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Secondo uno studio, nelle città europee sta diventando quasi impossibile spostarsi senza la macchina Milano è una delle poche in cui si riesce a muoversi almeno un po' con i mezzi pubblici. A Roma, invece, la situazione è disastrosa.
Mentre faceva uscire il nuovo singolo, preparava un tour continentale e invitava a boicottare l’Eurovision, Robert Del Naja dei Massive Attack ha trovato anche il tempo di farsi arrestare a una manifestazione pro Palestina Stava manifestando a Trafalgar Square esponendo un cartello con su scritto «Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action».
Quest’anno in concorso al Festival di Cannes ci sono soltanto film lunghissimi Oltre la metà durano più di due ore, ben otto superano le due ore e mezza, ce n'è uno che arriva a tre ore e un quarto.
Il Met Gala starebbe abbassando i prezzi perché con Jeff Bezos e Lauren Sánchez a finanziarlo nessuno ha granché voglia di andarci Dagli iniziali 75 mila dollari per l'ingresso e 350 mila per un tavolo da 10, i prezzi adesso si starebbero abbassando sensibilmente.
Con tutto quello che sta succedendo nel mondo, Donald e Melania Trump stanno impiegando tempo ed energie per litigare con Jimmy Kimmel (di nuovo) Stavolta i Trump si sono arrabbiati per una battuta in cui Kimmel definiva Melania «una vedova in divenire».
Acne Paper ha messo in mostra per la prima volta 70 disegni di René Bouché che ritraggono 70 donne che hanno fatto la storia Tra i ritratti dello storico illustratore di Vogue compaiono i volti di Lee Radziwill, Billie Holiday, Helena Rubinstein e Babe Paley.
Adesso anche TikTok fa la sua classifica dei bestseller Uscirà ogni mese e incrocerà le vendite dei libri con le visualizzazioni che i contenuti dedicati a quel libro ottengono sul social.
Quentin Tarantino ha fatto di tutto per fare il film crossover di Django e Zorro, ha convinto un produttore a finanziarlo ma all’ultimo momento ha detto che lui non ha voglia di dirigerlo Film basato, tra l'altro, su un fumetto scritto dallo stesso Tarantino. Che però, a quanto pare, di tornare sul set non vuole proprio saperne.

Sei falso se indossi cose false?

Il caso dell'influencer coreana che si è dovuta scusare perché indossava imitazioni dei brand di lusso in un reality su Netflix è l'ennesima prova che "fake it until you make it" funziona davvero (fino a quando ti scoprono).

20 Gennaio 2022

Single’s Inferno è la versione coreana di reality come Too Hot To Handle e Love Island. Su Netflix Corea è seguitissima. Qualche giorno fa una delle partecipanti più amate, che proprio grazie allo show ha accumulato 3 milioni di follower, è stata costretta a scusarsi umilmente. Fin qui niente di nuovo, capita spesso che degli influencer si ritrovino costretti a scusarsi umilmente per le ragioni più disparate. Ma il motivo per cui Song Ji-a, conosciuta anche con il soprannome di YouTube Freezia, ha fatto incazzare i suoi fan, è peculiare. O meglio, non lo è. L’influencer ha infatti dovuto condividere le sue scuse su Instagram dopo che gli spettatori di Single’s Inferno hanno notato che un top di Chanel che indossava nel reality era falso. La scoperta ha invitato i fan più appassionati a condurre approfondite indagini sui suoi look: spulciando gli account social della venticinquenne, i fan sono riusciti a riconoscere un sacco di imitazioni di marchi di lusso e hanno iniziato a insultarla nei commenti.

«In primo luogo, mi scuso sinceramente con tutti coloro che sono stati delusi e feriti a causa mia», ha scritto lei in una lettera pubblicata su Instagram. «Alcuni dei commenti fatti sui falsi prodotti firmati che indossavo sui social media e su Single’s Inferno sono veri. Mi dispiace molto», ha aggiunto. «Mi scuso ancora una volta aver violato il copyright sulle creazioni dei designer e il diritto d’autore. Come persona che hai il sogno di lanciare un marchio, rifletterò profondamente. Tutti i contenuti con prodotti falsi sono stati eliminati. Mi scuso anche con i marchi che sono stati danneggiati a causa mia». Su TikTok ci sono state varie reazioni: tra chi pensa che non sia poi questo dramma e che nel mondo succedono cose peggiori e che sia un po’ eccessivo cazziare una povera ragazza per simili motivi, e chi invece l’ha presa molto seriamente.

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Il punto, infatti, è che proprio anche grazie ai suoi look, Song Ji-a è riuscita a passare per una “golden spoon”, il termine usato in Corea per definire chi nasce in una famiglia benestante. Si vantava di vivere al Seoul Forest Trimage, uno dei complessi di appartamenti più invidiabili del Paese e uno dei preferiti dagli idol del K-pop e dalle celebrità. Diceva di aver frequentato una delle migliori scuole della Corea, l’Università di Hanyang. Ma dopo l’esplosione dello scandalo i fan hanno scavato un po’ e hanno scoperto che la venticinquenne era solo una major di danza a Hanyang, forse neanche ricca.

