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21:07 lunedì 17 agosto 2026
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La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
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Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
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E se il reddito universale fosse di destra?

Da Nixon alla Finlandia, la logica di una misura che più che aiutare i poveri sembra mirare allo smantellamento del welfare.

22 Maggio 2017

Alla fine degli anni Sessanta, Donald Rumsfeld era un giovane e promettente politico repubblicano. Richard Nixon lo volle nel gabinetto presidenziale dopo avergli affidato un incarico delicato: supervisionare il New York Jersey graduated income work experiment, un programma pubblico che per 24 mesi garantì a 8.500 cittadini poveri un assegno da 1.600 dollari l’anno (circa 10 mila di oggi), senza condizioni. L’obiettivo era estendere la misura anche a tutti gli altri Stati americani, ma il piano fu affondato dal Senato.

Può stupire che il primo presidente della storia degli Stati Uniti a proporre l’introduzione di un reddito universale sia stato un Repubblicano, e che a lavorare con lui al progetto ci fossero Rumsfeld e l’allora 28enne Dick Cheney, diventati nei decenni successivi pezzi grossi della destra americana (rispettivamente ministro della Difesa e vicepresidente dell’amministrazione di George W.Bush). Eppure, nonostante nel corso del Novecento il basic income sia stato proposto soprattutto da progressisti e socialdemocratici – il candidato socialista francese, Benoit Hamon, ne ha fatto un pilastro della sua ultima campagna elettorale per le primarie, poi perse – l’idea affonda le radici anche in quello che nella cultura anglosassone viene definito il pensiero libertarian.

This file photo shows former US President Richard

Milton Friedman, con George Stigler il massimo esponente della scuola di Chicago, nel libro Capitalism and Freedom del 1962 descriveva l’applicazione di un negative tax income (un’imposta negativa sul reddito), per tutti e senza condizioni come il modo migliore per ridurre il potere dello Stato e ripristinare la libertà di scelta dei cittadini. Non sarebbe stato più il governo a decidere come e dove investire i soldi della spesa sociale, ma l’individuo. La libertà di scelta del singolo, principio caro anche a un altro padre del pensiero liberale, l’economista Friedrich August von Hayek, avrebbe consentito alla persona di disporre del proprio denaro, decidendo di spostare le sue risorse su mercati più competitivi, di investire in formazione o magari di tentare il rischio di impresa. È l’idea di un welfare market friendly, amico del mercato e con l’uomo al centro, al posto di una welfare gestito dallo Stato con un atteggiamento paternalistico e coercitivo che non fa che alimentare costose burocrazie statali.

In Finlandia, lo scorso anno, è stato il governo di centrodestra ad avviare la più grande sperimentazione di reddito universale in un Paese europeo: per 24 mesi 2 mila persone riceveranno 850 euro al mese, rinunciando a tutte le altre forme di welfare, e non dovranno né seguire programmai speciali per l’occupazione né rispettare altre condizioni. Potranno scegliere, insomma, se spendere questi soldi in vestiti o in attività più produttive. Gli effetti sono ancora da studiare, ma per molti analisti una tale misura, se estesa a tutti, comporterebbe una forte riduzione dello Stato sociale, se non la sua scomparsa.

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Robert Greenstein, economista americano del Center on Budget and Policy Priorities, ha calcolato in più di 3 trilioni l’anno il costo dello universal basic income, se a tutti gli americani fossero dati 10 mila dollari in 12 mesi. Equivale a dire più di tre quarti dell’intero budget federale e quasi il 100% della raccolta fiscale del governo. Greenstein sostiene che una riforma di questo genere significherebbe la fine di quasi tutti i programmi federali di sostegno ai più indigenti: dal Medicare agli assegni per la casa, dai piani di avviamento al lavoro a quelli per la cura dei bambini poveri alla Social security. Per finanziarlo, inoltre, bisognerebbe agire sulla tassazione, con il risultato di aumentare ancora di più le diseguaglianze.

Nella Silicon Valley, patria del capitale innovativo, l’idea del reddito universale piace invece moltissimo. Numerosi imprenditori e venture capitalist si sono espressi a favore, e alcune società private della Valle, come Y Combinator e GiveDirectly che ha un programma in via di sperimentazione in Kenya, ne stanno testando l’efficacia. Il ragionamento è semplice: l’automazione e l’intelligenza artificiale ridurranno la quantità di lavoro a disposizione degli uomini, abbassando ancora i salari, e ci saranno sempre meno occupati e più diseguaglianze. Il reddito universale servirà dunque al riequilibrio sociale ed economico. Questa impostazione è stata criticata da diversi economisti e intellettuali progressisti perché giustificherebbe l’esistenza di monopoli e di una ricchezza sempre più concentrata nelle mani di chi possiede software e tecnologie. «Se credi che la ricchezza sia essenzialmente un prodotto privato, generata cioè da individui, allora questo ragionamento ha senso», ha scritto Ben Turnoff, esperto di economia digitale in un intervento sul Guardian. «Ma nelle economie contemporanee, la ricchezza viene prodotta dalla società nel suo insieme – e in nessun altro ambito ciò è più evidente come nel caso dell’industria tecnologica».

Se i robot arriveranno presto a rubarci il lavoro, insomma, sarà perché tutti noi abbiamo fornito le tasse, l’attenzione e i dati che hanno permesso alle società high-tech di costruirli. Il reddito universale non sarebbe perciò una misura contro la povertà, ma la sua continuazione con altri mezzi.

Foto Getty Images.
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