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10:06 lunedì 17 agosto 2026
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.

Senza stato

Vivere senza nazionalità è possibile? C'è chi lo fa per non pagare tasse e chi, come Snowden, lo diventa suo malgrado. Piccola storia degli stateless volontari.

03 Luglio 2013

Edward Snowden, dal suo purgatorio diplomatico nell’aeroporto di Mosca, ha lunedì dichiarato di essere stato privato della nazionalità americana dal presidente Obama, che avrebbe revocato il suo passaporto lasciandolo in una condizione “stateless”, senza stato, apolide. Non è del tutto corretto, in quanto Snowden, nonostante la confisca del passaporto, rimane un cittadino statunitense, anzi ufficiali amministrativi dagli Usa hanno fatto sapere che il suo rimpatrio, se deciderà di affrontare le accuse di spionaggio a suo carico, sarebbe un affare molto facile e veloce.

L’individuo che rinuncia a una cittadinanza non diventa un moderno Ebreo Errante ma può avere ancora un certificato di residenza in molti stati del mondo nonché un documento che gli permetta di muoversi liberamente tra alcuni confini.

Tuttavia, lo stato dei senza-stato è materia interessante, curiosa e in certi casi controversa. Un recente articolo (ma meno recente delle dichiarazioni di Snowden) pubblicato sul magazine Spears (“il must-read per gli ultra ricchi”, come recita il loro About Us) analizzava l’ipotesi di perdere ogni cittadinanza come soluzione per sfuggire a tassazioni troppo esigenti. Una specie di operazione-Depardieu, ma senza lanciarsi nelle braccia di Putin e dichiarare amore eterno e incondizionato per la discutibile democrazia post-Sovietica. La soluzione, come da target di pubblico di Spears, si rivolge esclusivamente alla cosiddetta fascia di persone UHNW, ossia Ultra High Net Worth (individuals), quei pochi e felici individui sulla Terra proprietari di patrimoni netti personali (escluso l’immobile di residenza) superiori ai 30 milioni di dollari. Sono circa 103 mila in tutto il mondo, lo 0,0015 percento della popolazione mondiale, e il quaranta per cento di loro risiede in Nord America. Approcciando persone con tale disponibilità di denaro, l’articolo si premurava di dare per scontati (nel senso: di scontata inesistenza) i problemi più normali che si troverebbe ad affrontare un individuo apolide di classe bassa o media, ovvero la copertura sanitaria privata, la sicurezza pensionistica e l’educazione (privata, certo) dei figli.

Prima di tutto una precisazione: lo stato apolide non è una condizione metafisica, è problematica ma regolamentata e l’individuo che rinuncia a una cittadinanza non diventa un moderno Ebreo Errante ma può avere ancora un certificato di residenza in molti stati del mondo nonché un documento che gli permetta di muoversi liberamente tra alcuni confini. Riceve anche, curiosamente, un documento di “perduta nazionalità”. È quello che è successo a Mike Gogulski, ex cittadino statunitense (oggi cittadino di nessuno stato), che nel dicembre 2008, dalla Slovacchia, ha rinunciato alla propria nazionalità. L’operazione non è possibile ovunque, anzi: gli Stati Uniti sono uno dei pochi stati a permettere ai propri cittadini di rinunciare alla cittadinanza senza averne già una seconda “di scorta”. Per fare richiesta di rinuncia, però, è indispensabile essere fuori dal territorio statunitense. Dopo tre mesi di “inesistenza”, nel marzo del 2009 Gogulski ha ricevuto il titolo di viaggio assicurato dalla Convenzione del 1954 (che controlla per 77 stati i diritti delle stateless persons), ovvero una sorta di documento di identità ma non di nazionalità. A pagina 33 del documento (una specie di passaporto, formalmente), la dicitura inglese recita: «The holder of travel document under the Convention of 28 September 1954 is an alien with legal status of a person without state citizenship, who was granted a permission for permanent residence in the territory of the Slovak Republic. He/she is under protection of the Slovak Republic. All whom it may concern are hereby requested to afford the holder of this travel document all necessary aid and protection according to international law».

