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10:42 domenica 15 marzo 2026
Due episodi di Doctor Who degli anni ’60 che si pensava fossero andati perduti sono stati ritrovati in uno scatolone nella casa di un collezionista Si tratta, tra l'altro, di due puntate molto importanti perché raccontano la storia dei Dalek, i villain più famosi dell'universo di Doctor Who.
Kim Jong-un e sua figlia vestiti uguali che sparano assieme al poligono di tiro sono la più surreale immagine di genitorialità mai vista La giovane Kim Ju Ae, erede designata del Supremo leader, ha mostrato le sue doti balistiche in una splendida giornata padre-figlia al poligono.
Degli scrittori hanno creato un logo da apporre sui libri per far sapere ai lettori che sono scritti da un umano e non dall’AI La Society of Authors chiede a tutti gli editori di appore il logo "Human Authored" sulla quarta di copertina dei libri, per salvare l'editoria dall'AI.
I Fugazi hanno pubblicato un album “scartato” che avevano registrato trent’anni fa con Steve Albini È la prima versione dell'album che è poi diventato In on the Kill Taker. Tutti i proventi andranno all'ente benefico fondato da Albini, Letters Charity.
Dopo quasi un millennio, l’Inghilterra si è decisa ad abolire definitivamente i seggi ereditari della Camera dei Lord Ne erano rimasti 92, che il governo laburista ha cancellato. Concedendo ad alcuni Lord, però, di diventare parlamentari a vita.
I protagonisti di The Voice of Hind Rajab, candidato all’Oscar per il Miglior film internazionale, non saranno alla cerimonia perché gli Usa vietano l’ingresso ai cittadini palestinesi Ad annunciarlo sono stati gli attori e le attrici del film, con una dichiarazione congiunta pubblicata sui loro profili social.
È stato annunciato il sequel di KPop Demon Hunters ma i registi hanno già detto che ci sarà molto da aspettare prima di vederlo Maggie Kang e Chris Appelhans hanno messo le mani avanti e avvisato i fan: i tempi di lavorazione saranno lunghi, molto lunghi.
La nuova Guida suprema dell’Iran ha detto di aver scoperto di essere la nuova Guida suprema dell’Iran guardando la tv Lo ha fatto nel suo primo messaggio alla nazione, letto da un annunciatore sui canali della tv di Stato. Per il momento, il nuovo ayatollah ancora non si è fatto vedere in pubblico.

Tutta la verità sullo smart working

La prospettiva di lavorare da casa per un lungo periodo è diventata realtà: alcuni articoli che ne analizzano pro e contro, con uno sguardo alla trasformazione di aziende e lavoratori.

di Studio
20 Giugno 2020

Come ha spiegato a Rivista Studio Gianpiero Petriglieri, professore di Organizational Behaviour, all’Institut européen d’administration des affaires (Insead), psichiatra e psicoterapeuta, in questi mesi in cui molti italiani (e milioni di persone nel mondo) stanno lavorando da casa, «stiamo sperimentando gli effetti della fatica digitale». Una fatica digitale che è diversa da quella provata solo fino a qualche mese fa: alla necessità del “detox” da social e schermi, si aggiungono infatti le complicazioni, psicologiche e logistiche, che lo smart working sta significando per lavoratori e aziende. A cominciare dall’organizzazione degli spazi in casa fino alla relazione con superiori e colleghi: gli esperti sono concordi che, a fronte dei tanti benefici di un lavoro più flessibile, l’interazione umana non può essere interamente sostituita da quella digitale. Ci sono poi gli effetti psicologici, quell’effetto “grotta” di cui ha parlato anche il sindaco di Milano Beppe Sala non senza attirarsi critiche, e quelli del divario tra professionisti provenienti da background differenti, che entrano nella discussione sulla trasformazione del lavoro. Abbiamo raccolto alcuni articoli che analizzano i pro e i contro dello smart working e provano a immaginare come sarà il lavoro del futuro (probabilmente un misto tra le due cose, ufficio e casa).

Never Go Back to the OfficeThe Atlantic
«Almeno metà della forza lavoro americana lavora da casa, e la domanda che ora stanno affrontando i capi non è quando i loro dipendenti potranno tornare in ufficio, ma se dovranno mai farlo», scriveva Juliette Kayyem sull’Atlantic a metà maggio. «Non a caso, i datori di lavoro continuano a rinviare le date di ritorno previste. Quando gli uffici torneranno attivi, potranno limitarsi, a causa di ordini statali o delle proprie preoccupazioni in merito alla prevenzione della malattia dei dipendenti, al 25-30 per cento del personale. Ma c’è una questione che va detta ad alta voce ora: quando dovremmo tornare in ufficio? In realtà, non dovremmo». Secondo Kayyem la pandemia ha dimostrato che certe aziende possono funzionare adeguatamente, anche con successo, senza collocare tutti i loro dipendenti nello stesso ufficio.

