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Un report dell’Onu dice che in Cisgiordania non ci sono mai stati così tanti atti di violenza dei coloni israeliani Nei primi quattro mesi del 2026 erano già 190 al mese, numeri che porterebbero a superare i duemila attacchi entro la fine dell'anno.
C’è un ragazzo inglese che da 7 anni recensisce panchine su Instagram Il suo profilo si chiama RateThisBench, raccoglie ormai più di 300 recensioni di panchine ed è anche il modo in cui ha conosciuto sua moglie.
L’Agenzia meteorologica giapponese ha avvisato i cittadini dell’imminente arrivo del terremoto più forte di sempre, poi ha cancellato l’avviso e ha detto di essersi sbagliata A quanto pare, si è trattato di un gigantesco errore del sistema di allerta precoce, di solito affidabilissimo e precisissimo.
La Giornata nazionale della meraviglia e la Giornata nazionale del riciclo della carta hanno messo a dura prova la pazienza di Sergio Mattarella Dopo aver firmato una legge che istituisce l'una e l'altra, il Presidente della Repubblica ha invitato la politica a darsi una regolata perché queste giornate stanno «vertiginosamente aumentando».
I matematici di tutto il mondo sono disperati dopo che ChatGPT ha risolto 372 problemi a cui loro lavoravano da anni in tre ore Ora i matematici stanno ancora cercando di capire quanto ci sia di giusto, e cosa voglia dire adesso fare il loro mestiere.
Di tutte le cose incredibili che succedono continuamente sul Monte Bianco, il fatto che la sua altezza aumenti (o diminuisca) ogni anno è la meno incredibile di tutte In questo periodo misura 4.807,47 metri: la sua crescita dipende da fenomeni «estremamente variabili».
Del possibile allarme sanitario in Siberia si sono preoccupati tutti tranne gli abitanti della cittadina siberiana da cui l’allarme è partito L'OMS chiede spiegazioni, Trump ne parla, i giornali di mezzo mondo scrivono di peste. A Irkutsk e a Shelekhov nessuno porta la mascherina e la frase che ripetono tutti è «va tutto bene, è tutto normale»
Nel centenario di Winnie the Pooh, l’Inghilterra sta litigando con l’America perché vuole che le siano restituiti gli orsacchiotti fatti dal creatore di Winnie the Pooh Il libro di A. A. Milne compie cent’anni, ma il pupazzo che lo ha ispirato vive a New York. E una parte dei fan britannici lo rivuole indietro.

E se il reddito universale fosse di destra?

Da Nixon alla Finlandia, la logica di una misura che più che aiutare i poveri sembra mirare allo smantellamento del welfare.

22 Maggio 2017

Alla fine degli anni Sessanta, Donald Rumsfeld era un giovane e promettente politico repubblicano. Richard Nixon lo volle nel gabinetto presidenziale dopo avergli affidato un incarico delicato: supervisionare il New York Jersey graduated income work experiment, un programma pubblico che per 24 mesi garantì a 8.500 cittadini poveri un assegno da 1.600 dollari l’anno (circa 10 mila di oggi), senza condizioni. L’obiettivo era estendere la misura anche a tutti gli altri Stati americani, ma il piano fu affondato dal Senato.

Può stupire che il primo presidente della storia degli Stati Uniti a proporre l’introduzione di un reddito universale sia stato un Repubblicano, e che a lavorare con lui al progetto ci fossero Rumsfeld e l’allora 28enne Dick Cheney, diventati nei decenni successivi pezzi grossi della destra americana (rispettivamente ministro della Difesa e vicepresidente dell’amministrazione di George W.Bush). Eppure, nonostante nel corso del Novecento il basic income sia stato proposto soprattutto da progressisti e socialdemocratici – il candidato socialista francese, Benoit Hamon, ne ha fatto un pilastro della sua ultima campagna elettorale per le primarie, poi perse – l’idea affonda le radici anche in quello che nella cultura anglosassone viene definito il pensiero libertarian.