Questa storia arriva a qualche giorno dall’uscita del teaser della serie dedicata alla scammer Anna Delvey (brutto e cringe, purtroppo). Ricorda anche una bellissima opera d’arte dell’artista Amalia Ulmann, Excellences and Perfections, in cui lei si era finta ricca e chic per diversi mesi su Instagram, per poi rivelare che stava soltanto interpretando una parte. Mi ha portato a ripensare anche ad alcuni piccoli aneddoti personali che, proprio come questo, sembrano stupidi, ma nascondono qualcosa su cui ha sempre senso riflettere, ovvero l’importanza di un marchio nel definire non soltanto la nostra personalità, ma anche il nostro ruolo professionale (del rapporto tra moda e lavoro ha scritto Silvia Schirinzi nella sua recensione delle sfilate della moda Uomo di Milano) e il modo in cui il motto “fake it until you make it”, apparentemente efficace, abbia anche un lato oscuro: quando fingi stai nascondendo qualcosa, ti stai vergognando di quello che sei veramente. È anche per questo che molti dei fan di Song Ji-a si sono incazzati, come a dire: non c’è niente di male a essere normale (come noi). Ma, hanno risposto altri, l’influencer avrebbe ottenuto lo stesso successo se non si fosse finta ricchissima? Probabilmente no.

Durante gli anni del liceo circolavo con una 2.55 di Chanel comprata al mercato. Catena argento, pelle sintetica, la indossavo con jeans, maglietta nera, Converse e mi sentivo bellissima. Nella mia mente, la borsa era identica all’originale ma era costata venti euro: che affare. Anni dopo mi sono ritrovata a lavorare come hostess da Chanel e ogni giorno maneggiavo (con i guanti di seta) le 2.55. Mi sono presto accorta che la mia borsa fake non c’entrava niente con quelle originali: non era così simile come credevo, anzi, chiunque vedendomela addosso avrebbe capito subito che era falsa. E così ho ripensato alla spavalderia con cui la indossavo, un’innocenza perduta per sempre, una beata ignoranza che non avrei mai più ritrovato. Disgustata dalla mia ingenuità, la eliminai con grande imbarazzo.

Prima di Natale, durante un aperitivo, ho provato il piumino North Face di un mio collega e mi hanno fatto una foto. Il risultato mi è piaciuto, la giacca era come un’armatura: non ero più una sfigata in pelliccia sintetica Bershka, ma una creativa perfettamente al caldo, una creativa in uniforme, finalmente liberata, grazie al piumino North Face, di ogni altra possibile alternativa di giacca, una liberazione che avrebbe lasciato immenso spazio all’espressione della mia creatività e del mio genio. Essendo impossibile comprare la giacca Retro Nuptse sul sito ufficiale (finite da mesi), ho pensato di andare su Vinted (dove c’è un grave problema di fake, ma io che ne sapevo? Tutte le polo Lacoste che ho ricevuto erano perfette): ne ho trovata una a 200 euro (solo 100 euro in meno di quella vera) e l’ho comprata. Quando è arrivata l’ho provata. Mi stava benissimo. Aveva un odore strano, però. Lo stesso odore che c’è dentro il mercatone cinese Aumai.

Guardando un tutorial su YouTube per riconoscere i North Face falsi, mi sono accorta con immenso imbarazzo che il piumino era fake (avrei potuto capirlo benissimo dalle fotografie, mancava solo la scritta: «questa giacca non è originale»). Ormai avevo accettato l’ordine cliccando come un automa “tutto perfetto” ancor prima di aver aperto il pacco e non potevo più fare il reso. Così in un rabbioso raptus di riscatto ho comprato la giacca originale, comparsa sul sito ufficiale proprio un paio di giorni dopo che avevo ricevuto quella falsa, in concomitanza con l’inizio dei saldi. La giacca è arrivata, l’ho provata: mi stava di merda. O meglio, mi stava molto peggio di quella falsa. Nella foto che mi avevano fatto i miei colleghi ero abbastanza sfocata: non avevo fatto caso a come la giacca mi cadesse addosso, mi ero concentrata sul modo in cui il simbolo North Face illuminava il mio viso, dandogli finalmente un certo tipo di personalità, finalmente omologata, comune, condivisa. Nella realtà, probabilmente anche perché avevo sbagliato taglia, sembravo un uomo con le braccia grosse. Estenuata all’idea di chiedere un cambio, alla fine ho rispedito indietro l’originale e ho tenuto la fake. Ma con che coraggio una persona che si guadagna da vivere come dipendente culturale circolerebbe a Milano con un piumino North Face finto? Lo metterò soltanto quando vado a buttare la spazzatura nel cortile del mio condominio, cercando disperatamente di ricordarmi chi sono davvero.

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