Sorry, baby è il miglior film sulla cosa peggiore che possa capitare a una donna

Il film di Eva Victor, apprezzatissimo prima al Sundance e poi a Cannes, è un raro e riuscito tentativo di raccontare il trauma senza mai mostrarlo. Ed è, soprattutto, una commovente professione di fede nella sorellanza.

24 Gennaio 2026

«Vuoi un figlio? Vuoi anche tu quello che vogliono tutti?», chiedono ad Agnes, la schiva eppure magnetica protagonista di Sorry, baby. Lei, con l’aria improvvisamente un po’ persa, ogni volta risponde: «Non riesco a proiettarmi così in là con gli anni, non riesco a immaginarmi vecchia». C’è qualcosa che annebbia la brillantezza di Agnes e il suo sarcasmo tagliente; è l’inquietudine lieve di chi ha vissuto qualcosa di terribile e ne è uscita diversa, ma la annebbia in un modo sottile, che all’esterno può anche passare inosservato. Come nella vita vera, in Sorry, baby non ci sono fiumi di lacrime, non c’è stridore di denti né confessioni urlate a pieni polmoni. C’è una vita funzionale che si è inceppata solo leggermente, intrappolata nella memoria di un trauma che ritorna.

Agnes, interpretata da Eva Victor, qui anche regista (al suo esordio) e sceneggiatrice, è la diretta erede di alcuni personaggi femminili che negli ultimi quindici anni si sono incastonati nel nostro immaginario per la loro complessità e per la loro ironia – Hannah Horvath e Fleabag sopra a tutte, ma anche la protagonista di Il mio anno di riposo e oblio. Il film, prodotto dal premio Oscar Barry Jenkins e acclamato prima al Sundance e poi a Cannes, dove è stato presentato nella Quinzaine des Cinéastes, è diviso in cinque parti slegate dall’ordine cronologico, ciascuna delle quali racconta un anno della vita di una professoressa di letteratura poco più che trentenne – Agnes, appunto.

Un film di scrittrici

Sorry, baby è attraversato da numerosi riferimenti letterari e teorici che fanno da corollario alla trama, rimando immediato al mondo della scrittura che dialoga con tutta la vicenda: dalla tesina sul racconto breve che richiama la struttura del film, alla lettura di Baldwin e Woolf (legati dall’aver entrambi abitato la marginalità per tutta la vita), fino all’analisi di Lolita, capace di conciliare uno stile così elegante a un contenuto tanto disgustoso. Siamo in una cittadina del New England, e i larghi spazi pieni di nulla fanno da sfondo alla narrazione che si muove fra una piccola università di provincia, boschi pieni di silenzio e una casa di legno isolata, un po’ sgarrupata, dove Agnes vive da sola – non è vero, insieme a un gatto. Il film comincia con l’arrivo di Lydie (Naomi Ackie), ex coinquilina e compagna di studi in visita per qualche giorno da New York. L’amica è incinta, e il contrasto fra la regolarità della sua esistenza, piena di tutte quelle cose che vogliono tutti – una relazione stabile, una bambina in arrivo, un corso ben definito e prevedibile degli eventi – e quella di Agnes, che appare invece come sospesa in un momento indefinito fra la giovinezza e l’età adulta, appare evidente.

Le due donne sono legate dall’intimità affettuosa di chi ha vissuto sotto lo stesso tetto, condividono lo spazio con disinvoltura, i loro sguardi sono luminosi, i sorrisi spontanei. L’atmosfera è leggera, giocosa – in Sorry, baby si ride parecchio – fino a che Lydie non chiede all’amica: «Esci mai di casa?». La domanda potrebbe sembrare banale, ma dalla tensione con cui è posta, dal silenzio che segue, trapela tutta l’angoscia di quello che verrà mostrato dopo, e che è successo prima. Ai traumi non è sempre facile dare un nome, e nel secondo capitolo del film, intitolato appunto “L’anno della cosa brutta”, ritroviamo le due protagoniste durante il dottorato, alle prese con tesine da consegnare e le classiche rivalità con gli altri compagni di studio. Una sera Agnes torna a casa dopo aver incontrato il suo relatore – un disturbante Louis Cancelmi. È scossa e disorientata: c’è stato un approccio, c’è stato un rifiuto, c’è stata una violenza.