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Milton Friedman, con George Stigler il massimo esponente della scuola di Chicago, nel libro Capitalism and Freedom del 1962 descriveva l’applicazione di un negative tax income (un’imposta negativa sul reddito), per tutti e senza condizioni come il modo migliore per ridurre il potere dello Stato e ripristinare la libertà di scelta dei cittadini. Non sarebbe stato più il governo a decidere come e dove investire i soldi della spesa sociale, ma l’individuo. La libertà di scelta del singolo, principio caro anche a un altro padre del pensiero liberale, l’economista Friedrich August von Hayek, avrebbe consentito alla persona di disporre del proprio denaro, decidendo di spostare le sue risorse su mercati più competitivi, di investire in formazione o magari di tentare il rischio di impresa. È l’idea di un welfare market friendly, amico del mercato e con l’uomo al centro, al posto di una welfare gestito dallo Stato con un atteggiamento paternalistico e coercitivo che non fa che alimentare costose burocrazie statali.

In Finlandia, lo scorso anno, è stato il governo di centrodestra ad avviare la più grande sperimentazione di reddito universale in un Paese europeo: per 24 mesi 2 mila persone riceveranno 850 euro al mese, rinunciando a tutte le altre forme di welfare, e non dovranno né seguire programmai speciali per l’occupazione né rispettare altre condizioni. Potranno scegliere, insomma, se spendere questi soldi in vestiti o in attività più produttive. Gli effetti sono ancora da studiare, ma per molti analisti una tale misura, se estesa a tutti, comporterebbe una forte riduzione dello Stato sociale, se non la sua scomparsa.

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Robert Greenstein, economista americano del Center on Budget and Policy Priorities, ha calcolato in più di 3 trilioni l’anno il costo dello universal basic income, se a tutti gli americani fossero dati 10 mila dollari in 12 mesi. Equivale a dire più di tre quarti dell’intero budget federale e quasi il 100% della raccolta fiscale del governo. Greenstein sostiene che una riforma di questo genere significherebbe la fine di quasi tutti i programmi federali di sostegno ai più indigenti: dal Medicare agli assegni per la casa, dai piani di avviamento al lavoro a quelli per la cura dei bambini poveri alla Social security. Per finanziarlo, inoltre, bisognerebbe agire sulla tassazione, con il risultato di aumentare ancora di più le diseguaglianze.

Nella Silicon Valley, patria del capitale innovativo, l’idea del reddito universale piace invece moltissimo. Numerosi imprenditori e venture capitalist si sono espressi a favore, e alcune società private della Valle, come Y Combinator e GiveDirectly che ha un programma in via di sperimentazione in Kenya, ne stanno testando l’efficacia. Il ragionamento è semplice: l’automazione e l’intelligenza artificiale ridurranno la quantità di lavoro a disposizione degli uomini, abbassando ancora i salari, e ci saranno sempre meno occupati e più diseguaglianze. Il reddito universale servirà dunque al riequilibrio sociale ed economico. Questa impostazione è stata criticata da diversi economisti e intellettuali progressisti perché giustificherebbe l’esistenza di monopoli e di una ricchezza sempre più concentrata nelle mani di chi possiede software e tecnologie. «Se credi che la ricchezza sia essenzialmente un prodotto privato, generata cioè da individui, allora questo ragionamento ha senso», ha scritto Ben Turnoff, esperto di economia digitale in un intervento sul Guardian. «Ma nelle economie contemporanee, la ricchezza viene prodotta dalla società nel suo insieme – e in nessun altro ambito ciò è più evidente come nel caso dell’industria tecnologica».

Se i robot arriveranno presto a rubarci il lavoro, insomma, sarà perché tutti noi abbiamo fornito le tasse, l’attenzione e i dati che hanno permesso alle società high-tech di costruirli. Il reddito universale non sarebbe perciò una misura contro la povertà, ma la sua continuazione con altri mezzi.

Foto Getty Images.
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