnau alla serie audio, prodotta da Audible, che verrà presentata durante la prossima Mostra del cinema di Venezia. Sono cento anni che adattiamo, trasformiamo, temiamo e amiamo il vampiro. E il suo fascino non fa che aumentare.
Il tramonto dell’età del bronzo immaginato da Christopher Nolan sembrava destinato a essere il culmine dell’estate cinematografica: a tre settimane dall’uscita, Odissea continua a monopolizzare le conversazioni, registrare sold out in sala e alimentare la mania per le proiezioni IMAX. Eppure il suo esordio italiano, superiore ai 2 milioni di euro, impallidisce di fronte a quello di Spider-Man: Brand New Day, che ha incassato più del doppio in appena ventiquattro ore.
Con 4.020.018 euro guadagnati al debutto, il quarto film con Tom Holland nei panni di Peter Parker firma la miglior apertura di sempre per un film di Spider-Man in Italia e, più in generale, il miglior esordio di quest’anno. Nel solo primo giorno di programmazione, oltre mezzo milione di italiani ha abbandonato spiagge, sentieri e salotti con l’aria condizionata per correre al cinema. Il risultato italiano è solo uno dei segnali di un debutto globale destinato a superare persino le aspettative più ottimistiche: «Guardando i primi dati a disposizione, l’impressione è che l’esordio mondiale sarà fuori scala, ben al di sopra delle previsioni degli analisti, che normalmente si basano sulle prevendite e sul confronto con film simili» spiega Andrea Berni, esperto di box office e co-conduttore del podcast dedicato all’industria cinematografica Cineguru. «Già durante le prevendite il film aveva registrato il tutto esaurito in numerosi territori. A questo si aggiungono i 35 milioni di dollari incassati nel primo giorno in Cina, un mercato immenso e fondamentale per gli incassi globali».
Ulisse, scansati
Si tratta di un risultato straordinario anche per chi, tra analisti ed esercenti, dava ampiamente per scontato che Spider-Man avrebbe superato Il diavolo veste Prada 2, Michael e perfino Odissea: tre blockbuster che già erano destinati a dominare il botteghino ancor prima di arrivare in sala. Un esordio italiano di queste proporzioni, però, non era affatto scontato. L’estate rimane una stagione storicamente difficile per il mercato nostrano, anche quando in sala ci sono titoli forti. A questo si aggiunge la concorrenza diretta di Odissea, che continua a occupare un numero enorme di schermi e a livello internazionale monopolizza il circuito IMAX e gran parte delle sale PLF (Premium Large Format), ovvero gli schermi tecnologicamente più avanzati e quindi quelli con il prezzo medio del biglietto più elevato.
Eppure tutto questo non è bastato a rallentare Spider-Man, anzi. La vera domanda, allora, non è perché Brand New Day riempia le sale, quanto piuttosto perché il suo successo sembri inevitabile. Dopo nove film live action campioni d’incassi, due lungometraggi animati di enorme successo e oltre vent’anni di dominio culturale, Spider-Man continua a dimostrarsi un’eccezione nella sua infallibilità al botteghino. Mentre nel periodo successivo ad Avengers: Endgame il genere supereroistico ha perso gran parte della sua spinta propulsiva, Peter Parker sembra essere rimasto praticamente immune alla crisi delle presenze in sala nel post-Covid prima e dei cinecomic dopo. Perché?
In termini cinematografici la probabile risposta è che Spider-Man ha smesso da tempo di essere soltanto un cinecomic. È un supereroe, certo, ma è anche un franchise, un marchio e soprattutto un personaggio che ormai trascende il genere a cui appartiene. In parte perché è stato tra quelli che questo genere lo hanno praticamente rifondato, portandolo a essere qualcosa di significativo a livello artistico e cinematografico. Quando nel 2002 uscì il primo Spider-Man di Sam Raimi, il cinecomic così come lo immaginiamo oggi doveva ancora nascere. Il Marvel Cinematic Universe non esisteva, dato che Disney non aveva ancora acquistato la Marvel né trasformato i suoi personaggi nel motore di un universo condiviso capace di dominare il box office mondiale per un decennio e più. Quella che oggi appare come una formula consolidata era ancora tutta da inventare e proprio il successo della prima trilogia di Spider-Man suggerì l’idea che i film di supereroi potessero (e dovessero) aspirare a un’alta qualità cinematografica.
Da allora il personaggio ha attraversato tre reboot, tre interpreti di Peter Parker e oltre vent’anni di cinema senza perdere il favore del pubblico. Non tutti i passaggi di testimone però sono stati ugualmente semplici: «Sebbene tutti i film di Spider-Man siano andati bene al box office, è indubbio che il rilancio con Andrew Garfield non sia andato come Sony sperava», osserva Andrea Berni. «La svolta è arrivata con l’accordo tra Sony e Marvel Studios, che ha portato benefici a entrambi: l’attuale incarnazione interpretata da Tom Holland occupa un ruolo centrale nel MCU pur mantenendo una propria autonomia, e questo ha contribuito enormemente al suo successo.»