«Esci mai di casa?»

La scena si conclude nella vasca da bagno. Lydie ascolta mentre Agnes, immersa in un’acqua che immaginiamo diventare sempre più fredda, racconta tutto e infine chiede all’amica: «Ho fatto di tutto per fargli capire che non volevo, è vero? Ho fatto di tutto?». A volte è più facile convincersi di essere anche solo in parte responsabili di quanto ci è accaduto, piuttosto che accettare la casualità spietata e illogica del corso delle nostre vite – o, come in questo caso, di esserci fidate della persona sbagliata. Victor lavora di sottrazione e di evitamento: è nei silenzi, o quando si parla d’altro, che la gravità di quello che è successo si esprime in tutta la sua inesorabilità. La cosa brutta non viene mai mostrata: nessun montaggio sincopato o musica in crescendo, nessun vestito strappato, neanche un flashback, dopo, che spezza la quotidianità. Al contrario, è un’inquadratura fissa, silenziosa, tenuta a lungo, più a lungo di quanto sia tollerabile, a farci capire che dietro alla facciata di quella casa tanto ordinaria, identica a molte altre, sta succedendo qualcosa che non dovrebbe accadere, e da cui per la protagonista sarà impossibile tornare indietro.

Sono i riflessi che la cosa brutta riverbera intorno ad Agnes a darci la misura dell’impatto sulla sua vita: la rabbia di fronte alla protocollare freddezza che le rivolge il ginecologo all’indomani della violenza, il distacco con cui tempo dopo si approccia al sesso, il senso di colpa che, a distanza di anni, confessa di provare a uno sconosciuto gentile (John Carroll Lynch) che la soccorre durante un attacco di panico. A volte si dimentica di quello che è successo, gli dice, e quando se ne ricorda poi si sente in colpa – come se per un attimo avesse smesso di prendersi cura della parte di sé che ha vissuto quel trauma e fatica a superarlo, o come se negando quello che è successo stesse anche un po’ negando la persona che è diventata. In Sorry, baby tutto rimane velato, nascosto dietro lo sguardo della protagonista. Raccontare le esperienze umane più complesse significa anche accettare l’opacità che le protegge e le ambiguità emotive che le attraversano – un compito a cui Victor va incontro con sicura pacatezza, schivando qualunque sermone moralistico così come Agnes rifugge tutti i cliché della vittima. L’aver subito una violenza non esaurisce il suo personaggio, non la definisce più della sua passione per i romanzi del primo Novecento o il suo essere una donna alta: ciascuna identità, sembra dirci Victor, ciascuna storia, è il risultato di una complicatissima e inesauribile ars combinatoria che trae la propria linfa non solo dal potere curativo e trasformativo del tempo che passa, ma anche e soprattutto dallo scambio con gli altri, e dalla partecipazione ai loro cambiamenti.

L’amicizia è la cura

Per Agnes non c’è all’orizzonte la facile consolazione di un amore che lenisce le ferite, ma ci sono gli occasionali incontri con il vicino di casa impacciato e affettuoso, Gavin (Lucas Hedges). In una scena di grande tenerezza, la vasca che anni prima aveva separato la vittima dall’amica che stava ad ascoltarla torna a essere protagonista, diventa uno spazio di intimità che unisce i due amanti, legati da un sentimento incerto eppure onesto, e buono. C’è poi, soprattutto, l’amicizia con Lydie, amorevole alleata di tutta la vicenda. Le due sono unite da un senso di sorellanza profondo e leale: nessuna chiede all’altra di somigliarle né di rinunciare ai propri desideri, ciascuna accetta l’amica per quello che è, limitandosi a fare da testimone premurosa della sua vita – consapevoli che, in fondo, per darsi amore è sufficiente starsi a guardare mentre si cresce. Come dice Agnes alla figlia di Lydie, «a volte le cose brutte succedono e basta. È per questo che mi dispiace per te, perché sei viva e ancora non lo sai. Però posso ascoltarti, senza avere paura. E questo è una cosa buona. O almeno è qualcosa».

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