Prima di diventare apolide Gogulski ha accarezzato il sogno di vivere come Perpetual Traveler, un individuo che passa la vita a viaggiare tra diversi stati, senza mai fermarsi per più di tre mesi in modo da riuscire a sfuggire a qualsiasi tassazione.

Le motivazioni di Mike Gogulski non sono però simili a quelle di un Gerard Depardieu in fuga dalle tasse: il suo è stato un dichiarato gesto di protesta contro “il dannato impero”, come chiama gli Stati Uniti d’America. Sul suo blog, nostate.com, avverte che «rinunciare alla cittadinanza è una questione molto seria. Il mondo di oggi non tratta con gentilezza le persone senza stato, e rinunciare alla tua cittadinanza potrebbe portare un numero di orribili conseguenze come l’arresto, l’espulsione, internamento in “campi rifugiati”, negazione dei diritti umani, sequestro del patrimonio, perdita della possibilità di viaggiare, perdita di lavoro, perdita di licenze professionali, problemi a ottenere un alloggio, e così via». Prima di diventare apolide, tuttavia, Gogulski ha accarezzato il sogno molto (più) venale di vivere come Perpetual Traveler, ovvero un individuo che, essendo in possesso di un buon capitale di partenza e di un lavoro non legato a precisi luoghi fisici (Gogulski era un internet consultant), passa la vita a viaggiare tra diversi stati, in genere senza mai fermarsi per più di tre mesi in modo da riuscire a sfuggire a qualsiasi tassazione.

Dopo la Guerra Garry Davis fondò la World Service Authority (pare con il supporto di Albert Camus e André Gide) per promuovere la “cittadinanza mondiale” ed emettere specifici passaporti mondiali per viaggiare senza bandiere.

In realtà fuggire alle tasse semplicemente evitando di avere una nazionalità non funziona molto bene: in quasi tutti gli stati del mondo un individuo è tassato in base alla sua residenza e non alla sua cittadinanza, eccetto, stranamente, negli Stati Uniti, nelle Filippine, in Corea del Nord e in Eritrea. Il “viaggio permanente”, in questo senso, è sempre la migliore opzione. Non è un caso che tra gli individui che rinunciano alla propria cittadinanza non ci siano veri e propri milionari molto tirchi ma soltanto ribelli agée e stravaganti. Come, oltre a Gogulski, Garry Davis, l’ex americano (oggi novantaduenne) inventore, nel 1954, del Passaporto Mondiale. Davis rinunciò alla cittadinanza statunitense nel 1948, disgustato dalla Seconda Guerra Mondiale in cui servì l’esercito come pilota di B-17. Diventato attivista pacifista, fondò la World Service Authority (pare con il supporto di Albert Camus e André Gide) per promuovere la “cittadinanza mondiale” ed emettere specifici passaporti mondiali per viaggiare senza bandiere. In realtà non è affatto facile spostarsi di frontiera in frontiera con un passaporto mondiale: mentre Davis sostiene che siano stati accettati, di volta in volta, in 180 nazioni, si sa per certo di soli sei casi sicuri avvenuti in Burkina Faso, Ecuador, Mauritania, Tanzania, Togo e Zambia, e lo stesso Garry è stato arrestato per venti volte mentre tentava di entrare in paesi senza documenti validi.

Senza rinunciare alla cittadinanza italiana, un tentativo di evadere senza troppi rischi la tassazione nostrana risale al 1968 ad opera di Giorgio Rosa, ingegnere visionario (ma non di quei visionari cari all’immaginario hippy: Rosa era un concreto liberale, con un passato remoto fascista e un passato più recente berlusconiano, tutto condito da un’anarchia ribelle anti-statalista fermissima ed esuberante. Qualche tempo fa ho avuto il privilegio di conoscerlo, e ne ho scritto qui) che creò al largo della costa riminese una piattaforma artificiale chiamata Isola delle Rose e dichiarò l’indipendenza dello stato dalla Repubblica Italiana. La storia finì nel peggiore dei modi possibili: l’Isola venne abbattuta dalla marina (o «dai preti», come ricorda lui con ovvi riferimenti al governo democristiano in carica allora) e Rosa fu pure condannato a pagare le spese di demolizione.

Nell’immagine, una veduta da Google Earth dell’intricata zona di confine tra India, Pakistan, Kashmir.

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