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Helen Mirren ha esordito come testimonial di Stella McCartney facendo una “cover” di Come Together dei Beatles In realtà si tratta di un bis: Mirren quel testo lo aveva già enunciato alla sfilata di Stella McCartney per la primavera/estate 2026.
Uno studio ha dimostrato che interessarsi all’arte e alla cultura rallenta l’invecchiamento e migliora la salute Addirittura più dell'esercizio fisico: dedicarsi alle arti almeno una volta alla settimana riduce l'invecchiamento biologico di un anno.
L’invasione dei pavoni di Punta Marina è diventata una notizia di portata internazionale È stata ripresa nientemeno che da Ap News, cioè da Associated Press, con un video pubblicato sul loro sito.
È in lavorazione un film sulla storia di C’era una volta in America di Sergio Leone «È la storia di un uomo che ci ha messo 15 anni a fare un film e che finché non ci è riuscito non ha fatto nient'altro. Tutto raccontato con l'ironia di mio padre», ha detto Raffaella Leone, figlia di Sergio e produttrice del film.
L’Unione europea ha finalmente approvato delle sanzioni contro i coloni israeliani Le sanzioni prevedono il congelamento dei beni e il divieto di viaggio. Sono state approvate grazie alla rimozione del veto fin qui imposto dall'Ungheria.
È uscito il primo trailer di Tony, “l’antibiopic” che racconta un anno della vita di Anthony Bourdain prima che diventasse Anthony Bourdain Il film, prodotto da A24, è ambientato nell'estate del 1975 a Provincetown (Massachusetts), in un momento che si rivelò formativo per il futuro chef.
La comunità scientifica continua a dire che sta arrivando un evento climatico catastrofico ma nessuno le dà ascolto né fa niente Si chiama El Niño, è un innalzamento della temperatura dell'oceano e potrebbe avere conseguenze apocalittiche in tutto il mondo.
Ci sono Alice Rohrwacher e Josh O’Connor che presentano La chimera in una biblioteca di Stromboli E ha rivelato che all'inizio il film lei avrebbe voluto girarlo proprio a Stromboli, ma fu costretta a ripensarci per questioni di tempi e di logistica.

Avevamo davvero bisogno di Quibi?

La nuova app di streaming offre contenuti di pochi minuti, da guardare sullo smartphone mentre aspettiamo o camminiamo.

14 Aprile 2020

Ci sorprendiamo a riguardare le foto nel nostro telefono. Abbiamo tempo di farlo, decidiamo di dissezionarle una alla volta per decidere quale eliminare definitivamente. Per fare spazio, vagliamo le migliori avanzando in quella confusione da intossicazione fotografica che ha permeato i mesi scorsi. Con le quattordici istantanee dello stesso tramonto, della finestra con le lenzuola stese, del cane, di noi con il cane, dell’ombra del vaso di fiori sul muro di casa perché non volevamo perderci nemmeno un momento. Abbiamo fotografato tanto, troppo. Questo lo sappiamo già, ma forse iniziamo a renderci conto anche di aver visto troppo. E di questo forse ce ne rendiamo conto ora che un nuovo servizio di streaming, Quibi, viene  lanciato sia in Italia che all’estero, presentato come il metodo ideale per riempire gli spazi lasciati a loro stessi – i momenti d’attesa – essendo disponibile solo per smartphone e offrendo contenuti composti da episodi non superiori ai 10 minuti.

Quibi, da “quick bites”, morsi veloci, da guardare gratuitamente per un periodo di prova di 90 giorni. All’avvio dell’applicazione, i programmi (serie tv, documentari, brevi pillole di informazione) vengono mostrati come fossero una lista di post, come se Quibi fosse più un social network da consultare qualche volta, invece che un servizio di streaming. Tanto che anche le funzioni sono essenziali, sintetizzando tutte quelle categorie con cui Netflix ha viziato i propri abbonati – genere, acclamati dalla critica, top 10, indipendenti – semplicemente cliccando l’unica funzione: cerca. Una piattaforma ancora agli inizi, che nella sua estremizzazione della non linearità televisiva, con serie tv di cui escono nuovi episodi ogni giorno, è fatta per essere utilizzata in qualsiasi momento. Non a caso, grazie alla modalità chiamata “Turnstyle”, Quibi può essere fruita in orizzontale e in verticale (una capacità ottenuta scaricando due file, uno adatto alla visione panoramica e l’altro a quella ritratto, in modo da cambiare rapidamente il file visualizzato a seconda dell’orientamento del telefono).

