Esteri ↓
09:34 martedì 13 gennaio 2026
L’app più scaricata in Cina serve ad avvisare i tuoi parenti se sei morto Si-le-ma ("Sei morto?) usa un sistema di check-in giornaliero per rassicurare i Gen Z cinesi che vivono da soli e temono di morire senza che nessuno se ne accorga.
Se esistesse un Golden Globe al Miglior meme, quest’anno l’avrebbe stravinto Leonardo DiCaprio L'attore non ha vinto il premio come Miglior attore protagonista, ma è stato senza dubbio il personaggio più commentato, screenshotato e memizzato della serata.
Il regime iraniano ha inventato un nuovo strumento di censura pur di impedire ai manifestanti di accedere a internet con Starlink Secondo gli esperti di cybersecurity, un simile livello di oscuramento delle comunicazioni, e di internet in particolare, ha pochissimi precedenti nella storia.
Lo “Zanardi equestre” di Andrea Pazienza è diventato un caso giudiziario perché era stato buttato nell’immondizia e adesso non si sa a chi appartenga Da una parte c'è l'uomo che lo ha recuperato dalla discarica e restaurato, dall'altra il Comune che l'opera l'ha pagata.
La maggior parte dei visti per artisti e scienziati stranieri negli Stati Uniti sta andando a influencer e onlyfanser Più della metà dei visti riservati alle «persone che eccellono nel campo delle arti» va a a persone che di mestiere creano "contenuti" per i social.
L’unico film corto mai realizzato da Béla Tarr si può vedere gratuitamente online Si chiama Prologue, fa parte di Visions of Europe, un film collettivo del 2004 composto da 25 cortometraggi, e dura poco più di 5 minuti.
Per impedire ai manifestanti di organizzare altre proteste, il regime iraniano ha spento completamente internet in tutto il Paese Tra giovedì 8 e venerdì 9 gennaio, il traffico internet in Iran si è azzerato. Letteralmente. Il regime spera così di rendere più difficile l'organizzazione di nuove proteste.
X è diventato il sito che produce e pubblica più deepfake pornografici di tutta internet Grazie soprattutto all'AI Grok, che ogni ora sforna circa 7 mila immagini porno, usando anche foto di persone vere, senza il loro consenso.

Meme a forma di pizza che diventano realtà

La Pizzeria U' Memeriell, un profilo Instagram di pizze assurde, si trasforma in questi giorni a Venezia in un'installazione artistica: ne abbiamo parlato con il suo misterioso creatore.

20 Aprile 2022

La primissima pizza-meme è del settembre 2018, siamo in pieno governo gialloverde, lo spread si alza per la paura dell’Europa, per le dichiarazioni di costante campagna elettorale e per le incompetenze dei diversi parvenu del nuovo Parlamento. Da subito, il primo post, è un accostamento molto giudizioso, ovvero: pizza e buoni del tesoro. Il profilo Instagram ha un nome che fa ridere per quanto è scemo e macchiettistico e, sembra, auto-ironico: Pizzeria U’ Memeriell’. Poi il pizzaiolo-memer dev’essersi reso conto che poteva esserci troppa attualità politica in quell’esordio, e troppo poco surrealismo, e iniziano le sperimentazioni diventate il marchio di fabbrica: pistoni e kebab; youtuber e bottiglie. A volte uno sfondo neutro, a volte un paesaggio marittimo, a volte pattern dal profumo vaporwave. Al centro non c’è mai la stessa pizza, ma ogni volta una base diversa. Dettagli curatissimi, ingredienti scontornati con cura. A marzo 2019 un’anticipazione del futuro, per dare spazio anche a una ventata di complottismo: prosciutto e vaccini. È passato un anno. Per tutto il primo lockdown, dal marzo 2020 a giugno, non un post: la pizzeria rimane chiusa come tutte quelle reali. Primo clash tra realtà e metaverso. Anzi, memeverso.

Si riapre in estate. Pomodori microchip e un cellulare. Solo pizze, nessuna spiegazione. Aumenta la complessità, ti sforzi di trovare un senso, forse con più layer sovrapposti tutto si chiarirà, pensi, i fili si tenderanno. Cappelli e mani emoji. Internet stessa entra sempre di più negli impasti. Rosmarino e vocali. Prosciutto e rimpianti – con la faccia triste di Keke the frog. Salsiccia e spunte blu. Funghi e memempsicosi. Dittonghi e bufala. Capisci che la pizzeria non è a Napoli perché tutti i tuoi amici di Napoli ti hanno spiegato che la bufala a Napoli non si mette sulla pizza. Sempre più complesso: funghi e frasi polemiche; bufala e cose che assomigliano incredibilmente a Damiano dei Maneskin; arrivano altri layer: pizza funghi ed emoji stupita servita su assi x y z; salamino e skip ad. I follower aumentano, le condivisioni anche. Condividi nelle stories di Instagram una pizza di Memeriell’. Ti chiedi: perché? Perché fa ridere, perché niente ha un senso. Poi un’altra svolta: bufala e frasi per concludere una conversazione servita nella realtà. Che significa? Che è una pizza vera e propria. Fisica. Tangibile. Memeriell’ è uscito da internet ed è sceso in terra. Fuori dal memeverso, ha attraversato lo stargate. Il 13 aprile, a una settimana dall’apertura della Biennale di Venezia, il post non è una pizza ma una locandina: Sagra del Memeriello, a Venezia, il 21 e 22 aprile. Dai meme alla Biennale, un profilo Instagram di pizze sceme (o brillantissime) diventa un’installazione. Si troverà a Campo Santa Margherita, presso i locali di Pizza al Volo. Non si capisce comunque ancora niente. Grazie ai curatori dell’evento meme-artistico – Salotto Studio – un pomeriggio di primavera riesco a parlare con il pizzaiolo-memer. Una chiamata Instagram, lui anonimo, senza volto, senza provenienza. Solo un indizio, evidente: Memeriell’ non è campano.