Sorry, but Working From Home Is OverratedThe New York Times
«Sto scrivendo questo pezzo dal bunker di quarantena improvvisato nella mia sala da pranzo». Inizia così Kevin Roose sul New York Times, spiegando quanto lo smart working sia sopravvalutato. Perché è vero, addio pendolarismo, addio scaramucce tra colleghi, addio schiscette, «ma la maggior parte delle persone dovrebbe lavorare in un ufficio, o vicino ad altre persone ed evitare di lavorare da remoto, per quanto possibile». Ciò che i dipendenti guadagnano in produttività – da una ricerca è emerso che i lavoratori da casa sarebbero più efficienti del 13 per cento – lo perderebbero in creatività. «Inoltre, a casa si tende a fare pause più brevi, senza caffè, senza un collega con cui parlare. Questa impossibilità di separare la vita domestica da quella lavorativa pesa inevitabilmente sulla loro capacità di avere nuove idee».

Nuovo benefit? I vincenti e i perdenti dello smart-workingLinkiesta
In questo articolo, Matteo Paradisi spiega perché il divario tra chi è più qualificato e chi meno potrebbe aumentare a causa dello smart working. Nonostante grazie a questa modalità le aziende potrebbero risparmiare (questo si tradurrebbe in maggiori margini di profitto, e a loro volta in salari più alti), è anche vero che la rivoluzione tecnologica non sarà mai neutra: a fronte dei tanti beneficiari, qualcuno rischia di pagare un conto più alto. Si tratta dei lavoratori meno indispensabili, magari gli ultimi arrivati, quelli a cui ancora non è stato fatto un contratto. Non solo. «Anche quelli nei settori dell’istruzione di alto livello e della formazione: una migrazione della didattica su piattaforme virtuali favorisce l’accesso a lezioni prima inaccessibili a molti», richiedendo inoltre un minor numero di docenti.

Paranoia creeps into homeworking  Financial Times
In “tempi normali” (cioè nell’era pre lockdown) se ci sentivamo a disagio per qualcosa al lavoro, avremmo molto probabilmente parlato con un collega o fatto un check con un compagno di scrivania. Adesso, invece, andiamo in paranoia. Ne ha parlato Emma Jacobs sul Financial Times: se non riceviamo risposta da qualcuno, ci preoccupiamo, e iniziamo a perderci in un loop di congetture e paure. «Generalmente la paranoia riguarda cose che non esistono o che non sono ancora accadute», afferma André Spicer, professore di comportamento organizzativo presso la Cass Business School. Costringendoci a fare a meno dei feedback informali sui quali siamo abituati a contare per dare un senso a ciò che sta succedendo, il lavoro virtuale può generare questo tipo di ansie ingiustificate ma dannose.

Working from Home While BlackHarvard Business Review
Lavorare da casa ha fatto emergere nuove opportunità e altrettanti ostacoli. In questo articolo Laura Morgan Roberts e Courtney L. McCluney spiegano cosa significa lavorare da casa per il segmento relativamente piccolo di dipendenti neri che sono già abituati a lottare per contrastare i pregiudizi negativi che, in condizioni normali, già minano il loro ruolo all’interno di un ufficio. Spesso, per essere percepiti come più professionali, si ricorre alla minimizzazione della propria identità razziale, che consiste nell’adeguare linguaggio, aspetto e comportamenti a quelli della maggior parte dei colleghi. Lo smart working, con le videoriunioni su Zoom e l’assottigliamento del confine tra vita personale e professionale, pone una serie di questioni ancora più delicate per quanto riguarda gli stereotipi razziali.

Why Remote Work Is So Hard – and How It Can Be FixedThe New Yorker
Ce ne siamo accorti in questi tre mesi: lavorare da remoto è molto difficile. Come spiega Cal Newport in questo articolo che ripercorre la storia del lavoro in remoto – o telelavoro – a partire dagli albori, le sfide che il lockdown improvviso ci ha posto non sono soltanto tecnologiche, ma anche gestionali. «Jack Nilles sognava il lavoro a distanza in sostituzione del lavoro d’ufficio, ma il piano fallì: usando tecnologie di telecomunicazione avanzate, ora lavoriamo ovunque, a casa, sui mezzi per raggiungere l’ufficio, in ufficio». Con lo smart working la sensazione di lavorare in ogni momento della giornata è aumentata, ma sono aumentati anche i problemi organizzativi. Dopo averli analizzati, Newport prova a immaginare delle possibili soluzioni.

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