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C2C Festival ha pubblicato il set che Nicolas Jaar ha dedicato a Sergio Ricciardone nella serata finale dell’ultima edizione del festival Un set speciale e segreto che ora, nel giorno dell'anniversario della morte del fondatore, si può ascoltare e scaricare gratuitamente sulla pagina Bandcamp di C2C Festival.
La Spagna ha approvato una legge che garantisce assistenza medica gratuita anche ai migranti senza documenti «L'obiettivo è rispondere a un'ondata di odio ribadendo che la dignità non dipende dal possesso di un visto», ha detto la ministra della Salute Mónica García.
A quasi ottant’anni, Arnold Schwarzenegger tornerà a interpretare Conan il barbaro L'attore ha 78 anni ma è prontissimo a indossare di nuovo i panni del re distruttore, che però nel nuovo film sarà anche re vecchio e stanco.
Il sindacato delle librerie indipendenti francesi ha cacciato Amazon dalla Fiera del libro di Parigi Amazon avrebbe dovuto essere il main sponsor del Festival du Livre de Paris, principale fiera letteraria francese. Il Syndicat de la Librairie Française si è opposto.
A Londra hanno aperto due punti di controllo qualità della droga per prevenire overdose e morti Si trovano a Hackney e Camden, li gestisce l'associazione The Loop, assieme al Comune e alla polizia locale.
Chloë Sevigny e Gillian Anderson hanno sfilato per Miu Miu ricordandoci che gli anni ’90 sono stati bellissimi Lo show, chiamato "Mindful Intimacy", rifletteva sul rapporto tra corpo e abito in un mondo così grande e problematico: un pensiero che, di per sé, è già molto anni '90.
Il brand di Pat McGrath, una della make up artist più famose al mondo, ha dichiarato bancarotta E però ha già trovato nuovi investitori che sosterranno con 30 milioni la ristrutturazione dell'azienda.
Corrado Guzzanti è tornato a interpretare Vulvia di Rieducational Channel in un nuovo programma disponibile su RaiPlay L'occasione è il “talk botanico” La pelle del mondo, un programma dedicato alle piante e alla biosfera condotto dal botanico Stefano Mancuso.

Roma senza Sordi

A dieci anni dalla scomparsa dell'attore la città ricorda il suo simbolo con una sgangherata mostra tra copioni, costumi e un significativo striscione.

22 Febbraio 2013

Sono passati dieci anni dalla morte di Alberto Sordi e a lui oggi sarebbe piaciuto molto il contesto in cui la sgangherata mostra al Vittoriano romano lo celebra, tra centurioni a truffare turisti sulla scalinata di botticino che guarda piazza Venezia, guardiani sulla cinquantina con improbabili tinture di capelli, che aiutano visitatori disabili stranieri su seggiole elettriche (“aho, che hai torto er freno?”). Si è poi sotto lo stesso Campidoglio dove nel 2000 al suo ottantesimo compleanno il sindaco Francesco Rutelli (immortalato con un perplesso premier Giuliano Amato) lo nominò sindaco per un giorno – anche se nelle foto Sordi ha l’aria un po’ malinconica, sembra un po’ troppo una fanfaronata persino a lui.

Non si sa cosa direbbe oggi di questa Roma e dell’Italia pre-elettorale, lui inventore tra l’altro del detto er più pulito cià la rogna (dal Moralista, 1959), tra aspiranti leader senza laurea e atmosfere alla Tutti dentro, il suo film (1984) forse profetico, con un Ingroia-Di Pietro con capelli però alla De Michelis. Soprattutto non si sa cosa direbbe di questa Roma senza Papa, lui che da cattolico romano ha sempre avuto rapporti devozionali intensi, fino all’incontro con un già malatissimo Wojtyla, il 17 dicembre 2000; a cui ribadì il suo impegno bambino di chierichetto in Santa Maria in Trastevere. Unico attore ad aver avuto funerali quasi pontificali – il 27 febbraio 2003, in San Giovanni in Laterano, celebrati dal cardinal Ruini. Come romanità, gli è sopravvissuto il suo unico alter ego possibile, il senatore a vita Giulio Andreotti, suo ospite di vettura nel Tassinaro, con cui condivideva oltre a un certo cinismo e al riconoscimento di un unico potere possibile, quello d’Oltretevere, la passione per la Roma. «Se nasci nella capitale non puoi non essere romanista»; e «i laziali so quelli di fuori le mura, ce portano le ova fresche e la ricotta e quando arrivano in città alzano la testa e dicono ‘mbo». E sul feretro, esposte sciarpe e maglie, con scritte “all’Ottavo re di Roma” e “Ciao, Albé”.

I funerali, dunque, abbastanza unici: un aereo da turismo sorvola San Giovanni con uno striscione: “Stavorta ciai fatto piagne”. Duecentocinquantamila persone presenti. Prima pagina del Messaggero, con foto gigante e titolo “Ciao!”, e commento in taglio basso di Walter Veltroni (“La grande anima di Roma”). Laziali negletti, oltre che romanisti, giocano col lutto al braccio la domenica successiva. La bara viene portata al Verano, alla tomba di famiglia, dove viene vegliata da alcuni centurioni forse parenti di questi che oggi presidiano abusivi le scalinate del monumento a Vittorio Emanuele. E omaggi per settimane intere alla mitica villa di via Druso, casone da compound diplomatico tra porta Metronia e Caracalla, con piscina e palmizi, oggi sempre con tapparelle abbassate. Tutti i cimeli di questa mostra romana vengono infatti dal casale disegnato dall’architetto Busiri-Vici, inventore del concept rustico-imperiale molto in voga nel Dopoguerra.

Sordi lo compra nel 1958 per ottanta milioni di lire, battendo De Sica, per celebrare l’ormai definitiva ascesa – in quell’anno è stato nominato commendatore della Repubblica dal presidente Gronchi; apparteneva già a Dino Grandi, ministro degli Esteri e poi liquidatore del fascismo. Il casone viene riempito di mobili e tendaggi. A vegliare sugli “aggeggi della prudenza e della demenza domestiche” sordiane, le sorelle, che anche accumulano commoventi album in tela verde e etichette rosse con scritte dorate con tutte le recensioni di tutti i duecento film di Sordi. Poi anche un  toro meccanico, fatto costruire in Baviera, forse dagli eredi degli ingegneri delle macchine di Ludwig; rosso, sta al centro del salone; sembra una grande affettatrice Berkel. Poi, viene spiegato, due De Chirico, molte immagini religiose in camera da letto. Molto Settecento; «Se non fossi stato attore avrei voluto fare l’antiquario». Un tavolo rococò anche per l’ufficio in via Emilia, dietro i fasti della Dolce Vita, dove una solerte segretaria Annunziata valuta copioni, smista telefonate, tiene segreti, forse su imitazione della Enea andreottiana. E poi qui ci sono tanti cimeli, il cappello e gli stivaloni del Vigile (1960), il cappello da poliziotto di Un americano a Roma (1954): e tutti gli abiti e i bozzetti del più romano tra i suoi film: Il marchese del grillo (1981). E uno striscione gigante, al funerale celebrato con telecronaca sommessa da voce di annunciatore Rai-Luce: “Tu sei tu, e noi nun semo un cazzo”.

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