Cronaca ↓
12:35 venerdì 2 gennaio 2026
Anche quest’anno lo Studio Ghibli ha festeggiato il Capodanno pubblicando un nuovo disegno di Hayao Miyazaki Sui social dello studio è apparso il disegno di Miyazaki che celebra nel 2026 l'anno del cavallo, secondo lo zodiaco cinese.
Secondo le prime ricostruzioni, il rogo di Crans-Montana sarebbe stato causato dalle stelle filanti infilate nelle bottiglie di champagne Una foto mostrerebbe il momento dell’innesco del rogo durante i festeggiamenti di Capodanno, costato la vita a quarantasette persone.
Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner In un commosso editoriale, Scorsese ha individuato nel thriller del 1990 l’apice della filmografia del collega, ricordando la loro amicizia.
Dopo il documentario su Diddy arriverà un documentario sui figli di Diddy che parlando di Diddy Justin e Christian Combs racconteranno il rapporto col padre in una docuserie che uscirà nel 2026 e di cui è già disponibile il trailer.
La crisi climatica sta portando alla velocissima formazione del primo deserto del Brasile La regione del Sertão sta passando da arida a desertica nell'arco di una generazione: un cambiamento potenzialmente irreversibile.
L’episodio di Stranger Things in cui Will fa coming out è diventato quello peggio recensito di tutta la serie E da solo ha abbassato la valutazione di tutta la quinta stagione, nettamente la meno apprezzata dal pubblico, almeno fino a questo punto.
Il progetto europeo di rilanciare i treni notturni sta andando malissimo Uno dei capisaldi del Green Deal europeo sulla mobilità, la rinascita dei treni notturni, si è arenato tra burocrazia infinita e alti costi.
Un’azienda in Svezia dà ai suoi lavoratori un bonus in busta paga da spendere in attività con gli amici per combattere la solitudine Il progetto, che per ora è solo un'iniziativa privata, prevede un’ora al mese di ferie e un bonus di 100 euro per incentivare la socialità.

Roma senza Sordi

A dieci anni dalla scomparsa dell'attore la città ricorda il suo simbolo con una sgangherata mostra tra copioni, costumi e un significativo striscione.

22 Febbraio 2013

Sono passati dieci anni dalla morte di Alberto Sordi e a lui oggi sarebbe piaciuto molto il contesto in cui la sgangherata mostra al Vittoriano romano lo celebra, tra centurioni a truffare turisti sulla scalinata di botticino che guarda piazza Venezia, guardiani sulla cinquantina con improbabili tinture di capelli, che aiutano visitatori disabili stranieri su seggiole elettriche (“aho, che hai torto er freno?”). Si è poi sotto lo stesso Campidoglio dove nel 2000 al suo ottantesimo compleanno il sindaco Francesco Rutelli (immortalato con un perplesso premier Giuliano Amato) lo nominò sindaco per un giorno – anche se nelle foto Sordi ha l’aria un po’ malinconica, sembra un po’ troppo una fanfaronata persino a lui.

Non si sa cosa direbbe oggi di questa Roma e dell’Italia pre-elettorale, lui inventore tra l’altro del detto er più pulito cià la rogna (dal Moralista, 1959), tra aspiranti leader senza laurea e atmosfere alla Tutti dentro, il suo film (1984) forse profetico, con un Ingroia-Di Pietro con capelli però alla De Michelis. Soprattutto non si sa cosa direbbe di questa Roma senza Papa, lui che da cattolico romano ha sempre avuto rapporti devozionali intensi, fino all’incontro con un già malatissimo Wojtyla, il 17 dicembre 2000; a cui ribadì il suo impegno bambino di chierichetto in Santa Maria in Trastevere. Unico attore ad aver avuto funerali quasi pontificali – il 27 febbraio 2003, in San Giovanni in Laterano, celebrati dal cardinal Ruini. Come romanità, gli è sopravvissuto il suo unico alter ego possibile, il senatore a vita Giulio Andreotti, suo ospite di vettura nel Tassinaro, con cui condivideva oltre a un certo cinismo e al riconoscimento di un unico potere possibile, quello d’Oltretevere, la passione per la Roma. «Se nasci nella capitale non puoi non essere romanista»; e «i laziali so quelli di fuori le mura, ce portano le ova fresche e la ricotta e quando arrivano in città alzano la testa e dicono ‘mbo». E sul feretro, esposte sciarpe e maglie, con scritte “all’Ottavo re di Roma” e “Ciao, Albé”.

I funerali, dunque, abbastanza unici: un aereo da turismo sorvola San Giovanni con uno striscione: “Stavorta ciai fatto piagne”. Duecentocinquantamila persone presenti. Prima pagina del Messaggero, con foto gigante e titolo “Ciao!”, e commento in taglio basso di Walter Veltroni (“La grande anima di Roma”). Laziali negletti, oltre che romanisti, giocano col lutto al braccio la domenica successiva. La bara viene portata al Verano, alla tomba di famiglia, dove viene vegliata da alcuni centurioni forse parenti di questi che oggi presidiano abusivi le scalinate del monumento a Vittorio Emanuele. E omaggi per settimane intere alla mitica villa di via Druso, casone da compound diplomatico tra porta Metronia e Caracalla, con piscina e palmizi, oggi sempre con tapparelle abbassate. Tutti i cimeli di questa mostra romana vengono infatti dal casale disegnato dall’architetto Busiri-Vici, inventore del concept rustico-imperiale molto in voga nel Dopoguerra.

Sordi lo compra nel 1958 per ottanta milioni di lire, battendo De Sica, per celebrare l’ormai definitiva ascesa – in quell’anno è stato nominato commendatore della Repubblica dal presidente Gronchi; apparteneva già a Dino Grandi, ministro degli Esteri e poi liquidatore del fascismo. Il casone viene riempito di mobili e tendaggi. A vegliare sugli “aggeggi della prudenza e della demenza domestiche” sordiane, le sorelle, che anche accumulano commoventi album in tela verde e etichette rosse con scritte dorate con tutte le recensioni di tutti i duecento film di Sordi. Poi anche un  toro meccanico, fatto costruire in Baviera, forse dagli eredi degli ingegneri delle macchine di Ludwig; rosso, sta al centro del salone; sembra una grande affettatrice Berkel. Poi, viene spiegato, due De Chirico, molte immagini religiose in camera da letto. Molto Settecento; «Se non fossi stato attore avrei voluto fare l’antiquario». Un tavolo rococò anche per l’ufficio in via Emilia, dietro i fasti della Dolce Vita, dove una solerte segretaria Annunziata valuta copioni, smista telefonate, tiene segreti, forse su imitazione della Enea andreottiana. E poi qui ci sono tanti cimeli, il cappello e gli stivaloni del Vigile (1960), il cappello da poliziotto di Un americano a Roma (1954): e tutti gli abiti e i bozzetti del più romano tra i suoi film: Il marchese del grillo (1981). E uno striscione gigante, al funerale celebrato con telecronaca sommessa da voce di annunciatore Rai-Luce: “Tu sei tu, e noi nun semo un cazzo”.

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