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05:31 martedì 18 agosto 2026
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.

Ren Hang e il nudo come simbolo dell’esistenza

Alla Fondazione Sozzani di Milano una mostra dedicata al fotografo cinese morto suicida nel 2017, a 29 anni.

14 Settembre 2020

Quando lo vedi lì, a scherzare con le modelle o col tecnico delle luci, nel docufilm che viene mandato in loop nella sala circondata dai suoi scatti, tutto sembra tranquillo. Il clima è disteso. È difficile cogliere i segnali della depressione che di lì a qualche tempo ne avrebbe causato la morte. A Ren Hang la Fondazione Sozzani di Milano dedica un’intensa personale fino al 29 novembre. Nelle sale dello spazio di corso Como il pubblico galleggia con estrema nonchalance fra i seni e le cosce, fra i piedi e le lingue ritratte dall’ultima stella della fotografia contemporanea. C’è chi si sofferma di fronte a un groviglio di corpi snelli e pallidi e chi davanti al pube di una donna che emerge dall’acqua. Il fotografo cinese è stato uno dei pochi artisti di oggi capaci di rivisitare l’estetica contemporanea a propria immagine e somiglianza, trasformandola in un linguaggio personalissimo e riconoscibile. Una mosca bianca, in un tempo in cui molti scimmiottano (e male) i grandi del passato.

Morto suicida nel 2017, a soli ventinove anni, Ren Hang ha stravolto i codici dell’immagine, un po’ come fece negli anni Settanta Francesca Woodman, anche lei suicida, anche lei giovanissima. «Se la vita è un abisso senza fondo, quando salterò l’interminabile caduta sarà un altro modo di volare», diceva il fotografo. Come se per lasciare un segno indelebile nell’immagine si debba per forza pagare il prezzo più estremo.

Ma chi era Ren Hang? Classe 1987, originario di Changchun, centro di quasi otto milioni di anime nella provincia dello Jilin (che da quelle parti chiamano la “Detroit cinese”), sarebbe dovuto diventare un agente pubblicitario, ma la fotografia lo rapisce non appena sbarca a Pechino. Poco più che diciottenne studia luci, sfondi, inquadrature, autofocus da autodidatta. In parallelo scrive versi dolcissimi che pubblica sul suo blog. Inizia a farsi conoscere negli ambienti underground della capitale. Il primo soggetto che ritrae è il corpo nudo del suo compagno di stanza. Poi arriva la madre, che immortala nella serie “My Mum”, quindi gli amici e successivamente i fan. Tutti vengono sezionati come da un entomologo. Le loro mani, le loro gambe e i loro seni diventano tessere di un gigantesco puzzle in grado di evocare scenari tanto folli quanto poetici, dove il genere delle persone ritratte è pressoché marginale. «L’arte – afferma – è qualcosa di personale, soggettivo. Nasce dalla relazione che hai con te stesso perché è solo col tuo modo di sentire le cose che puoi comunicare qualcosa agli altri».

Dal 2013 in poi espone al Groninger Museum in occasione della collettiva Fuck Off 2 curata da Ai Weiwei, poi al Foam di Amsterdam. Pubblica numerosi libri autoprodotti a bassa tiratura, oggi praticamente introvabili. La sua sembra un’ascesa senza freni. Dopo la morte però tutto si ferma. I suoi lavori scompaiono dai radar delle mostre e delle fiere internazionali. Tutto resta sospeso, congelato. La famiglia, sconvolta, chiede tempo. Un po’ per assorbire il colpo, un po’ per fare il punto su quel tesoro che all’improvviso si ritrova fra le mani. Poi, nel 2019, la svolta con la spettacolare mostra postuma Love, alla Maison de la Photographie di Parigi, Hang torna al centro della scena. La sua prima italiana è di quest’estate: a giugno il Centro Pecci di Prato gli dedica l’esibizione Nudi. Fino alla mostra milanese di questi giorni.

Ren Hang, 2015. Courtesy Stieglitz19 and the Estate of Ren Hang

Ren Hang, 2015. Courtesy Stieglitz19 and the Estate of Ren Hang

Nel suo composito territorio visivo gli estremi si incrociano: il sesso flirta con la gentilezza, l’osceno con la grazia, il sadomasochismo con la malinconia e la morte col desiderio. I capezzoli, tanto odiati da Instagram e Facebook, con lui si trasformano in ciliegie. Mentre le natiche si accostano ad altre natiche e ad altre natiche ancora diventando onde del mare. I nudi si aggrovigliano come macramè creando forme nuove in cui si intravedono piedi, labbra, seni, peli e pubi. Uomini, donne, piante, volatili, rettili, oggetti, ali, orizzonti, incastri, sovrapposizioni: tutto è ritratto con fotocamere digitali a basso costo e flash crudissimi. Tutto è sensuale e al contempo innocente.

Il corpo, maschile o femminile, non è mai solo. Ma viene ritratto con colori saturi, insieme agli oggetti più disparati come piume, sigarette, fiori, specchi; oppure in spazi come bagni asettici, terrazze fatiscenti e tetti di palazzi; o, ancora, in mezzo alla natura come boschi, rocce e greti di fiumi. C’è purezza e inquietudine, ci sono accostamenti surreali e composizioni plastiche, ma c’è soprattutto un’estrema grazia.

Ren Hang è stato (e continua ad essere) portavoce del cosiddetto realismo cinico, movimento artistico nato negli anni Novanta dopo Tian’anmen, che rifiuta, anzi, dalla ridicolizza ogni utopia, ogni ideologia con pretese universali, in favore di una rivalutazione dei valori e delle sensibilità individuali. Tesi queste considerate ovviamente sovversive dal governo cinese che ha sempre osteggiato il lavoro del fotografo di Changchun, secondo cui la nudità mostrata non è altro che la testimonianza dell’esistenza umana. «La gente arriva nuda in questo mondo e io considero che il corpo nudo sia l’aspetto autentico dell’essere umano. Quindi sento la vera esistenza delle persone attraverso i loro corpi nudi».

Nonostante gli arresti, le perquisizioni e le accuse di violare le regole del buoncostume, Ren Hang ha sempre rivendicato la propria apoliticità  («La politica delle mie immagini», ha dichiarato alla rivista Dazed & Confused nel 2015, «non ha niente a che fare con la Cina. È la politica cinese che interferisce con la mia arte»). Ma soprattutto non ha mai cambiato il suo stile. Al contrario lo ha rafforzato, resistendo fino alla fine, continuando a scattare di nascosto, allestendo shooting clandestini, e reclutando modelli e modelle tramite il web. La sua è stata quasi una corsa contro il tempo, come se avesse avuto fin da subito la consapevolezza di non poter compiere il suo cammino fino alla fine. «La vita», ha raccontato poco prima di morire, «non sarà mai quella che vorresti. Proprio come quando vuoi fumare ma non hai sigarette. Quando hai le sigarette non hai l’accendino. Quando hai l’accendino non hai il fuoco. Quando hai il fuoco non vuoi fumare».

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