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19:14 mercoledì 3 giugno 2026
L’ultima moda tra i miliardari è comprarsi lo scheletro di un dinosauro Vengono battuti per milioni di dollari dalle più prestigiose case d'asta del mondo e acquistati da miliardari che si sono un po' stufati delle "normali" opere d'arte.
Sempre più giovani si dedicano al solomaxxing, cioè rimanere single perché per trovare un partner servono troppo tempo e troppi soldi Essere single non per scelta sentimentale o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito medio non copre più.
Per festeggiare il centesimo compleanno il brand islandese 66°North si è inventato una delle campagne più riuscite degli ultimi anni Cento persone, nate ognuna in uno degli anni trascorsi dal 1926 a oggi, fotografate con addosso i loro vecchi capi 66°North, quelli a cui sono più affezionati.
Nelle praterie della Mongolia è stata costruita una galleria d’arte che sembra un’astronave precipitata sulla Terra Si chiama Praire Ark, l'ha disegnata lo studio architettonico cinese Büro Ziyu Zhuang ispirandosi alla saga di Alien di Ridley Scott.
Un tizio ha trovato per caso una demo unica di Is This It degli Strokes che la band aveva registrato e poi buttato È una prima versione dell'album, prodotta da Gil Norton, che Casablancas e compagni bocciarono e cestinarono. E che ora è miracolosamente riapparsa.
Secondo una ricerca scientifica gli uffici open space fanno male al cervello, fanno stancare di più e lavorare peggio A quanto pare ci voleva una ricerca per capire che rumore continuo, confusione incessante e assenza di spazio personale non fanno bene al cervello.
La pregiatissima collezione di vini di Stalin verrà venduta per finanziare l’apertura di una scuola di enologia in Georgia Al suo interno sono conservate più di 40 mila bottiglie, in parte prese dalle cantine degli zar e in parte scelte personalmente da Stalin.
Il prossimo film di Alice Rohrwacher sarà un adattamento del Barone rampante di Italo Calvino La regista non ha fatto in tempo a finire le riprese di Three Incestuous Sisters che è già arrivato l'annuncio del suo prossimo progetto.

È giusto che una prof. venga licenziata per un selfie in topless?

A New York una docente ha perso il lavoro perché un selfie che aveva mandato a un collega è finito nelle mani di uno studente.

di Studio
04 Aprile 2019

In questi giorni negli Stati Uniti si sta parlando molto di una causa che è stata battezzata “selfie-lawsuit” e che riguarda una professoressa di Long Island licenziata a causa di un selfie in topless scattato per questioni private e sfuggito al suo controllo. Lauren Miranda, 25 anni, di cui gli ultimi 4 trascorsi insegnando alla scuola media Bellport, è stata licenziata perché un suo selfie in topless è finito sui social network. Resta un mistero come la foto abbia potuto raggiungere il cellulare dello studente che l’ha condivisa, considerato che era un’immagine che la ragazza si era scattata allo specchio, nella sua stanza, nel 2016, per inviarla a un professore con cui aveva una relazione. I primi dettagli di questa storia fanno subito pensare al revenge porn e cioè al reato (ma legalmente, in Italia, non è ancora un reato: ne avevamo scritto qui) di diffondere online di foto intime di un ex partner o un conoscente senza la sua autorizzazione, con lo scopo di ferirlo e danneggiarne la reputazione. Negli articoli che riportano la questione, però, il revenge porn però non viene mai menzionato: a quanto pare esistono prove che non sia questo il caso.

Ms. Miranda non ha mostrato dubbi sul conto del suo ex: ha invece accusato la scuola di averla discriminata in quanto donna e ha chiesto di riavere la sua cattedra e tre milioni di dollari di risarcimento. «Questo non sarebbe mai successo a un insegnante di sesso maschile», ha dichiarato, affiancata dal suo avvocato (qui il video del suo discorso), «il consiglio scolastico della contea di Suffolk non ha ancora scoperto che le donne sono uguali agli uomini». Ms. Miranda ha sottolineato come molti professori della scuola abbiano sempre postato foto di loro stessi senza maglietta sui social media senza che sia mai stato preso alcun provvedimento nei loro confronti. Come ha scritto Michael Gold in un articolo del New York Times, il problema della differenza tra il selfie in topless maschile e femminile rimanda a un dibattito attivatosi proprio negli ultimi anni che riguarda il trattamento riservato ai capezzoli: il movimento che si riconosce nello slogan #freethenipple trova ingiusto che le foto di donne in topless vengano rimosse dai social, al contrario di quelle dei maschi senza maglietta, che invece non creano problemi a nessuno. In questa situazione, però, le dinamiche in gioco sono decisamente più complesse, e la discriminazione si manifesta in molteplici direzioni. Sarebbe interessante sapere, ad esempio, se sono stati presi dei provvedimenti nei confronti dello studente che ha condiviso l’immagine sui social. Probabilmente no, perché aveva il diritto di farlo.

La donna ha raccontato di essersi sentita umiliata quando, in una riunione composta da diversi membri del corpo docenti (prevalentemente maschi), uno di loro ha mostrato a tutti, sul monitor di un pc, la fotografia incriminata, per colpa della quale, a dire loro, la professoressa «non avrebbe mai più potuto essere considerata come un modello dai suoi studenti». Anche se non è chiaro come la fotografia sia potuta “sfuggire” dai cellulari di Lauren e del suo ex fidanzato, il preside, il vicepreside e il consiglio docenti, la responsabilità della vicenda è da attribuire completamente a Ms. Miranda, che «ha causato, permesso o reso possibile» che un’immagine inappropriata arrivasse ai suoi studenti e non è stata in grado di «prendere misure precauzionali adeguate» per impedire che il fatto potesse verificarsi. Quali misure avrebbero potuto essere? Evitare di fare sexting con il proprio fidanzato se si ha intenzione di perseguire una carriera nell’insegnamento? La vicenda sta suscitando molto interesse perché ha a che fare con la (dis)parità di genere e il diritto del lavoro, certo, ma anche perché, in un tempo in cui tutti ci siamo abituati a condividere la nostra vita sui social, mostra la facilità con cui le immagini e i contenuti che ci scambiamo in privato possono diventare pubblici senza la nostra approvazione ed essere usati contro di noi.

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