Cultura | Dal numero

Salvatore Scibona e la ricerca dell’identità americana

In vent’anni ha scritto solo due romanzi, l’ultimo, Il volontario, ha l’ampiezza e l’ambizione del Grande Romanzo Americano, con la guerra, l’amore, le saghe famigliari, ma anche con qualcosa di unico.

di Marco Rossari

Salvatore Scibona. Foto di Beowulf Sheehan

«Ci ho messo dieci anni a scrivere il primo e mi sono giurato: con il secondo sarà diverso», ammette, con un briciolo di sconforto, Salvatore Scibona. «E invece eccomi qua, dieci anni dopo». E d’altra parte il motivo è comprensibile. In una delle prime recensioni a Il Volontario (66thand2nd, traduzione di Michele Martino), che segue l’esordio La fine, finalista al National Book Award, è saltata fuori subito l’etichetta di Grande Romanzo Americano. Non tanto per la mole, quanto per l’ampiezza di sguardo e di respiro. Più di cinquant’anni di storia, scenari mutevoli, diversi personaggi che si intrecciano, due guerre e due generazioni a confronto, scene madri e momenti intimisti, Storia e storie che riecheggiano di continuo l’una nelle altre: non è facile prescindere da un paradigma che ormai è diventato d’obbligo e insolitamente specifico. Non è dato Grande Romanzo Cinese o Spagnolo o Lituano, senza scadere nel ridicolo. Anzi, il paradigma sta perfino inglobandone le propaggini secondarie, tanto quanto l’idea stantia di American Dream conteneva già il proprio opposto da incubo.

E quindi il Grande Romanzo Americano forse adesso verrà scritto da chi ha penato per entrare e integrarsi, come i migranti d’origine messicana. È possibile che il motivo risieda proprio nell’identità fluida, multiforme, incoerente eppure allo stesso tempo monolitica per cui nessuno è americano chiunque sia approdato lì da due settimane, trova un lavoro, si rigira il berretto sulla fronte e proclama: «I’m American, too». E poi, forse, vota Trump. Il Grande Romanzo Americano è vuoto e lotta insieme a noi? Scibona in generale rigetta l’idea. «Non esiste un romanzo definitivo di alcunché che non sia il contenuto del libro stesso. Forse alcuni ottimi romanzi sono stati scritti mentre il romanziere era convinto di stare scrivendo qualcosa di definitivo intorno a un luogo o a un’epoca. Forse gli dava coraggio. Forse ci credeva perfino un po’. A me sembra una fantasia egocentrica che può fare solo male. Forse gli scrittori americani sono avvantaggiati, ma ne dubito, dal fatto che gli Stati Uniti sono un’invenzione a tavolino, un’idea resa reale con una serie di parole su un documento».

E così eccoci catapultati su oltre 500 pagine con un incipit formidabile. 2010, aeroporto di Amburgo, un bambino di cinque anni, con un giaccone e un cappello da sci e un paio di jeans, più una manciata di banconote in tasca, compare a un gate, smarrito, in lacrime. Non si capisce da dove sia spuntato, chi l’abbia abbandonato, in quale lingua si esprima. Scibona aveva già cominciato a lavorare al libro da due anni, quando gli è capitata una scena praticamente identica a questa. «Per anni non sono più riuscito a togliermela dalla testa e mi ha fatto ripensare completamente il romanzo, architettando una serie di eventi per arrivare fino a lì». Da lì un salto indietro di decenni che ci riporta alla nascita di Tilly Frade, figlio di contadini, soprannominato Vollie, contrazione di “volontario” perché si offre dapprima di andare in guerra in Vietnam, dove finisce prigioniero in Cambogia per un lungo periodo, e poi sceglie di cambiare identità. «Questa idea per il mio personaggio non è per nulla disperante. Vuole fare esperienza del mondo intorno senza l’interferenza dell’io, della coscienza. Di solito a noi capita in momenti di trascendenza: con l’amore, la devozione religiosa, l’ambiente naturale. Tutte le trappole dell’ego vengono spazzate via e ci sentiamo parte del mondo, non a osservarlo dall’esterno. Perché non vivere tutta la vita così? Qual è il prezzo da pagare? Forse l’idea mi ronzava in testa prima di scrivere, ma io credo che i personaggi facciano scelte proprie, quindi avevo la sensazione che Vollie arrivasse da solo a questa scelta, che anelasse alla libertà in un modo più radicale di quanto io avrei mai saputo fare».

