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Raddrizzare il mondo

Trentacinque anni fa Stuart McArthur provò a cambiare il mondo mettendo il sud in alto nelle mappe. Non funzionò – ma quando abbiamo deciso di dare un "verso" al nostro pianeta?

21 Febbraio 2014

Come ogni altro sferoide leggermente schiacciato ai poli e sospeso nello spazio, la Terra non ha un dritto e un rovescio. Tentare di trovarlo è come pretendere di trovare il giusto verso a un Tango un po’ sgonfio. Non è quindi un caso che ogni tentativo di mettere la Terra su carta – o su mappamondo – finisca per avere enormi ripercussioni culturali e politiche: d’un tratto, una parte della sfera andrà in alto, oppure al centro, mentre un’altra parte sarà sistemata di sotto, resa subalterna da un segno di matita.

Oggi siamo abituati a immaginare un mondo pressoché Europa-centrico in cui l’Africa occupa la parte centro-meridionale del mondo mentre Oceania e Sud America si dividono gli angoli in basso a destra e sinistra. Questo è il nostro mondo, oggi. Ma non è davvero così. Ad esempio, il Polo Sud è molto fotogenico, starebbe benissimo al centro di qualsiasi mappa.

Eppure no, non è mai successo: la storia della cartografia è fatta di studi, rilievi e scelte. Noi (gli europei) abbiamo scelto di posizionare il nord in alto, sopra a tutto il resto: gli altri in basso o negli angoli. Ma le cose potevano andare in modo diverso.

Il 26 gennaio 1979 Stuart McArthur provò a cambiare il mondo. Letteralmente. Provò a rovesciarlo come un calzino. McArthur, australiano, disegnò una mappa in cui il suo Paese, l’ultimo a essere comparso nelle carte occidentali, occupa il centro del quadro, spingendo l’Europa in un angusto spazio, schiacciata, minuscola com’è, tra l’Africa e le Americhe. L’opera, McArthur’s Universal Corrective Map of the World, è – perdonate il gioco di parole – disorientante: costringe il vecchio continente a indossare per pochi secondi i panni del resto del mondo, a guardarsi in uno specchio deformante o, peggio, spietatamente sincero: siamo piccoli, brutti e storti. Proprio come tutti gli altri.

Sono passati 35 anni dalla creazione della mappa di McArthur. Il mondo è cambiato, certo, ma è rimasto pressoché immobile, almeno da un punto di vista: Il nord è rimasto in alto e il sud in basso. Ma come abbiamo deciso questa bizzarra disposizione? C’è qualcuno che l’ha fatto? La risposta finale potrebbe stupirvi: è successo un po’ per caso.

Secondo Erodoto l’Antico Egitto era «dono del Nilo». E gli antichi Egizi lo sapevano bene, tanto che disegnarono mappe mantenendo il sud in alto, mettendo al centro di tutto il loro regno, che si sviluppò attorno al fiume. L’Egitto “a testa in giù” (secondo il nostro punto di vista) diventava la migliore rappresentazione su carta del regno dei Faraoni: iniziava in alto con il Centroafrica e finiva in basso con il delta Nilo, cuore pulsante della civiltà.

Con l’avvento dei romani le cose cambiarono almeno un po’: il cartografo Pomponio Mela, autore di De situ orbis (43 d.C.), il più grande trattato latino sull’argomento, divise il mondo in cinque zone (alcune delle quali inabitabili) e produsse mappe molto varie ma perlopiù orientate verso est – metodo che i Romani “rubarono” agli Etruschi (pdf).

Ma è il Medioevo il momento d’oro delle orientamento ad est, il metodo ideale per un allineamento ideale al sole e il suo movimento dall’alba al tramonto. Il ruolo centrale dell’oriente, per secoli in cima a qualsiasi mappa, finì per influenzare il nostro rapporto con le mappe, trasformando il punto di riferimento in verbo: orientarsi (ovvero: mettersi a est, allinearsi a est).

L’enorme potere suggestivo dell’est ebbe ripercussione anche nel Cristianesimo e ispirò una commistione tra cartografia e religione: verso la fine del Medioevo si diffusero carte in cui la rivelazione cartografa si univa al mistico. C’erano regioni, laghi, fiumi e città ma anche figure e “luoghi” religiosi. Ebstorf mappamundi è un’antica mappa sassone del XIII che, ad est (in alto), mostra Gesù Cristo e l’Eden – oltre che dei raccoglitori di seta a rappresentare la Cina.