Più grande dell’universo Marvel
Spider-Man appartiene dunque al Marvel Cinematic Universe senza esserne completamente assorbito. Può dialogare con Iron Man, Doctor Strange e gli Avengers, ma continua a esistere anche come saga indipendente, con una propria identità e un proprio pubblico, soffrendo meno la crisi dell’universo madre. Anche per questo motivo il suo comportamento al botteghino ricorda ormai quello dei grandi marchi “too big to fail”, più che quello di un normale film di supereroi. Come proprietà intellettuale ricorda franchise come quello di James Bond, Star Wars o il canone dell’animazione Disney: universi narrativi che hanno attraversato decenni, cambi di cast, mutamenti industriali e molti periodi di stanchezza, continuando però a rappresentare grandi eventi cinematografici.
Non sorprende quindi che Matt Belloni, uno dei più autorevoli analisti dell’industria cinematografica USA, lo consideri oggi l’investimento più sicuro del prossimo decennio a Hollywood, più sicuro che puntare su registi come Christopher Nolan e Greta Gerwig, più di nuove proprietà intellettuali con grandi fandom, persino più delle ultime grandi star cinematografiche rimaste, da Tom Cruise a Timothée Chalamet. Se fosse facile capire il segreto di questo successo, ne esisterebbero degli epigoni, ma nonostante Hollywood abbia trascorso gli ultimi vent’anni alla ricerca del segreto di Spider-Man, l’Uomo Ragno rimane uno dei pochissimi personaggi contemporanei capace di attraversare generi e generazioni senza perdere il proprio valore commerciale.
Che cosa rende dunque Spider-Man così inossidabile mentre tanti altri supereroi e franchise sembrano aver perso il loro appeal commerciale? La risposta, probabilmente, sta nel centro della proprietà intellettuale: Peter Parker. Prima ancora di essere un supereroe, Peter Parker è un ragazzo qualunque che diventa adulto senza mai smettere di fare i conti con problemi sorprendentemente ordinari: «Il grande vantaggio di Spider-Man è che è un eroe umano e molto accessibile, nel quale tutti riescono a identificarsi» osserva Andrea Berni «I suoi sono problemi comuni: la crescita, l’accettazione di sé, trovare il proprio posto nel mondo. Prima ancora dei film era un personaggio popolarissimo nei fumetti e nei cartoni animati, e questo è fondamentale perché fa parte dell’immaginario collettivo a livello globale».
Un ragazzo sfortunato
Riusciamo dunque a immedesimarci in Peter Parker, che però è straordinario senza mai diventare irraggiungibile. È un genio nel senso più letterale del termine, ma nelle sue incarnazioni appartiene quasi sempre alla classe media o agli strati popolari di New York. Negli anni lo abbiamo visto consegnare pizze, vendere fotografie di sé stesso al Daily Bugle per riuscire a pagare l’affitto, arrangiarsi tra un esame universitario e un lavoro precario. Non è, insomma, un espressione di un privilegio: non è un miliardario come Tony Stark, né un neurochirurgo di fama mondiale come Stephen Strange, tantomeno un dio come Thor o un alieno semidivino come Superman. Anche quando salva il mondo, continua a tornare a casa ogni sera, in un appartamento mai molto grande.
È aspirazionale perché possiede capacità fuori dal comune, ma rimane “l’amichevole Spider-Man di quartiere”, come da celebre autodefinizione. È perfettamente calibrato: Peter è intelligente senza risultare elitario, coraggioso senza essere stoico, romantico e davvero mai cinico. È goffo, impulsivo, idealista, spesso ingenuo: difetti che non sono poi tali, che lo rendono anzi ancor più adorabile. Per giunta è uno di quei personaggi contro i quali il destino sembra accanirsi con ostinazione. Un po’ come Paperino, accumula una quantità sproporzionata di sfortune e tragedie personali e forse proprio per questo il pubblico continua a fare il tifo per lui.
Questa sua umanità eccezionale eppure così familiare si riflette nel suo modo di essere supereroe. Anche quando combatte minacce globali, rimane fortemente radicato nella sua città, dove la sua identità continua a essere legata ai piccoli gesti urbani: salvare un passante, fermare una rapina, evitare che qualcuno rimanga schiacciato dal crollo di un ponte. In Brand New Day trova persino il tempo di salvare un piccione. Persino i suoi avversari sono caratterizzati dalla loro umanità distorta: Peter Parker empatizza con loro perché li capisce e avrebbe potuto diventare come loro. Doctor Octopus, Electro, Lizard e Goblin sono uomini il cui genio scientifico è stato deformato dall’ambizione o dalla disperazione.
Anche per questo Spider-Man riesce a rimanere vicino al pubblico. Le sue storie parlano di responsabilità e sacrificio straordinari, ma continuano a partire da problemi sorprendentemente quotidiani: è come andare al cinema per ritrovare un amico, quello in cui rivediamo la parte migliore di noi stessi.
