Péter Szijjártó ha detto che secondo lui parlare con Sergei Lavrov durante questi riservatissimi incontri rappresenta «l'essenza stessa della diplomazia, una prassi».
L’Onu ha approvato una risoluzione che condanna la schiavitù come «il più grave crimine contro l’umanità», nonostante il voto contrario degli Usa e di Israele e l’astensione dell’Europa
Sia i Paesi che si sono opposti che quelli che si sono astenuti hanno spiegato la decisione dicendo che non è giusto stabilire una "classifica delle atrocità".
Mentre il Palazzo di Vetro si trasforma nel teatro di una nuova, complessa interrogazione sulla memoria, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi come il «più grave crimine contro l’umanità». Guidata dalle pressioni diplomatiche del Ghana, nazione simbolo che oggi rivendica il «diritto al ritorno» per la diaspora africana, l’iniziativa non si limita a una condanna morale, ma apre il campo a una stagione di giustizia riparativa che include scuse formali, risarcimenti economici e la restituzione dei beni culturali sottratti.
Dall’altra parte della barricata, il voto contrario di Stati Uniti, Israele e Argentina – unito all’astensione di massa dei Paesi dell’Unione Europea e a quella del Regno Unito – rivela la profonda resistenza occidentale verso la codificazione, in questo caso legale, della responsabilità storica. La delegazione americana ha contestato con forza quella che a suo dire sarebbe l’istituzione di una «gerarchia dei crimini», definendo la risoluzione come un tentativo di sminuire altre atrocità verificatesi nella storia. Bisogna anche considerare che negli Stati Uniti, soprattutto da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, il dibattito sul passato schiavista del Paese è diventato l’ennesima frattura politica.
Nonostante l’assenza di vincoli giuridici, come scrive Nbc News, la risoluzione segna l’inizio di quello che l’Unione Africana ha battezzato come il «Decennio d’azione per le riparazioni» (2026-2035), spostando l’asse del discorso pubblico dal semplice cordoglio a vere e proprie, concrete iniziative per porre rimedio ai torti della storia. Non si tratta solo di fondi per l’istruzione o per l’imprenditoria dei discendenti delle persone vittime della tratta degli schiavi, ma di una ridefinizione dell’identità globale che passa attraverso i castelli della costa ghanese e le sale dei musei occidentali, chiamati a una restituzione «tempestiva e senza ostacoli» dei reperti trafugati. In questo scenario, la risoluzione agisce come un sismografo: da una parte un mondo che cerca di ricucire i propri strappi ancestrali, dall’altra le vecchie potenze che si arroccano dietro i formalismi del diritto internazionale per evitare di dover fare i conti, letteralmente, con il proprio passato.
Péter Szijjártó ha detto che secondo lui parlare con Sergei Lavrov durante questi riservatissimi incontri rappresenta «l'essenza stessa della diplomazia, una prassi».
Partita in maniera sommessa e discreta, la campagna elettorale è esplosa a ridosso del voto, regalandoci vette altissime di imbarazzo e incredulità. Altissime persino per i notevoli standard italiani.
«Prendetevi 10 o 20 minuti domenicali per fare un salto alle urne, così poi potete andare a guardare una buona serie tv», questo il suo invito.
Ha vinto con il 52 per cento dei voti e non ha perso l'occasione per ribadire che Parigi resterà una città antifascista, accogliente e sostenibile.