Il mondo arabo rimase invece fedele all’orientamento a sud, creando mappe in cui la parte inesplorata dell’Africa – quella che oggi chiameremo centro-meridionale, diciamo – domina il quadro, lasciando al Mediterraneo e al Medioriente, il mondo conosciuto, la parte inferiore e più dettagliata del mondo. Non fu una scelta casuale, ovviamente: grazie a questa angolazione l’Africa sahariana e la penisola arabica (il cuore dell’Islam) finivano al centro di tutte le mappe (e quindi del mondo).

L’epoca delle esplorazioni navali produsse esigenze nuove e diverse. Divenne necessario potersi orientare con facilità in luoghi anche esotici e servivano nuove rotte e informazioni. I primi portolani, piccoli manuali per la navigazione di mari e porti basati sull’esperienza e i racconti di altri navigatori, risalgono al XII secolo e nascono in Italia: contenevano rotte, segnalavano eventuali pericoli e davano dritte ai marinai. Erano delle Lonely Planet ante litteram e vernacolari che si diffusero presto in tutta Spagna e in tutta Europa. Queste mappe, pensate per essere “universali”, non avevano un dritto e un rovescio ma erano dotate di una stella dei venti a fare da riferimento generale. Furono i cartografi italiani a scegliere di decorarle con uno stile particolare che distingueva il nord dagli altri punti cardinali.

I marinai conoscevano già la funzione orientante della Stella Polare e avevano ormai preso familiarità con la bussola, che indicava il polo nord magnetico. In questo contesto, i portolani contribuirono a trasformare il nord nel segno cardinale – una piccola rivoluzione che dal Mediterraneo divampò in tutto il mondo. A proposito di bussola è però vero quel che scrive Nick Danforth su al Jazeera America: il suo ago «può indicare anche il sud, dato che […] si allinea semplicemente con il campo magnetico della Terra». I Cinesi, per esempio, avevano bussole e altri aggeggi (come il carro-bussola) che indicavano proprio il meridione. In Europa invece andò diversamente. Perché? Oltre a quanto detto, a influire sulla scelta, fu un certo eurocentrismo dei soggetti in gioco, per i quali un mondo così orientato li poneva in primo piano, rendendoli padroni nella realtà e su carta, quasi per mandato divino. Gli arabi avevano fatto una scelta simile per lo stesso motivo, così come i cinesi. Grazie al colonialismo di Americhe, Africa e Asia fu però il modello europeo nord-centrico a imporsi.

Un recente studio pubblicato dalla rivista Psycological Science ha dimostrato che i ricordi spaziali degli ambienti a noi più familiari (per esempio, la nostra città natale) si basano su un orientamento “spontaneo” verso nord, che si conferma quindi un istinto acquisito.

Quando nel 1972 l’Apollo 17 scattò una fotografia della Terra da oltre 45 mila chilometri di distanza, l’immagine originale mostrava la Terra così com’è: sola, bellissima e indifesa tra il nulla. Fu però leggermente modificata prima di essere resa pubblica. Lo scatto ritraeva infatti la Terra in posa naturale, “a testa in giù”, ovvero con il sud del mondo in alto.

Poteva andarci bene? No, per niente. Non solo l’Africa occupava gran parte della scena – nemmeno un cenno a Europa e Usa? – ma anche perché rappresentava l’opposto della nostra idea di mondo. La foto fu quindi girata di 180° e divenne uno degli scatti più noti del nostro pianeta, il famoso “Blue Marble“, la biglia blu.

Forse è anche per questo che l’orientamento, qualsiasi tipo di orientamento, è così importante. Non è solo questione di egocentrismo occidentale né l’ovvia utilità nella navigazione. Sembra essere una risposta alla paura di vederci senza un verso e una direzione, mentre rotoliamo incontrollati nello spazio.

Così va già meglio, no?

Immagini: McArthur’s Universal Corrective Map of the World di Stuart McArthur, 1979; immagine del Polo Sud terrestre (via); una delle mappe del mondo orientato a sud di Pomponio Mela (via); una mappa del mondo orientato a est di Pietro Vesconte, circa 1320 (via); Ebstorf mappamundi, opera del XIII secolo realizzata in Sassonia (via); una mappa del cartografo arabo Al Idrisi, XI secolo (via); un portolano italiano del XIV secolo, probabilmente genovese (via); il “Blue Marble”, prima e dopo.

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