Dopo la guerra, Vollie finirà nelle file di un sistema spionistico e poi a vivere nel deserto con una donna che ha vissuto in una piccola comune hippie, dalla quale – collettivamente – ha avuto un figlio. Da quel figlio si arriverà fino all’aeroporto di Amburgo. Ma tutti, non solo Vollie, si rispecchiano in quel primo mutamento di identità, come se fosse impossibile sostare a lungo in una pelle, in una vita. In parte è appunto l’annosa tendenza di un Paese a proiettare su chi lo abita la propria inafferrabilità e in parte è la voglia di Scibona di giocare con l’io per comunicare la natura sfuggente dell’esistenza, suggellata dall’esergo di Emily Dickinson: «Io sono Nessuno! Tu chi sei? / Sei Nessuno anche tu?». Everyman, Nobodyman: siamo anche questo. «Una persona è un mondo che cammina per il mondo», scrive Scibona. «Ammetto che la parola identità mi fa venire un attacco di claustrofobia. Mi dà fastidio perfino scriverla. Oggi il discorso pubblico negli Stati Uniti ne è ossessionato. Dire “sono me stesso” equivale a dire una cosa verissima e totalmente vacua. Dirlo a ripetizione, come ci hanno costretto i nostri politici, ci impedisce di dire una qualsiasi altra cosa. Ci infiliamo in una di quelle macchine per fasciare i bagagli all’aeroporto e ci trasformiamo in una mummia plastificata. Forse in ogni narrazione americana si trova la ricerca di un qualche tipo di libertà: dai monarchi inglesi, dalla struttura di classe che ti impone un lavoro e un posto nella gerarchia sociale e famigliare. Franklin Roosevelt elencò le quattro libertà che dovremmo avere tutti: libertà d’espressione, libertà di culto, libertà dal bisogno, libertà dalla paura. E poi c’è quella negata: la libertà dalla schiavitù, che proietta una luce diversa sugli ideali americani. Si può scrivere di questo, anche se secondo me la fiction è più ampia della propaganda: un ideale non contiene la complessità dell’esperienza, mentre l’esperienza può contenere un ideale».

Nato a Cleveland, attualmente Salvatore Scibona dirige il Dorothy and Lewis B. Cullman Center for Scholars and Writers della New York Public Library. È uno scrittore meticoloso. Ad attestarlo non c’è solo il tempo trascorso tra un romanzo e l’altro. «Scrivo ogni mattina e faccio ricerche nel pomeriggio. Di solito, se devo parlare di hippy non leggo troppe cose al riguardo: trasformerebbe i personaggi in luoghi comuni. La mia ricerca è più che altro pedante: che tipo di arbusto cresce lungo quel torrente e che odore hanno le foglie? Ogni piccolo fatto ha un suo carisma. La sfida è usare solo una piccola percentuale dei particolari, quella che pertiene alla tua storia e che può irradiarla di senso». Ecco cosa significa nutrire fiducia nella narrazione, pur calcando strade già battute. «È inevitabile che seguendo un personaggio si finisca in territori già battuti, l’altro giorno ero a Barcellona e nella Sagrada Família c’era esposta una frase: “L’originalità consiste nel ritorno alle origini”, volevo applaudire». E ha ragione da vendere. Il Volontario non è un romanzo di guerra, non è un romanzo d’amore, non è una saga famigliare, non è il Grande Romanzo Americano, è un po’ tutte queste cose, ma è unico. Scibona non punta a strafare, ma sem- mai a irretire, a convincere, a delineare la trama come nel grande romanzo ottocentesco per poi incanalarla, muoverla, in una struttura postmoderna novecentesca.

È bravo a raccontare l’idea erotica della guerra («Comunque, vedere una donna svestita, pure se decrepita, te lo faceva venire duro; anche se magari gli era venuto duro perché le aveva puntato la pistola in faccia senza sparare») o l’adattamento all’idea di amore libero («Lei non era sua perché nessuno possiede nessuno, in realtà. Non apparteniamo nemmeno a noi stessi. La bestia che è in noi ci ordina di fare centinaia di azioni aberranti, impossibili. Comprare la terra. Possedere una persona. Domare la bestia significa strapparla a se stessa»). E gli piace raccontare il tempo che ci ha portati fino a qui. «Forse non mi attrae la stabilità del passato, ma la sua ampiezza. In questo momento il presente evanescente sfila a velocità infinita, ma nel corso dei mesi e degli anni potrei tornarci con il pensiero e accrescere quel momento. Puoi descrivere un adolescente che entra in una banca nel 1967 e oggi il lettore o la lettrice avranno un’esperienza molto più ampia del tempo intercorso. Forse quest’idea di distensione del tempo nella mente è una delle cose che più mi hanno attratto dei romanzi. Così un attimo congelato nella narrativa può continuare a emanare senso».

I personaggi di Scibona vagano per la giungla, l’America rurale, il deserto, il Medio Oriente, l’Europa, New York, senza mai trovare vera pace. «Vent’anni fa vivevo a New York e il lavoro mi divorava tutta la giornata. Cercavo di alzarmi alle quattro della mattina con l’idea di scrivere per tre ore prima di attaccare, ma mi ero assuefatto al suono della sveglia. Invece mia madre, che viveva in Ohio, soffriva di insonnia, quindi le chiedevo di telefonare per costringermi ad alzarmi dal letto. E funzionava. Scrivevo in una cupa quiete, nel regno degli spiriti». Forse scrivere equivale sempre a evocare una schiera di fantasmi, ombre volontarie del passato, della guerra e della pace.

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