Come nasce una pizzeria così?
L’idea viene innanzitutto da quando sono andato a prendere la pizza con degli amici. E a me piacciono delle pizze ricche, corpose, con tanti ingredienti. Una sera con degli amici abbiamo preso delle pizze e io avevo particolarmente esagerato prendendone una con salamino piccante, gorgonzola e acciughe. E destò grande stupore e ribrezzo tra i commensali. Una pizza molto ricca e pesante. A questo punto seguì la battuta: beh, se siamo arrivati a questo livello possiamo mangiarci pure una bufala e salviette. Da lì poi cominciò a generarsi questa catena di montaggio di pizze che potevano avere ingredienti assurdi. Dopo qualche tentativo decidemmo di aprire questa pizzeria come una pagina Instagram.

Dici decidemmo: ma è gestita da solo o in condivisione?
A volte arrivano dei suggerimenti, ma mi piace parlarne al plurale come se fosse una pizzeria. Una pizzeria è un’opera corale.

Fa più ridere o più pensare?
Sì, c’è molto umorismo. Alcune sono fatte solo per ridere, ma molte sono una pratica di riflessione personale. Il fatto di scegliere una pizza è come scegliere un luogo in cui scegli le tue cose che preferisci, una specie di porto sicuro. Con gli ingredienti ti esprimi, esprimi anche i tuoi stati d’animo. C’è sempre molta tensione quando si sceglie una pizza. È un po’ come scrivere un diario.

Ma poi queste pizze le fai anche concretamente? E come si fanno?
Con la gomma poliuretanica.

E dipinte.
Sì, e poi dipinte.

Con le vernici tipo quelle dei personaggi di Dungeons & Dragons?
Anche acrilico. È una cosa che ho cominciato a fare da poco.

E questa cosa di essere alla Biennale d’arte non ti sembra assurda?
Le pizzerie possono anche esserci alla Biennale. Non penso ci sia un limite alle cose assurde alla Biennale ormai. In questo memeverso in cui viviamo ci può anche stare una pizzeria.

Giusto. La ricerca sulla memestetica era qualcosa che ti appassionava già da tempo?
Sì, molto sulla mia ricerca di immagini personali. Ad esempio le pizze: le fotografo. Le fotografo quando vado in pizzeria presto, prima che si raffreddino. E poi faccio un collage… Moltissime sono foto che faccio personalmente, non scaricate. Come il cane del mio amico. Mia madre.

Metti che arrivi una tv generalista a Venezia, scopre Pizzeria U’ Memeriell’. Ti chiede: Ma cos’è questa roba? Cosa rispondi?
È uno spazio digitale di una pizzeria che fa le pizze buone assai, ad esempio pizza stucco e funghi, crudo e frasi polemiche, ripiena albume e album metal scandinavi. Occorre provarle e provarsi con quello che ciascuno cerca. Alla fine è uno spazio inclusivo dove qualsiasi combinazione è ben accetta.

I layer nel tempo sono aumentati, perché inizia con bufala e cimici, e poi iniziano a essere più complesse, come: “servita da Goku che fa bodyshaming”, ed è un video in cui Goku dà del ciccione a Majin Bu.
All’inizio erano ingredienti oggettuali, riconducibili al mondo fisico. Diciamo che poi nella pagina vado a periodi. A volte non postiamo per molto tempo, ma poi cominciano a introdursi questi ingredienti surreali, sensazioni, emozioni, atmosfere che vanno oltre la fisicità del quotidiano.

I meme contengono una specie di riassunto di un contesto e di un momento, sul mondo e su internet. È fondamentale che siano però “riempibili” e customizzabili. Le tue pizze non lo sono, sono un’opera di Pizzeria U’ Memeriell’. Quindi non sono dei meme?
A questa domanda mi è difficile rispondere perché parte da una definizione che non convince. La definizione di meme come format ripetitivo in cui inserire il token “argomento del giorno” è sparita dal paleolitico nelle nostre cucine. Quando inforniamo le pizze, non ci concentriamo su definizioni e categorie. Forse, volando un po’, possiamo dire che la pizza è contenuto e contenitore, sono ingredienti semantici alla fine aperti e funzionano quando associati come colori.

Hai ricevuto anche insulti per la tua attività di Pizzeria U’ Memeriell’?
Nella norma. Forse su Facebook, dove circola gente più strana.

Secondo te ci possono essere degli spin-off gastronomici con altri piatti nazional-popolari che possono ospitare altri ingredienti?
Intendi paste?

O risotti. Insalate.
Non penso, non adesso. Una pizzeria si limite alle pizze. Credo sia bello mantenere la base pizza. Poi in futuro chissà, magari diventerà una pagina separata. Al momento ci sono già tanti layer.

Ci sono già piani di altri layer, o di ulteriori sviluppi artistici a base pizza?
No, facciamo così come viene. La mantiene più genuina. Un approccio più distaccato anche.

Una cosa come la guerra non finirebbe in una pizza.
È complesso.

Non ti chiedo nemmeno da dove mi stai chiamando.
Preferisco rimanere nel memeverso.

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