A Milano la moda underground esiste ancora e vuole fare la rivoluzione

Quella dei brand indipendenti è praticamente una settimana della moda parallela a quella mainstream, ma ricca di speranze, frustrazioni e lotte sociali.

12 Marzo 2026

C’è qualcosa di estremamente rassicurante nell’esplorare la scena underground della moda milanese. Lontano da celebrità imbottite di Ozempic, da schiere di fan in visibilio per la pop star asiatica di turno e dagli occhi della stampa di massa, esiste un mondo fatto da e per i giovani, dove il termine “giovane” non rappresenta minimamente un limite anagrafico. Il concetto di gioventù è relativo: per i vostri figli sareste da rottamare da un bel pezzo, per i vostri genitori sarete sempre nel fiore degli anni. Il termine “gioventù” è qui inteso come occhi ancora in grado di brillare, di guardare alle falle del sistema con l’energia e la speranza necessarie a invertirne la rotta. O, per lo meno, per provarci.

Mentre i grandi brand sono impegnati a cercare di svelare i misteri del mondo e dell’iperuranio, i giovani brand «touch grass», per dirla all’inglese. In altre parole, affrontano problemi concreti, quotidiani e, soprattutto, urgenti. Si misurano con le conseguenze presenti e future delle scelte delle generazioni passate e con problemi spesso ben più grandi di loro, con energia propositiva, entusiasmo, a volte con rabbia e ribellione. Reazioni umane, viscerali e coinvolgenti che si riflettono nelle scenografie delle presentazioni, nei suoni che accompagnano le sfilate e, per ultimo nei capi realizzati.

La moda come terreno di lotta contro il suo stesso sistema

Le nuove generazioni temono il declino ambientale come la morte, è un fatto. Anche i grandi gruppi amano riempirsi la bocca di parole come “responsabile”, “sostenibile” e “circolare”, salvo poi produrre in Paesi terzi e peccare di distrazione quando si tratta di tutelarsi dai pericoli di caporalato. Non c’è da sorprendersi se nessuno crede più alla storia della sostenibilità, oppure la associ ai tessuti in poliestere riciclato del gruppo Inditex. Lo sa bene Dan Branston, fondatore di Pikol Clothing, che realizza giacche e camicie recuperando tovaglie e tessili da camera vintage ricamati a mano. In questo contesto, e nonostante le difficoltà economiche che comporta guidare un’azienda indipendente, sono i piccoli brand a sperimentare soluzioni praticabili. Non perfette, ma concrete. «Per essere davvero sostenibili, dovremmo chiudere tutto. Nessuna auto, nessun vestito, non consumare niente», ha recentemente affermato Miuccia Prada. Se è vero che per i grandi brand come Prada, il dilemma è al momento di impossibile soluzione, i brand emergenti hanno dalla loro la possibilità di adottare soluzioni intermedie (soluzioni che, ahinoi, richiedono molto impegno). Il punto, per loro non è (e non può essere) fermarsi: è ridurre, ripensare, collaborare.

Per esempio, per la collezione Autunno-Inverno 2026, Act N°1 ha collaborato con le comunità di tessitrici e filatrici delle contee di Rongjiang e Congjiang, nella provincia del Guizhou in Cina, dove i tessuti in cotone vengono ancora prodotti su piccoli telai a mano. Insieme al piccolo produttore italiano di bottoni RIBL ha recuperato bottoni vintage rimasti inutilizzati per oltre 25 anni, gli stessi utilizzati per ricamare interamente due capi della collezione, per un totale di oltre 25.000 bottoni e 800 ore di lavoro manuale. In collaborazione con GOYOL, è stata realizzata una piccola capsule di maglieria in puro cashmere dalla Mongolia, mentre con LineaPelle sono stati sviluppati dei capi con la tecnica del patchwork. Insomma, un esempio di come l’unione faccia veramente la forza (e la differenza), specie quando volta ad esaltare la professionalità e le competenze gli uni degli altri.

Nonostante l’estetica naïve e frizzante potrebbe suggerire una certa frivolezza, anche Moja Rowa ha un obiettivo chiaro: costruire un’azienda con il minor impatto ambientale possibile. Oggi i founder, Yelena Mojarova e Benedikt Sittler, lavorano unicamente con scorte di magazzino per realizzare maglieria colorata e sostenibile. Sposando un approccio circolare, anche Cavia si veste di una maglieria coloratissima, i cui fili penzolanti ricordano ciò che la materia era prima di finire tra le mani dell’artigiano. DENNJ, invece, realizza abiti da cerimonia su misura, rifiutando di sottostare alle logiche consumistiche del sistema moda: in occasione della mostra Future Threads: Italy’s New Wave, a cura di Sara Sozzani Maino, ha reinterpretato vecchi abiti da sposa — tra cui quello della madre — adottando le logiche della multifunzionalità e della sostenibilità come dialogo con la memoria.

Tutti questi esempi non fanno altro che dimostrare che qualcosa è molto meglio di niente. Non è una rivoluzione pura: è un lavoro di sottrazione, di recupero, di alleanze. Ed è già un inizio.