«Il nostro obiettivo è quello di fornire qualcosa di veloce, che non annoi l’utente, da consultare soprattutto fuori dalla propria abitazione, magari sulla metropolitana o alla fermata dei taxi», aveva spiegato uno degli ideatori, il cofondatore di DreamWorks Jeffrey Katzenberg, che insieme a Meg Whitman (per due anni alla guida di Ebay) ha investito 1 miliardo di dollari per scoprire se le persone siano disposte a pagare 5,99 euro o 8,99 euro (senza pubblicità) per un intrattenimento veloce, di 7 o 8 minuti. La «terza generazione di narrativa cinematografica», aveva continuato, «l’incontro di qualità e rapidità, da vedere anche camminando». Ed è a questo proposito che si è generato il dibattito, tra quanti ritengono che la più grande sfortuna della piattaforma sia quella di essere arrivata durante il lockdown da Coronavirus, che forzando le persone a rimanere a casa (e quindi ad annoiarsi guardando schermi più grandi), ha vanificato il potenziale delle serie di Quibi, pensate in piccolo, e chi al contrario pensa sia il momento adatto per sfruttarne la “comodità portatile”, usandola in fila per comprare il giornale, le cassette dell’acqua, le scorte di lievito.

L’ex modella e moglie di John Legend, Chrissy Teigen, durante “Chrissy’s Court, una sorta di “Forum” ma in versione americana

Dopo aver passato una giornata esaminando i titoli offerti – che per ora sono 50, in lingua e con sottotitoli solo in inglese o spagnolo, appositamente creati per la piattaforma che ha in programma di lanciare 175 show originali entro la fine dell’anno – l’impressione che si ottiene è quel certo tipo di esaurimento profondo dell’anima, di quando alle medie rimanevamo a casa da scuola per la febbre trascorrendo le ore nel letto a consumare tutto quello che andava in onda. Indigestione di contenuti. «Quibi offre una terra desolata e desolante, disseminata da tutti quei rifiuti da cui milioni di telespettatori hanno provato a fuggire negli ultimi due decenni», ha scritto l’Atlantic. Come Punk’d, una vecchia serie di Mtv che la piattaforma ha recuperato; o Shape of Pasta, in cui uno chef americano attraversa l’Italia indagando sulle oscure alternative ai fusilli con uno strano timore reverenziale, «lei mi sta dicendo che questi si chiamano agnolotti?». Poi Christoph Waltz, che è costretto a recitare in coppia con Liam Hemsworth in Most Dangerous Game; la moglie di John Legend, Chrissy Teigen, che ha praticamente trasferito Forum sui nostri smartphone, o un programma in cui alcuni chef devono cucinare con gli ingredienti che hanno riconosciuto dopo che un cannone glieli ha sparati in faccia in formato liquido.

Tutto sembra una parodia, emulazione di qualcosa che si può trovare altrove. Costringendo le storie a rimanere in uno spazio troppo piccolo e producendo un senso di frustrazione, dovuto a un (obbligato) mancato approfondimento. Lontano dallo storytelling di altri prodotti per i quali è stata proprio la brevità a decretarne il successo – The End of the F***ing World, Everything Sucks! – se qualcosa davvero è memorabile, lo è nell’esagerazione dei suoi aspetti più morbosi, sesso, morte, sangue, violenza. Come Murder House Flip, che intreccia true crime e rinnovamento domestico. O come When the Streetlights Go On (che al momento è lo show migliore su Quibi, non a caso incluso nella lista dei migliori copioni di Hollywood non ancora prodotti), una serie pensata come un lungometraggio a puntate ambientato negli anni ’90 intorno all’omicidio di una studentessa. Anche se i personaggi non li riesci mai ad afferrare veramente. Anche se a uno dei protagonisti hanno sistemato le sopracciglia con la pinzetta per farlo assomigliare a Chalamet.

Riempire, guardare tutto, essere sempre performanti anche quando torneremo ad aspettare la metropolitana. Horror vacui. «Nonostante appaia come il tentativo di restaurare il sistema della serialità televisiva, e nonostante alcuni aspetti siano molto positivi», quale per esempio la funzione per consumare meno dati durante la visione di un programma, «il rischio è che tutto ciò porterà il nostro sguardo ancora più in basso, verso il nostro cellulare. Guarderemo una puntata, poi Instagram, poi le mail e una puntata ancora, perdendoci tutti quei momenti che adesso sono arrivati a mancarci», ha scritto l’Atlantic. E proprio per questo magari non succederà. Perché dopo questi mesi forse saremo stanchi di guardare la vita attraverso gli schermi, ci farà male il collo. E vorremo solo, letteralmente, guardare avanti.

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