I dolori e i tormenti delle nuove generazioni

Lasciamoci ora alle spalle colori vibranti e atmosfere positive. Il fatto che i giovani siano il motore del cambiamento è la naturale conseguenza della necessità che questo cambiamento avvenga. Le lotte non sono mai divertenti, nemmeno per chi le conduce. Vi basterebbe fare un giro su TikTok per toccare con mano i moti interiori che animano le nuove generazioni: il rifiuto delle norme che limitano le libertà personali, la furia che accompagna diritti umani calpestati e l’immobilità delle classi dirigenti di fronte a casi di cronaca scandalosi, lo sconforto di fronte alle disuguaglianze di genere e di razza.

La moda dei giovani designer incarna perfettamente questi stati d’animo dolorosi. Prendiamo Alchètipo, il laboratorio estetico fondato da Andrea Alchieri: il suo debutto racconta di un amore cucito troppo stretto, come suggerisce il titolo della sfilata, quello del matrimonio destinato al divorzio. Una visione delle relazioni disincantata e critica che riflette un certo timore per le dinamiche tossiche e violente (“Così rimasero eleganti/Fermi/Composti/L’amore divenne disciplina/La cura possesso” cita la poesia che accompagna l’invito), tradotto in lacrime e occhiaie sui volti dei modelli. Voci maschili che descrivono la loro “donna-musa” hanno fatto da sfondo alla sfilata-concetto di AVAVAV, sottolineando le narrative che da sempre accompagnano le donne: la collezione The Female Gaze sfida le prospettive attraverso cui la femminilità è stata storicamente disegnata e consumata dalla società e dalla moda, abbracciando l’imperfezione e il carattere personale al di là delle forme idealizzate. I pantaloni sartoriali si uniscono a gonne a matita e shorts da basket diventano gonne ad A: non c’è rifiuto della femminilità, bensì una sua complicazione, quella profondità e stratificazione che i giovani preferiscono alle mere etichette. Non mancano le voci a sostegno dei movimenti LGBTQAI+, non a caso da parte di chi questa comunità la vive e la respira quotidianamente. Lorenzo Seghezzi, giovanissimo designer vincitore del CNMI Fashion Trust Grant 2024, al grido di “Queers Do It Better” restituisce al corsetto il suo significato all’interno della comunità queer, mettendo in discussione il modo tradizionale di vedere e vivere la mascolinità. Ma se c’è un brand che ha realmente concretizzato l’anima underground delle nuove generazioni, quello è Mein.Corp: la presentazione della collezione è avvenuta al DKR sotto forma di party sotterraneo, fatto di suoni, movimenti, tatuaggi e moda. Lo stile punk e alternativo regna sovrano tra i look della collezione — un mix di Napoleon jacket distrutte e ispirazioni goth lolita — e quello dei partecipanti, tutti giovanissimi (probabilmente in attesa dell’after party). Il rapporto tra marchio e pubblico è simbiotico, segno di come esso stia diventando un manifesto per una sottocultura specifica. Non potevamo comunque aspettarci niente di diverso da un creativo nato nel 2000.

Le sovrastrutture spengono la creatività, o almeno la rallentano di parecchio

Cosa possiamo desumere da questo excursus nel Sottosopra della moda di Milano? Innanzitutto, che sovrastrutture ingessate e burocrazie polverose rallentano il progresso e che – come sostenuto dalla stessa Cathy Horyn durante la puntata live del nostro vodcast – amministratori delegati con il solo obiettivo di ampliare costantemente la forbice dei profitti rischiano di depotenziare il portato creativo dei designer.

Nel frattempo, i giovani brand dimostrano quanto il dinamismo – e strutture estremamente più snelle, con tutte le problematicità correlate – favorisca l’adozione di soluzioni ai problemi della contemporaneità e quanto la passione nutra la creatività. Il mantra della nuova collezione di Florania è If we are all one, you can’t hurt me, un suggerimento alla creazione come atto collettivo, a mani e menti che lavorano insieme e a canti che uniscono, come quelli popolari italiani e inglesi intonati a cappella nel corso della sfilata. Un casting variegato, che va oltre generi, età e forme fisiche, indossa capi realizzati con il minimo impatto ambientale (grazie al partner etico Drittofilo Mantova, il laboratorio sartoriale nato per dare formazione e lavoro a donne in situazioni di fragilità).

Praticamente, la concretizzazione dei sogni della Gen Z: strade piene di libertà di espressione, senza alcun timore per sé stessi e il proprio pianeta. Essendo naturalmente privi di gerarchie sopra di loro e dell’annoso giogo del dover sostenere impossibili ritmi di vendita, i brand indipendenti sono liberi di esprimere i propri tormenti interiori e le proprie frustrazioni, generando un forte senso di appartenenza nel proprio pubblico. Pubblico che, per inciso, difficilmente gode ancora del potere d’acquisto necessario a sostenere i propri beniamini, ma potremmo considerarla una fidelizzazione anticipata.

Capita, in questi contesti a volte acerbi, che il messaggio sia più forte dell’abito, che le collezioni non siano perfette. Non c’è nulla di cui scandalizzarsi: stanno costruendo spazi e narrative prima ancora che prodotti impeccabili. Resta una domanda sospesa: cosa accadrà quando questi brand cresceranno e dovranno rispondere a investitori, mercati, margini? L’underground è libero perché è piccolo, ma può restarlo quando diventa sistema? Non possiamo prevedere se cambieranno la moda per sempre, ma stanno già cambiando il modo in cui la moda parla di potere, comunità e responsabilità. E, per ora, questo basta.

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